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L’Onu non ha i soldi per le missioni di pace

L’Onu non ha i soldi per aiutare le popolazioni distrutte dalle missioni di pace

Quali siano i reali motivi che spingono decine di paesi a combattere guerre senza fine non è più un mistero per nessuno: un tempo gli eserciti combattevano per conquistare nuovi mercati per i loro paese, nuovi territori ricchi di materie prime e di risorse, oggi invece sempre più spesso le guerre vengono combattute perché il giro d’affari che ruota intorno a loro è esso stesso una fonte di guadagno. A confermarlo sono i dati del Sipri: il budget destinato ad armi ed armamenti dai paesi in guerra, ma anche dai paesi pacifisti, è tale da consentire, se solo lo si volesse, di risolvere molti dei problemi del pianeta. Anche quando le guerre non vengono chiamate con il loro nome ma si preferisce chiamarle missioni di pace, il loro vero scopo è sempre lo stesso: fare soldi.

Raramente i paesi che organizzano e partecipano alle “missioni di pace” tengono conto dei problemi che questa pace genera. Come nello Yemen, bombardato da mesi dall’Arabia Saudita (che, dopo il crollo del prezzo del petrolio, ha cercato un nuovo business per risollevare la propria economia ormai in grave crisi). Lo ha fatto scaricando su un paese già povero come lo Yemen tutte le armi acquistate sui mercati internazionali (è il secondo maggior acquirente di armi e armamenti al mondo dopo l’India). I risultati economici per le finanze saudite forse saranno positivi, ma gli effetti sulla popolazione yemenita sono terrificanti: in due anni di guerra, tre milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case. Il paese è ridotto all’osso: ormai trovare cibo o acqua è quasi impossibile. La conseguenza è un aumento del tasso di malnutrizione del 200 per cento. E, come sempre, a pagare le conseguenze delle scelte degli adulti sono prima di tutto i bambini: nel paese, secondo le Nazioni Unite, almeno un milione e mezzo di bambini soffre di malnutrizione e 370mila sono in pericolo di vita.

L’economia del paese è ridotta allo stremo delle forze: la Banca centrale dello Yemen ha le casse vuote. Il governo è incapace di affrontare i problemi essenziali come l’alimentazione, l’energia o garantire la funzionalità degli ospedali, spesso divenuti bersaglio dei bombardamenti. Secondo le associazioni umanitarie presenti nel paese, solo l’arrivo immediato di aiuti, la ristrutturazione della banca centrale e l’interruzione dei bombardamenti sui civili potrebbero evitare conseguenze irrecuperabili.

Aiuti che potrebbero non arrivare mai: recentemente le Nazioni Unite hanno comunicato le previsioni di spesa per il prossimo anno, il 2017. La somma necessaria per intervenire e far fronte (il che non vuol dire “risolvere” ma solo “evitare il peggio”) non dovrebbe essere inferiore ai 22,2 miliardi di dollari. Una somma record mai raggiunta prima. Più dei 22,1 miliardi chiesti dalle Nazioni Unite per il 2016 e addirittura il triplo del budget previsto per il 2011, quando fu di 7,9 miliardi: da allora questa somma è triplicata.

A peggiorare la situazione il fatto che questi soldi, nelle casse delle Nazioni Unite, non ci sono: gli stessi stati che sono così premurosi nel fare scorte di armi ed armamenti per combattere guerre e missioni di pace in paesi che non hanno mai chiesto il loro aiuto, spesso non fanno fronte agli impegni presi con l’ONU e alle le richieste per finanziare gli aiuti umanitari. Nel 2016, secondo i dati ufficiali aggiornati al 30 novembre 2016, i governi hanno stanziato solo il 51 per cento delle somme previste.

“È il risultato delle numerose situazioni di crisi, che hanno fatto crescere il bisogno di aiuti umanitari ai livelli più alti mai registrati dai tempi della seconda guerra mondiale”, ha detto Stephen O’Brien, responsabile delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite in una conferenza stampa. Ed è per questo che, anche a causa dell’aumento delle missioni di pace, quello chiesto per il 2017 sarà “il montante più elevato mai domandato”. Soldi che come ha confermato O’Brien sono destinati proprio a paesi come lo Yemen dove le missioni delle Nazioni Unite cercano di limitare gli effetti e i danni causati dalle missioni di pace. Yemen ma anche Siria, Iraq e Sudan del Sud.

Senza contare che, in molti casi, gli aiuti delle Nazioni Unite si trovano a dover fronteggiare guerre e crisi che vanno avanti ormai da decenni (senza aver raggiunto alcun risultato nonostante la differenza delle forze in campo). Come in Afghanistan dove si combatte da più di venticinque anni o nel Burundi, o nella Repubblica democratica del Congo e in Somalia tutti paesi da decenni scenari di guerre dove le missioni di pace e i caschi blu hanno fatto ben poco.

Devastanti le conseguenze per milioni e milioni di persone: uomini, donne e bambini ai quali nessuno dedica la minima attenzione se non quando diventano un problema come profughi o rifugiati o migranti. Vittime involontarie che ormai, dopo poche i loro territori sono stati devastati e bombardati con missili e ordigni che hanno fatto la gioia delle aziende produttrici, non hanno più altra risorsa se non i pochi, incerti aiuti umanitari. Solo in Siria sono 13,5 milioni quelli che vivono grazie agli aiuti umanitari delle Nazioni Unite. A questi si aggiungono tre milioni di persone in Burundi. E altri due in Afghanistan. Poi ci sono quelli dello Yemen e di tutti gli altri paesi in cui sono in corso guerre e missioni di pace.

Eppure basterebbe una piccola parte di quanto i paesi in guerra o in missione spendono per armi e armamenti per risollevare le economie dei paesi oggetto delle loro azioni. Per evitare che milioni di persone fossero costrette ad elemosinare il cibo per sopravvivere alle Nazioni Unite che non hanno più i soldi per sfamarle tutte. Ma le somme di denaro che basterebbero per sfamare tutte le vittime di guerre e delle missioni di pace non saranno mai sufficienti per saziare la bramosia di denaro delle aziende produttrici di armi e armamenti.

C.Alessandro Mauceri


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