LO SCANDALO KRUPP

Neppure la nascita nel 1886 della prima nipote aveva riconciliato Alfred con la nuora. La decisione di Fritz di chiamarla Bertha in onore della madre aveva offeso il vecchio e rancoroso magnate. Non aveva fatto in tempo a vedere la seconda nipote, battezzata Barbara, in onore alla santa protettrice degli artiglieri, ma probabilmente avrebbe accolto la mancanza di eredi maschi come la prova definitiva dell’inadeguatezza di Margarethe.

Uno dei primi atti di Fritz come proprietario unico della più grande impresa industriale al mondo fu organizzare una tournée royale per le capitali europee. Attorniato da un nutrito seguito di alti dirigenti, lasciò Villa Hügel con il suo lussuoso treno personale per recarsi in visita ai suoi più affezionati clienti: le teste coronate. La prima tappa fu ovviamente Berlino, poi il convoglio proseguì per Bruxelles, toccò Bucarest e si spinse sino a Costantinopoli. Questa trionfale tournée promozionale, corredata da cerimonie, scambi di doni ed impegni commerciali, non fu una semplice conferma delle doti diplomatiche di Fritz, costituì un’aperta sfida al gruppo dirigente della Krupp, che si era illuso dopo la morte di Alfred di poter continuare guidare l’azienda con un’ampia autonomia, come negli anni della sua senilità.

Il nuovo sovrano dell’impero Krupp, dal corpo pingue e flaccido, dallo sguardo timido dietro spesse lenti da miope, non intendeva limitarsi a regnare, era ben determinato a governare e non perse tempo a dimostrarlo. Abolì la Prokura, l’organo direttivo ideato dal padre, per sostituirla con un Direktorium più ampio, composto da giovani dirigenti di sua fiducia ed accentrò su di sé i poteri decisionali. Non appena Fritz sentì di avere saldamente in mano le leve di comando dell’azienda, inaugurò un ambizioso piano di espansione: fece costruire a Rheinhausen una seconda grande acciaieria e poi una terza ad Annen; acquistò miniere e giacimenti in tutta Europa, dalla Spagna alla Svezia; acquisì il controllo azionario della Gruson, un’impresa concorrente specializzata nella produzione di corazze; sull’esempio del padre continuò a prendersi cura dei kruppianer, costruendo nuovi quartieri, fondando scuole tecniche ed enti benefici; investì nell’innovazione tecnologica, ammodernando le attrezzature di tutti i suoi stabilimenti. Ispirato dalla sua fede nella scienza e nel progresso, Fritz attirò attorno a sé inventori capaci di ideare nuove linee di prodotti per la sua azienda. Nel 1893 Rudolf Diesel gli sottopose il brevetto di un nuovo tipo di motore a combustione interna, ottenendo le risorse per metterlo in produzione. Quando non poté finanziare direttamente la sperimentazione di nuovi prodotti, Fritz si preoccupò di aggiudicarsi la licenza per produrli con il suo marchio. Così avvenne per la mitragliatrice, ideata da Hiram Maxim, e per la balistite, la polvere da sparo senza fumo, brevettata da Alfred Nobel.

Anche la ricerca metallurgica all’interno del gruppo Krupp fece sorprendenti progressi. Su impulso di Fritz furono avviate, a partire dagli anni novanta, le prove per la realizzazione di un nuovo tipo di acciaio che, grazie all’aggiunta di nichel, garantisse alta durezza ed elasticità. I risultati non tardarono ad arrivare, offrendo soluzioni innovative sia alla corazzatura delle navi, sia all’artiglieria da campo. Canne e corazze realizzate con acciaio al nichel riuscivano infatti a resistere all’enorme potenza sprigionata dalla nuova polvere da sparo di Nobel. Questa brillante scoperta inaugurò per la Krupp la lucrosa altalena delle armi offensive e difensive. Dopo aver venduto le corazze al nichel ai governi di tutta l’Europa, a cominciare dal suo, Fritz propose al mercato un nuovo ritrovato dei suoi laboratori: proiettili di acciaio al cromo, capaci di perforare le formidabili corazze al nichel. Gli stessi clienti che avevano scommesso sul nichel non poterono fare altro che rinnovare i loro arsenali. L’altalena ben presto tornò a muoversi, le piastre d’acciaio ad alto tenore di carbonio neutralizzarono i proiettili al cromo, costringendo i governi ad altre spese. Dalla difesa all’offesa: fu poi la volta di proiettili blindati con ogiva esplosiva a cui le nuove corazze non potevano resistere. Ancora una volta i governi dovettero adeguarsi.

Fritz manovrò la giostra con consumata abilità, in meno di un decennio triplicò la sua rendita personale annua, da sette a ventuno milioni di marchi, diventando più ricco persino del kaiser.

Pur confidando nell’eccellenza dei suoi ricercatori, Fritz non disdegnò nemmeno gli accordi commerciali con i concorrenti. Cedette il brevetto per la tempra delle piastre corazzate ad un consorzio di imprese, formato tra le altre dalla Vickers inglese e dalla francese Schneider, in cambio ricevette una generosa royalty per ogni tonnellata di acciaio prodotta dai concorrenti. Con Albert Vickers sottoscrisse un accordo per la produzione su licenza di proiettili d’artiglieria dotati della spoletta a tempo brevettata Krupp, considerata la più efficiente al mondo. La ditta inglese si impegnò ad imprimere il marchio KPZ sulle proprie munizioni ed a versare uno scellino e tre pence per ogni proiettile sparato. In virtù di questo accordo durante la prima guerra mondiale ogni cannonata inglese avrebbe arricchito le casse della Krupp.

Prima ancora di ingegnarsi a trarre profitto anche dai concorrenti, Fritz si impegnò a conquistare il proprio mercato interno. Il nuovo kaiser Guglielmo II, salito al trono nel 1888, divenne il suo miglior cliente. Nell’arco di meno di un decennio il giro d’affari con Berlino raddoppiò, innalzandosi dal 33 al 67 per cento dell’intero fatturato della Krupp. A determinare tale repentino incremento pesarono, più che l’abilità commerciale di Fritz, i sogni di gloria del giovane sovrano. “Il nostro futuro è sui mari” tuonava, suscitando l’entusiasmo degli industriali, allettati dalla prospettiva di immensi profitti, della piccola borghesia, che immaginava l’incedere della Germania nel XX secolo come la trionfale crociera di una corazzata dotata di armi così temibili da sottomettere al suo volere il mondo intero, e persino di gran parte degli operai che nei cantieri navali pensavano di potersi guadagnare il pane.

Con la creazione di una grande flotta da guerra Guglielmo intendeva conquistarsi un posto d’onore nella storia della Germania e della sua dinastia. Ad un gruppo di ufficiali dichiarò: “Come mio nonno fece con il suo esercito di terra anch’io sarò irremovibile nel compiere e portare a termine allo stesso modo l’opera di riorganizzazione della mia marina, affinché possa collocarsi, a pari diritti, accanto alle mie forze armate di terra e consenta al Reich di conquistare all’estero quella posizione non ancora raggiunta.”

Fu l’acciaio al nichel di Fritz a dare concretezza a tanta retorica imperialista.

Le resistenze del Reichstag furono piegate con relativa facilità. La prima legge navale del 1898 finanziò la costruzione di una flotta che corrispondeva alle esigenze difensive della Germania, senza costituire una minaccia né per la Gran Bretagna, né per la Francia. Due anni più tardi un’altra legge, approvata sull’onda delle tensioni anglo-tedesche in relazione alla guerra boera, raddoppiò il numero delle nuove costruzioni, inaugurando un’escalation che non si sarebbe più arrestata sino alla vigilia della prima guerra mondiale. Il raggiungimento della parità con la flotta britannica divenne l’ossessione del kaiser e dei suoi ammiragli, facendo la fortuna di Fritz.

La baia di Kiel sul mar Baltico, fino ad allora un tranquillo porto di pescatori in cui era ormeggiato lo yacht del kaiser, fu trasformato dagli ingenti investimenti della Krupp in uno dei cantieri navali più moderni al mondo, in cui furono condotti i primi futuristici esperimenti sulla navigazione sottomarina. Fritz seppe farsi pagare molto bene il suo solerte impegno per assecondare le frenesie navali di Guglielmo II. I suoi margini di profitto raggiunsero il cento per cento, con buona pace dell’ammiraglio von Tirpitz, le cui proteste difronte a tanta avidità furono soffocate dal kasier in persona.

Alla crescita vorticosa del suo impero industriale corrispose fatalmente un aumento del carico di lavoro sulle spalle di Fritz, che aveva appena superato i quarant’anni, ma ne dimostrava venti di più, a dispetto delle diete rigorose e dei quotidiani esercizi ginnici a cui si sottoponeva. Il peggioramento dell’asma di cui soffriva gli impose, a partire dal 1898, la ricerca di aria più salubre di quella fuligginosa di Essen. La sua scelta cadde sul Mediterraneo, sia per ragioni sentimentali, i ricordi più felici della sua infanzia erano legati ai lunghi periodi trascorsi con la madre in Italia e nel sud della Francia, sia per ragioni scientifiche, lo zoologo tedesco Anthon Dohrn si era stabilito a Napoli, dove aveva avviato un centro di ricerca sulla biologia marina. Fritz, da sempre affascinato dalle scienze naturali, gli offrì il suo aiuto.

Dopo l’iniziale scetticismo Dohrn dovette ricredersi sulla determinazione e sulle capacità scientifiche del suo eccentrico connazionale. Nei cantieri navali di Kiel Fritz fece attrezzare i suoi yacht, il Maja ed il Puritan, con le più moderne tecnologie per lo studio della fauna marina. Solcando le acque del golfo di Napoli, identificò decine di specie di pesci e di crostacei fino ad allora non classificati. In particolare diede un contributo rilevante alla conoscenza del complesso ciclo riproduttivo delle anguille.

Benché a bordo dei suoi panfili non mancassero certo le comodità, Fritz scelse come base d’appoggio delle sue spedizioni scientifiche l’incantevole isola di Capri. Affittò una lussuosa suite di quattro stanze all’hotel Quisisana, di proprietà del sindaco di Capri, Federico Serena. L’edificio, come rivela il suo nome, era sorto, cinquant’anni prima, come sanatorio su iniziativa del tisiologo scozzese George Sidney Clark, poi in mancanza di danarosi tisici da curare, era stato convertito in hotel per turisti d’élite.

L’amicizia con il sindaco agevolò Fritz nella realizzazione di un ambizioso progetto: la costruzione di una strada scavata nella roccia che collegasse il centro della cittadina, in cui si trovava hotel Quisisana, con la Marina Piccola in cui era ormeggiato il suo yacht. Senza badare a spese acquistò la vasta area fra la Certosa di San Giacomo ed il Castiglione, poi incaricò l’architetto napoletano Emilio Mäyer di iniziare i lavori di scavo. Nella primavera del 1902 la via Krupp, mirabile esempio di scultura del paesaggio, fu inaugurata alla presenza delle autorità. Il consiglio comunale riconoscente, interpretando i sentimenti della popolazione, conferì a Fritz la cittadinanza caprese onoraria. L’idillio non era però destinato a durare a lungo.

La riconoscenza non era l’unico sentimento diffuso tra i capresi, fin dal suo approdo sull’isola quel re Mida in tenuta da yachtman che spendeva con leggerezza, facendo la fortuna di osti ed albergatori, acquistando a caro prezzo le croste degli imbrattatele locali, elargendo ricche mance a camerieri e suonatori di chitarra ed elemosine ai derelitti capaci di commuoverlo, aveva suscitato invidia e risentimento in tutti coloro che non erano stati beneficiati dalla sua generosità.

Dall’invidia alla maldicenza il passo fu breve. Dal canto suo Fritz non fece nulla per allontanare da sé il sospetto di aver scelto Capri come luogo di villeggiatura non solo per la dolcezza del clima, la bellezza del paesaggio e la ricchezza della fauna marina, ma anche per un’altra motivazione inconfessabile: la disinibita disponibilità dei giovani locali. Lontano dal grigiore di Essen, dal rigido protocollo delle corti, dal fantasma di un padre autoritario, dalla tensione delle riunioni d’affari, dal peso delle responsabilità di un’azienda gigantesca, Herr Krupp, ai cui occhi romantici i capresi apparivano come buoni selvaggi, leali, ingenui, spontanei e disinteressati, si sentiva libero di manifestare la sua vera natura. Attorno a sé creò una corte di giovinetti che allietavano le sue giornate capresi, forse non solo in modo innocente, cantando per lui struggenti canzoni napoletane. Il barbiere appena diciottenne Adolfo Schiano, i fratelli Francesco e Giuseppe Massa, il pescatore, Antonino Arcucci ed altri lo accompagnavano nei ristoranti e nei caffé senza preoccuparsi di nascondere l’affetto e la tenerezza che nutrivano verso il loro ricco protettore, orgogliosi esibivano sul petto una spilla d’oro che rappresentava un cannone.

Ad accendere la fantasia dei malevoli e degli invidiosi fu soprattutto la decisione di Fritz di ristrutturare nei terreni che aveva acquistato una grotta per farne un appartato luogo di ritrovo, riservato ai suoi amici più intimi. Posta tra le rocce a picco sul mare con un’incantevole vista sui faraglioni, la grotta era stata abitata, intorno alla metà del XVI secolo, da un eremita di origine portoghese, noto come Fra’ Felice, considerato dai capresi quasi alla stregua di un santo. Fritz la fece ripulire, risanare ed ammobiliare in stile claustrale, incaricò poi il pittore Albert G. White di restaurare un dipinto raffigurante Fra’ Felice. Al fine di accrescere l’atmosfera eremitica ordinò al custode di indossare una tonaca da frate francescano, destando l’indignazione del clero.

La frequentazione della grotta da parte di stimati intellettuali capresi come Ignazio Cerio, medico e studioso della flora mediterranea, suo figlio Edwin, brillante ingegnere navale ed appassionato di botanica e Vincenzo Cuomo, medico e climatologo di fama europea, non impedì alle malelingue di dipingere quel ritrovo appartato come una Sodoma in cui Fritz si abbandonava ad orge sfrenate con quegli stessi giovinetti adoranti con cui non aveva vergogna di mostrarsi per le vie di Capri.

Già a Berlino qualcuno aveva avanzato sospetti sull’omosessualità di Fritz. Il proprietario dell’hotel Bristol, Conrad Uhl, terrorizzato all’idea di poter essere accusato di complicità nel reato di sodomia, contemplato dall’articolo 175 del codice penale tedesco e severamente punito con lunghi anni di lavori forzati, si era rivolto alla polizia per denunciare le riunioni viziose che si tenevano nelle stanze del “re dei cannoni”. Inizialmente Uhl aveva accettato di buon grado la richiesta di Fritz di assumere alcuni camerieri italiani da lui stesso segnalati, che durante i suoi soggiorni berlinesi avrebbero dovuto prendersi cura della sua persona. Ogni perplessità dell’albergatore era stata vinta specificando che il loro stipendio sarebbe stato pagato da Krupp. Quei giovani italiani, indolenti e chiassosi, non valevano nulla come camerieri, ma forse avevano altre qualità apprezzatissime da Fritz. A detta di Uhl, quando accorrevano in gruppo ad accudire il loro benefattore dalla porta della suite filtravano gridolini la cui origine non era difficile da interpretare, anche per chi non sapesse l’italiano.

Il commissario Hans von Treschow, a cui Uhl si era rivolto, aveva condotto le indagini con diligenza e discrezione, arrivando a compilare un corposo dossier, destinato però a finire sotto chiave in un cassetto. Né i vertici di polizia e governo, né tanto meno il kaiser avevano voluto trasformare gli elementi raccolti in un capo di imputazione. Uhl si era limitato a licenziare i protetti di Fritz, che aveva trasferito lontano da Berlino i suoi momenti di svago.

Manfredi Pagano, proprietario del più antico hotel di Capri, fu tra primi a spargere maldicenze ed a covare odio verso Fritz, che gli aveva fatto il torto di scegliere il Quisisana per installare la sua corte spendacciona. Anche la famiglia Morgano, che gestiva il caffé Zum Kater Hiddigeigei, abituale luogo di ritrovo dei tedeschi dell’isola, attirati dalla birra bavarese servita alla spina, si era risentita di non poter annoverare tra i propri clienti il suddito più illustre e più ricco del kaiser.

A contrapporre Pagano a Serena non era soltanto la rivalità commerciale, ma anche quella politica. Il primo rappresentava le forze laiche, mentre il secondo quelle clerico-moderate. Il generoso sostegno economico offerto da Fritz alla campagna elettorale dell’amico Serena alterò i delicati equilibri politici dell’isola, lasciando uno strascico di polemiche i di rancori. Tra gli esponenti del partito laico ed anticlericale figurava anche il maestro Ferdinando Gamboni, che si era ritirato a Capri dopo aver perso la sua cattedra in seguito alla contestazione dei suoi metodi disciplinari, giudicati troppo severi. La notizia che Fritz intendeva prendere lezioni di italiano aveva acceso in lui la speranza di trovare finalmente un impiego ben retribuito. La preferenza accordata ad un altro maestro, Luigi Messanelli, che aveva sposato una cugina di Serena, aveva fatto crollare i suoi castelli in aria, ispirandogli meschini propositi di vendetta verso il magnate tedesco. Gli storici specializzati nei pettegolezzi capresi concordano nell’individuare in Gamboni il deus ex machina dello scandalo.

Il frustrato maestro non esitò a prendere contatto con una delle penne più velenose e graffianti del Mattino di Napoli, Eduardo Scarfoglio. L’imperativo di verificare le rivelazioni diffamatorie di Gamboni non lo sfiorò neppure. Nel torbido e fantasioso racconto degli svaghi capresi di Krupp, che evocava le orge sfrenate dell’imperatore Tiberio, Scarfoglio scorse una irresistibile opportunità di ricatto.

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