Lost

Introduzione

Il 22 settembre 2004, esattamente 18 anni fa, il volo Oceanic 815, partito da Sydney e diretto a Los Angeles, cadde su un’isola apparentemente disabitata nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Per i 48 sopravvissuti rappresentò l’inizio di un’avventura ai limiti del reale. Questo l’incipit di Lost, serie tv che per sei anni ha tenuto con il fiato sospeso milioni di telespettatori fino all’ultima puntata trasmessa il 22 maggio 2010.

Le varie stagioni negli anni avevano fatto sorgere domande che non sempre hanno trovato una compiuta risposta e che possono lasciare particolarmente insoddisfatto chi avesse seguito ogni puntata con attenzione maniacale nel tentativo di riuscire a comprendere l’intima natura dei misteri che avevano caratterizzato la serie.

Frequentemente, però, il fruitore dell’opera si pone in un’ottica errata, alla luce della quale il microcosmo narrativo rappresenterebbe un nucleo a se stante, vivo, pulsante e dotato di un’intrinseca coerenza interna. Questo atteggiamento un po’ naif non tiene conto di una considerazione che dovrebbe sempre stagliarsi a monte, vale a dire il fatto che una serie televisiva, di qualsivoglia tipo essa sia, è un prodotto creato a tavolino, che si evolve secondo il flusso di idee degli autori della serie, le quali, per forza di cose, sono fortemente influenzate da logiche che poco hanno a che vedere con la coerenza interna della serie stessa.

La serie televisiva Lost non fa eccezione a quanto appena espresso, e molte delle domande cui la sesta e ultima stagione non ha fornito risposta possono essere più agevolmente viste in quest’ottica. Infatti, per esplicitare quanto appena detto, gli stessi autori della serie (per loro ammissione), quando cominciarono a ideare la prima stagione, non avevano assolutamente chiari nelle proprie menti tutti i risvolti della trama, né sapevano con esattezza verso quali lidi condurre la storia, dal momento che il fattore determinante era costituito, pare superfluo specificarlo, dall’audience: nel caso in cui gli ascolti fossero stati poco soddisfacenti, si sarebbe dovuto chiudere tutto subito, producendo a dir tanto la prima stagione (o girando solamente pochi episodi, come accaduto alcuni anni dopo con la serie Happy Town), mentre un vasto successo di pubblico avrebbe loro consentito di continuare il progetto e di raggiungere almeno il 100esimo episodio, limite minimo auspicato dagli autori per riuscire a raccontare in maniera approfondita una vicenda corale di quel tipo.

Emblematico di questo stretto rapporto tra possibilità di espandere le proprie idee originarie e l’audience è dato da quanto accaduto con la seconda stagione: un lieve calo degli ascolti aveva messo in discussione la possibilità che la ABC producesse più di tre stagioni, e ciò ebbe un’evidente influenza nelle trame di vari episodi, ove si assistette a una notevole accelerazione nello sviluppo narrativo che portò a un cambiamento palpabile anche all’occhio meno attento. Infatti, quasi all’improvviso, il ritmo piuttosto lento e introspettivo della prima stagione lasciò spazio a una narrazione molto più serrata nella quale si poteva notare quasi un affastellamento di argomenti atti a incanalare la serie in una direzione ben precisa, che sarebbe stata poi seguita nelle stagioni successive – pur con debiti rallentamenti e svolte più o meno consequenziali – fino all’ultima, ove molti indizi lasciati in precedenza si sarebbero parzialmente rivelati fuorvianti o, come minimo, non del tutto causativi di quanto accaduto nella stagione conclusiva.

Come tutto ebbe inizio…

L’inizio della serie si inserisce in un genere letterario ben preciso: quello della cosiddetta robinsonade, dal titolo del romanzo di Defoe, “Robinson Crusoe”, nel quale vengono narrate le vicende di un uomo naufragato su un’isola sperduta1. Gli elementi che Lost condivide con questo genere sono molteplici: l’arrivo forzato su un’isola ignota, la necessità di procurarsi cibo, il totale isolamento dal mondo conosciuto, il rapporto con una natura ostile che l’uomo deve cercare di sottomettere, la scoperta di non essere soli sull’isola, il tentativo di tornare a casa.

Se Lost fosse stato solo questo, però, difficilmente si sarebbe arrivati alla fine della prima stagione, dal momento che simile vicenda meglio si sarebbe prestata per essere trasposta in un film, proprio come successo con “Cast Away”. Lost, dunque, non è solo pura e semplice robinsonade, è qualcosa di più, qualcosa alle cui spalle è chiaramente visibile la struttura sia di Twin Peaks sia di XFiles, così come, più da un punto di vista di tecnica televisiva, di 24.

Come per XFiles, anche Lost presenta fin dal principio delle domande portanti che vanno a costituire l’ossatura e il mytharc2 della serie: se per la prima il mytharc centrale si poteva riassumere nella domanda: “Che fine ha fatto la sorella di Fox Mulder?” e caratterizzava certi episodi portanti della serie, in Lost si può parlare di pluralità di mytharc: cosa ha provocato l’incidente? Perché i personaggi erano collegati gli uni agli altri secondo una sorta di “regola dei sei gradi di separazione” prima del disastro aereo? Chi sono “gli Altri”? Riusciranno i nostri eroi a fare ritorno a casa? Come fa ad esservi un orso polare in un’isola tropicale? Cos’è il fumo nero?

Tutte queste domande formano da principio lo scheletro su cui si regge una serie che fa della coralità un ulteriore elemento di distinzione dalla robinsonade pura e semplice: infatti, l’incidente ha portato sull’isola una pluralità di persone, e questo fa sì che vengano subito contrapposte idee differenti sulla “gestione della crisi”. La comune prospettata da Jack opposta alla giungla di Sawyer (“Tu sei ancora nel mondo civile. Io in piena giungla” – Ep. 3, St. 1), con l’inserimento di una terza via tangenziale rappresentata da Locke, il quale subito nota come l’isola stessa costituisca un personaggio a parte, se non forse il personaggio principale, che sembra giocare con i destini di tutti, ponendo i sopravvissuti dinnanzi a prove strettamente collegate al loro passato.

Flashback

Ogni personaggio, infatti, ha un preciso passato, che ci viene progressivamente mostrato attraverso la tecnica del flashback, utilizzata inserendo in ciascun episodio delle prime tre serie una linea narrativa ambientata nel passato del personaggio protagonista dell’episodio e il cui tema soggiacente è il medesimo della linea narrativa ambientata nel presente sull’isola.

Le vite precedenti all’incidente dei sopravvissuti si caratterizzano subito per la presenza di forti conflitti irrisolti che costringono ciascuno di loro a portare sulle proprie spalle un fardello non indifferente. E’ nel passato dei personaggi che va ricercato l’origine del loro presente, mentre l’isola prospetta una possibilità di rivivere quanto accaduto rapportandosi in maniera differente e mettendoli di fronte a prove che li pongano dinnanzi a scelte simili (come affermato da Marxuach, uno degli sceneggiatori della serie: “L’equilibrio della serie è dato da questo: il personaggio della storia principale farà gli stessi errori commessi nel flashback o riuscirà a superarli?“).

Dal momento che, come espresso da un tema ricorrente nella serie, “everything happens for a reason“, risulta utile chiedersi perché sia stata fatta la scelta di inserire i flashback. Ancora una volta, il motivo è puramente tecnico: una narrazione ambientata in toto sull’isola sarebbe stata completamente antimimetica, vale a dire troppo distante dal quotidiano. Al contrario, i flashback sono la chiave per andare oltre i limiti di una storia ambientata esclusivamente sull’isola: essi, raccontandoci il passato di un personaggio, aprono la porta a un tipo di narrazione più intimista e a generi differenti: dal medical (Jack), all’on the road (Kate), al militare (Sayid), alla commedia (Hurley) all’avventura (Sawyer) al lisergico (Charlie); in questa maniera, il prodotto Lost si rende appetibile a un pubblico molto più vasto al quale, probabilmente, non interessano tanto i misteri dell’isola quanto il pregresso dei personaggi.

Lost in Purgatory

Lo spettatore, avendo notato questo stretto legame tra vita passata e vita presente sull’isola e avendo compreso che non si può trattare di un’isola qualunque, definibile secondo le consuete coordinate spazio-temporali, già dalla prima serie si sarà posto domande in merito alla natura della stessa isola e alla sorte incontrata dai personaggi.

Se si guarda a ciò con occhio esterno, tenendo ancora presente come la serie sia il frutto di una sapiente scrittura, si nota come la prima idea che gli autori hanno voluto veicolare nello spettatore è stata quella per cui i protagonisti fossero in realtà tutti morti (Jack stesso afferma “Siamo tutti morti ieri nell’incidente, ricominciamo da capo“) e che si trovassero in una specie di Purgatorio nel quale tutto il loro vissuto si presentava loro ponendoli dinnanzi ai medesimi problemi che avevano caratterizzato le loro esistenze passate e inducendoli a compiere scelte differenti. Gli autori tuttavia, intervistati in proposito, smentirono subito questa interpretazione, sottolineando come Lost non volesse presentarsi come un prodotto “confessionale” ma fosse un qualcosa di interreligioso, e che, conseguentemente, fosse errato parlare di Purgatorio. Semmai, l’isola avrebbe evocato un sentimento religioso, senza voler fare sermoni, a prescindere da sovrastrutture di qualsiasi tipo, ponendosi come presenza che ricorre ad archetipi. Intendimento anche sottoscrivibile ma, come vedremo approfonditamente più avanti, ci si chiede se esso sia stato seguito anche nell’ultima stagione.

In ogni caso, poiché nella prima stagione il fulcro della narrazione poggiava sul rapporto tra vita passata e prove da affrontare nel presente sull’isola, pressoché tutti gli spettatori pensavano di avere la verità in pugno (e, almeno per i primi dieci episodi, effettivamente l’avevano avuta, perché, occorre ripeterlo, la serie, intesa come prodotto dei cervelli dei tre autori e non come mondo intrinsecamente coerente e dotato di regole proprie, effettivamente prospettava quell’ipotesi come l’unica non solo credibile ma persino l’unica possibile) e ritenevano che i protagonisti fossero tutti morti nell’incidente.

A onor del vero, minimi indizi sparsi con parsimonia potevano portare ad avanzare ipotesi differenti. Si pensi, ad esempio, al fumetto di un ragazzino, Walt, sulla cui copertina vediamo un orso polare (proprio come quello incontrato sull’isola) e un soggetto attaccato a una sorta di macchinario: come non pensare che tutti i personaggi non possano essere connessi a un qualche maxicomputer che crea una realtà virtuale all’interno della quale interagiscono fornendo ciascuno apporti strettamente legati alla propria vera vita? Oppure, unendo i due indizi (il fumetto e la struttura delle prove cui l’isola li sottopone), perché non azzardare che i protagonisti siano tutti in un istituto3 e le loro menti siano sì connesse a un computer ma nell’ottica di un programma riabilitativo che vagli se le loro coscienze, poste dinnanzi a stimoli simili, rispondano in maniera meno socialmente deleteria?

Lost elsewhere

Come si è visto, già con il procedere della prima stagione era possibile cogliere elementi che portavano a un’interpretazione diversa da quella mainstream in virtù della quale i protagonisti erano tutti morti e si trovavano in Purgatorio.

Con l’arrivo della seconda stagione, i fattori a sostegno di ipotesi differenti aumentano a dismisura e la stessa serie acquista un taglio differente con l’aggiunta di elementi tipici del genere fantascientifico: una botola al cui interno si trova da anni un soggetto (Desmond) che ogni 108 minuti deve digitare su un computer una sequenza numerica (con cui Hurley aveva vinto alla lotteria dopo averla sentita via radio) affinché non si verifichi un’attrazione magnetica devastante (la stessa che, come si scoprirà, aveva causato la caduta del Volo Oceanic su cui erano a bordo i protagonisti della serie), la scoperta di filmati in cui uno scienziato spiega l’esistenza di un progetto, chiamato Dharma, nato per studiare alcuni poteri della mente, un enorme piede di statua con quattro dita (atto a veicolare l’idea che la persona ritratta appartenesse a una razza non umana dotata di sole quattro dita).

La lista potrebbe continuare, ma ricadremmo in una noiosa elencazione. Quello che preme sottolineare è come l’ipotesi iniziale secondo cui i protagonisti fossero tutti morti era diventata difficilmente sostenibile alla luce di quanto visto nella seconda serie.

Senza contare un aspetto finora scarsamente tenuto in conto da altri esegeti della serie. Nella seconda stagione gli autori hanno inserito una mole di indizi, non notati dai più, che si ricollegavano in maniera chiara alla cosiddetta teoria della Terra Cava4: il fatto che, per fuggire dall’isola, si debba seguire un’unica rotta possibile (per trovare l’uscita) e, soprattutto, quanto visto nel finale della seconda stagione. Un team di soccorso si trova ai Poli (proprio dove vi sarebbero gli ingressi per il centro della terra) e telefona alla moglie di Desmond, comunicandole di aver rilevato un’anomalia magnetica e di aver probabilmente scoperto dove sia andato suo marito disperso da anni.

Flashforward e “tempo fuor di sesto”5

Con il finire della terza stagione si assiste a un cambiamento di tecnica narrativa di estremo rilievo: l’episodio conclusivo, infatti, ci pone dinnanzi al primo di una lunga serie di flashforward nei quali viene svelato il futuro dei protagonisti dopo il loro ritorno nel “mondo reale”. E’ un cambiamento notevole che apre possibilità narrative enormi e che fa subito comprendere un dato fondamentale, per quanto lapalissiano: i sopravvissuti al disastro sono riusciti a fuggire dall’isola. Se sono riusciti a tornare alle loro vite, necessariamente occorre abbandonare la teoria secondo la quale erano tutti morti (nell’accezione comunemente intesa del termine). Non solo, presto apprendiamo che solamente alcuni sono riusciti a tornare e che devono tornare sull’isola.

Non è nostra intenzione metterci a raccontare la trama, quello che preme sottolineare è che nel corso della quarta e quinta stagione la serie prende una direzione ben precisa ed emergono dei punti fermi: l’isola è il frutto di un esperimento scientifico e ha la capacità di oscillare avanti e indietro nel tempo, portando con sé coloro che la abitano.

Ritorno al passato

Con l’inizio della sesta e ultima stagione, queste certezze cominciano a vacillare. Da un punto di vista narrativo, la presenza di alcuni personaggi mai visti prima sull’isola causa il sorgere di alcuni dubbi su quale direzione intendano prendere gli autori. Inoltre, il susseguirsi degli episodi fa comprendere come molti dati considerati come acquisiti in realtà non siano più tali. Le chiavi di lettura scientifiche fornite dalla stessa serie (non dagli spettatori, sia ben chiaro) vengono fatte cadere miseramente in un’opera di decostruzione e di ritorno a dove si era partiti, in un finale che mostra come il primo pensiero avuto in relazione alla sorte dei “sopravvissuti” fosse quello giusto.

Sarebbe stato credibile e perfetto, a patto che non ci fossero state le stagioni 2, 3, 4 e 5. Infatti, la sesta stagione, a mo’ di pars destruens, fa vera e propria piazza pulita di tutti i consolidati assunti costruiti nel corso di quelle stagioni: viaggi nel tempo, anomalie magnetiche, esperimenti scientifici… tutto cade miseramente sotto le martellate di un finale che mostra chiaramente la natura religiosa della prima stagione (e, ovviamente, della sesta e financo dell’intera serie), ma lo fa in maniera come minimo troppo esplicita.

Nel momento in cui è fornita la rivelazione finale, molti spettatori si sono sentiti traditi, dal momento che le varie tessere del puzzle diligentemente raccolte con cura stagione dopo stagione non potevano portare in maniera logica e coerente a quella conclusione. A partire dalla seconda serie, infatti, era stata compiuta una scelta ben precisa, in virtù della quale “l’ipotesi Purgatorio” era stata accantonata per fare spazio a spiegazioni scientifico-razionali.

Al contrario, nel momento in cui la serie, a dispetto del proposito iniziale espresso dai creatori della medesima, si fa sermone, ossia disvela la propria natura originaria in maniera eccessivamente esplicita e va a spazzare le sovrastrutture di cui si era servita rinnegandole e delegittimandole alle fondamenta, si rende certamente invisa ai più, proprio perché vuole forzare il pensiero in maniera brutale.

Di fronte a una violenza di questo tipo la reazione dello spettatore medio diventa comprensibile, così come diventa comprensibile la sua perplessità e il suo ritrovarsi, con il dispiacere nel cuore, a cercare una via di fuga di fronte a quanto appena visto, ritenendolo non reale proprio come aveva fatto l’amico di Hurley in fuga dalla clinica di igiene mentale, per poi gettarsi dalla scogliera al grido di “a un’altra vita, fratello”.

 

 

1 In realtà si tratta di un topos letterario molto più antico e archetipico, basti pensare a Odisseo e alle sue peregrinazioni su isole sconosciute, ai naufraghi ne “La Tempesta” di Shakespeare così come al romanzo di Swift “I Viaggi di Gulliver”.

2 Il mytharc è una linea narrativa che accomuna i protagonisti e percorre trasversalmente non solo ogni singola stagione ma tutta la serie globalmente intesa.

3 Ipotesi che sarebbe poi stata ulteriormente rafforzata nella seconda stagione in un episodio, peraltro estremamente slegato al corpus della serie, in cui Hurley sull’isola incontra un soggetto in vestaglia con il quale in passato era stato ricoverato in una clinica di igiene mentale dalla quale non aveva voluto fuggire – seppur questo suo amico gli avesse offerto una facile via d’uscita – poiché non riteneva che questi fosse reale; Hurley, inoltre, continua a dubitare della realtà di costui anche sull’isola, nonostante questo soggetto affermi che è l’isola stessa ad essere irreale e che entrambi si troverebbero ancora nella clinica.

4 Si tratta di una teoria affatto recente: già Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, riportava voci relative all’esistenza di una popolazione nascostasi nel sottosuolo a seguito del cataclisma che avrebbe colpito Atlantide. Il primo a far uscire dai confini del mito le tradizioni relative a un i>mundus absconditus subterraneus è lo studioso e filosofo Athanasius Kircher. Egli, nel 1665, espresse la propria teoria in merito ai poli: il Kircher riteneva che vi fossero quattro canali localizzati in prossimità del polo nord e che le acque vi entrassero a copiosi vortici per poi procedere lungo la struttura della terra in una sconosciuta rientranza per poi riemergere nel mare aperto del polo sud. Pochi anni dopo, nel 1692, l’astronomo Edmund Halley (proprio colui dal quale ha preso il nome la famosa cometa) conferì maggiore scientificità a quanto prospettato da Kircher. Nel suo articolo “An Account on the Cause of the Change of the Variation of the Magnetic Needle: with an Hypothesis of the Structure of the Internal Parts of the Earth” pubblicato nelle Philosophical Transactions of Royal Society of London (17:563-578), avanzò l’ipotesi che l’interno della terra fosse in realtà cavo e fosse formato da sfere concentriche disposte l’una sull’altra. E’ tuttavia nel clima sociale e culturale della Germania degli anni Trenta che queste teorie vengono riprese e sostenute con vigore. In un ambiente in cui il senso di abominio per le aride teorie meccanicistiche era elevatissimo, era naturale si creasse il terreno per la ricerca di teorie alternative che rientrassero in una visione del mondo che potesse essere gradita. Ecco dunque il “riscoprire” la teoria della terra cava e il credere all’esistenza di lunghissimi tunnel sotterranei creati da una primigenia razza nordica superiore che si sarebbe espansa in tutto il mondo.

5 DICK, Philip, Tempo Fuor di Sesto, Fanucci Editore, Roma, 2007.

Umberto Visani
Umberto Visanihttps://www.facebook.com/visanium
Umberto Visani nasce a Torino nel 1983. Laureato con lode presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino è un ricercatore indipendente di ufologia, archeologia misteriosa e criptozoologia. Scrive per numerose riviste specializzate a livello nazionale e internazionale, tra cui “Mistero Magazine”, “Ufo International Magazine”, “Révista Ufo Brasil”, “Fate Magazine”. È stato più volte ospite della trasmissione televisiva “Mistero” in onda su Italia 1. Ha pubblicato nel 2012 il saggio “Mondo Alieno: Ufo ed extraterrestri nella storia dell'umanità”, edito da Arethusa Edizioni, seguito nel 2014 dal romanzo “Ubique”, nel 2016 dal saggio “Mai stati sulla Luna?”, per Uno Editori, nel 2017 dal saggio “I Misteri dell’Umbria”, con Morlacchi editore, nel 2018 dal saggio “Ufo: le prove”, Edizioni Segno e quest’anno è uscito “Ufo: i casi perduti”, Edizioni Segno.

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