LO SCANDALO KRUPP

Prima le forchette, poi il materiale rotabile quindi il ruolo di protagonista nella corsa agli armamenti della Belle Époque. Alfred Krupp seppe offrire al mercato cannoni sempre più potenti, precisi e devastanti per soddisfare le necessità belliche dei governi più esigenti. Il figlio Fritz non fu da meno, ma la passione per i giovani pescatori dell’isola di Capri lo fece scivolare in uno scandalo dai contorni morbosi, che nel 1902 conquistò le prime pagine dei giornali italiani e tedeschi…

La cosiddetta Belle Époque non fu uno spensierato periodo di pace, ma una lunga preparazione allo scontro per l’egemonia in Europa. Il velo a lutto che in quegli anni ricoprì la statua dedicata a Strasburgo in Place de la Concorde a Parigi divenne il simbolo del desiderio di rivincita francese e quindi della minaccia alla pace che incombeva sull’intera Europa. Léon Gambetta, uno dei padri della Terza Repubblica, riferendosi alla mutilazione territoriale subita dalla Francia, pronunciò un’esortazione che era la sintesi di un programma di riarmo: “Pensiamoci sempre, non parliamone mai”.

Mantenere il controllo militare su immensi imperi coloniali, fortificare i confini nazionali costantemente minacciati, addestrare, armare e nutrire eserciti di massa pronti alla mobilitazione inghiottiva enormi risorse con buona pace dell’opinione pubblica. In tutti i paesi europei la battaglia pacifista dei socialisti fu pressoché solitaria. Per l’opinione pubblica borghese le spese militari erano un imprescindibile dovere patriottico, oltreché un potente stimolo allo sviluppo dell’economia nazionale. Nessuna nazione poteva permettersi il lusso di rimanere indietro sul terreno delle spese militari per non compromettere il proprio prestigio, per non correre il rischio di diventare troppo vulnerabile e per non deprimere la propria economia. La rivalità tra le grandi potenze da un lato ed il progresso scientifico e tecnologico dall’altro imponevano costosi e frequenti ammodernamenti degli armamenti. Il mancato adeguamento della spesa militare oppure una fuga di notizie riservate potevano generare l’illusione di immediati vantaggi tattici per gli avversari. Basti pensare che al centro dell’affaire Dreyfus, destinato a lacerare per oltre un decennio l’opinione pubblica francese, vi fu il trafugamento, peraltro presunto, di documenti di trascurabile importanza, riguardanti le caratteristiche del freno idraulico montato sui cannoni da 120 e la bozza del manuale di tiro per l’artiglieria da campagna.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, la corsa agli armamenti significò principalmente acciaio. Acciaio non solo per le baionette e le canne rigate delle armi leggere, ma anche per le artiglierie e le corazze delle navi.

La guerra franco-prussiana del 1870-71 aveva stabilito il netto primato del cannone d’acciaio, che garantiva maggiore precisione ed una più lunga gittata, rispetto al tradizionale cannone in bronzo. Per sradicare dalla mente dei generali la convinzione di età napoleonica che l’acciaio fosse poco affidabile ad alte temperature, rischiando di mietere più vittime tra gli artiglieri che tra le truppe nemiche, era stata necessaria la prova dei fatti.

Alfred Krupp

Nel 1844 Alfred Krupp aveva ottenuto dallo stato maggiore prussiano la disponibilità a sperimentare un cannone da campo in acciaio. Credeva fermamente nella sua idea innovativa e non sospettava il ventennio di indifferenza e di rifiuti che lo attendeva.

Nel 1826, quando era appena adolescente, aveva ricevuto in eredità dal padre, Friedrich, una fonderia sull’orlo del fallimento che faticava a pagare regolarmente i salari dei sette operai che impiegava, cinque fonditori e due forgiatori. Il magro ed incostante fatturato era garantito dalla produzione di stampi per le zecche e di qualche partita di baionette.

Sentendo su di sé tutta la responsabilità del capo famiglia, Alfred aveva profuso tutte le proprie energie per salvare l’impresa che aveva divorato il cospicuo patrimonio dei Krupp, accumulato in secoli di attività mercantile. Dopo aver imparato i segreti della metallurgia affannandosi attorno al crogiolo e battendo sull’incudine, non si era sottratto, pur di contrarre i costi di gestione, dal ricoprire anche tutte le altre mansioni indispensabili alla sopravvivenza della fabbrica, dallo spalatore di carbone al contabile, dalla guardia notturna ai forni al progettista. L’abnegazione, la tenacia e soprattutto l’inventiva avevano fatto la sua fortuna.

In particolare la sua idea di produrre piccoli rulli in acciaio destinati a lavorazioni di precisione come la laminazione dell’oro si era rivelata vincente. Grazie anche allo Zollverein, l’unione doganale degli stati tedeschi, le ordinazioni di orefici, argentieri ed orologiai si erano in breve tempo moltiplicate, consentendo alla Fried. Krupp di Essen di ampliare il proprio organico, che intorno al 1836 aveva superato le settanta unità.

Dopo gli utensili da oreficeria era stata la volta delle posate, un prodotto con un enorme mercato potenziale. Benché la paternità dell’idea di stampare posate decorate in acciaio non fosse sua, ma del fratello minore Hermann, Alfred non aveva esitato a metterla frutto con la sua energica determinazione. Alla ricerca di nuovi clienti aveva attraversato il lungo e in largo l’Europa con al seguito il suo modesto campionario di rulli, cucchiai, coltelli e forchette. Il flusso di lavoro ad Essen si era fatto costante, l’azienda aveva continuato a prosperare, senza tuttavia superare i limiti di una impresa artigianale, seppur di grande successo con clienti sparsi in tutta l’Europa. Né le ricorrenti crisi di liquidità, superate sacrificando senza rimpianti persino l’argenteria di famiglia, né i contraccolpi economici dell’instabilità politica scaturita dalle rivoluzioni del 1848 avevano arrestato la crescita dell’azienda, da cui ormai dipendevano oltre centoventi famiglie di Essen.

Il rapido sviluppo, a partire dalla seconda metà del secolo, della rete ferroviaria in Europa e negli Stati Uniti, dove le acciaierie erano quasi assenti, aveva aperto un nuovo ed immenso mercato per i prodotti siderurgici. Alfred non si era lasciato sfuggire questa lucrosissima opportunità, portando a termine la trasformazione industriale della sua azienda. Aveva ampliato lo stabilimento, investito in nuove e colossali attrezzature, si era assicurato la fornitura di materie prime a buon mercato acquistando miniere e depositi di carbone, aveva accresciuto la disciplina, da sempre rigorosa, su suoi operai. In breve tempo rulli e posate erano diventati articoli di secondaria importanza, l’attività della Krupp si era strutturata per produrre tonnellate di rotaie e migliaia di molle, assali e soprattutto cerchioni per le carrozze ferroviarie.

La produzione di rotaie, assali e molle era relativamente semplice, i cerchioni invece, a cui erano affidati non solo il comfort, ma anche la sicurezza dei passeggeri, presentavano notevoli difficoltà produttive sul piano tecnologico, in quanto non dovevano avere saldature. Alfred aveva raccolto e vinto tale sfida tecnologica, inventando e brevettando un sistema di fusione che consentiva di realizzare cerchioni solidissimi e senza saldature, capaci quindi di reggere meglio degli altri all’usura, al peso ed ai sobbalzi. Il mercato mondiale aveva immediatamente premiato la sua brillante inventiva, garantendogli ordini per oltre quindicimila pezzi all’anno. I concorrenti si erano dovuti rassegnare alla cocente sconfitta. Nell’arco di meno un decennio il numero dei dipendenti di Alfred, i cosiddetti kruppianer, si era decuplicato, superando le mille unità.

Lo stesso simbolo della Krupp, tre cerchi intrecciati, disegnato da Alfred nel 1875, rappresenta un perenne riconoscimento all’importanza della produzioni di cerchioni nello sviluppo dell’azienda.

Prima ancora di imporsi sul mercato ferroviario sbaragliando la concorrenza internazionale, Alfred aveva incominciato, nel poco tempo libero di cui disponeva, a fare esperimenti sulla fusione e sulla forgiatura di canne. I risultati del suo lavoro per quanto incoraggianti non avevano però trovato immediatamente un mercato di riferimento. Il ministero della Guerra prussiano si era mostrato talmente tiepido difronte ai suoi progetti innovativi da convincerlo a procedere con estrema lentezza nella realizzazione del prototipo di cannone in acciaio che aveva promesso. Soltanto nel 1847, tre anni dopo l’inizio del carteggio con i generali di Berlino, aveva consegnato all’arsenale di Spandau il piccolo pezzo di artiglieria da testare: 110 chili di peso con una bocca da 75 millimetri.

Erano trascorsi due anni di assoluto silenzio prima che la commissione di collaudo incaricata dal ministero si decidesse, cedendo alle continue insistenze di Alfred, ad effettuare i suoi test ed a redigere una relazione conclusiva che era un capolavoro di miopia ed ottusità. Al poligono di Tegel il pezzo da 75 millimetri aveva sparato bene, si era mostrato solido, sicuro e preciso, tuttavia la commissione non aveva individuato alcuna valida ragione per sostituire con il prototipo Krupp il parco di artiglieria in servizio.

Alfred aveva dovuto accettare tale verdetto reprimendo a stento rabbia e frustrazione, ma non si era dato per vinto. Aveva quindi rivolto le sue speranze all’estero, scegliendo una prestigiosa vetrina internazionale come la Fiera di Londra del 1851. Il piccolo cannone d’acciaio non era passato del tutto inosservato, il pubblico aveva mostrato interesse, i giornali inglesi avevano elargito qualche timido elogio, ma l’attenzione della giuria si era rivolta altrove, al blocco di acciaio di due tonnellate che troneggiava nello stand Krupp. Quel blocco nettamente superiore per peso e qualità a quelli esposti dagli altri produttori di acciaio europei aveva fruttato ad Alfred una medaglia d’ora ed una certa notorietà. Il suo cannoncino era rimasto invece una curiosità senza acquirenti.

Deluso anche dal mercato estero, Alfred aveva pensato di disfarsi del suo innovativo prototipo cercando almeno di ricavarne qualche vantaggio in termini di pubbliche relazioni. Nel 1852 aveva donato il cannone da 75 al re di Prussia, Federico Guglielmo IV, che lo aveva sistemato in bella mostra nell’atrio del suo palazzo di Postdam, come un qualunque altro elemento ornamentale. Senza sparare neppure un colpo, quel dono aveva inaugurato un dialogo con la dinastia regnante destinato ad intensificarsi nel corso degli anni sino a diventare un legame strettissimo ed indissolubile. Il principe ereditario Guglielmo, incuriosito da quel pezzo di artiglieria così diverso da quelli che aveva conosciuto sul campo di battaglia di Waterloo, aveva manifestato interesse per l’industria nazionale, beneficiando Alfred, nel 1853, con una visita allo stabilimento di Essen. Una prestigiosa decorazione, l’Ordine dell’Aquila Rossa di quarta classe, solitamente concessa per meriti militari, e non una lucrosa commessa, aveva celebrato l’incontro tra gli Hoenzollern ed i Krupp. Un prezioso seme per il futuro era stato comunque gettato.

Il patriottismo di Alfred, per quanto ostentato, e forse persino sincero, non era così puro e disinteressato da indurlo a sacrificare gli interessi commerciali della sua azienda. Pertanto, la sua acuta strategia di marketing rivolta alle teste coronate non si era limitata alla Prussia. Anche l’imperatore d’Austria, lo zar di Russia e persino il presidente della pacifica repubblica elvetica avevano ricevuto in dono cannoni d’acciaio Krupp. I generali dello zar Alessandro II erano stati i più scrupolosi nei test di collaudo, sottoponendo l’arma a quattromila scariche e verificando che la sua canna non si era per nulla usurata. Tuttavia neppure tale stupefacente constatazione aveva fatto giungere ad Essen delle ordinazioni. A futura memoria, il prodigioso cannone d’acciaio Krupp era stato invece depositato con tutti gli onori nel museo dell’artiglieria della fortezza di San Pietro e Paolo.

Un appassionato di artiglieria come Napoleone III aveva pensato di destinare alle caserme ed ai campi di battaglia, anziché ad un polveroso museo, l’innovativo cannone Krupp. All’indomani dell’Esposizione Universale di Parigi del 1855, l’imperatore dei francesi aveva espresso la disponibilità a formalizzare un ordine di acquisto di trecento esemplari, poi l’affare era sfumato per ragioni di opportunità politica, era prevalsa la volontà di non danneggiare la nascente industria siderurgica nazionale.

L’Esposizione di Parigi non era stata tuttavia una completa delusione per Alfred. Il kedive d’Egitto, non avendo né un’industria nazionale da proteggere, né un’opinione pubblica sciovinista da non scontentare, si era deciso all’acquisto di ventisei pezzi d’artiglieria Krupp. Quel modesto ordine, rimasto quasi isolato negli anni seguenti, non era però bastato a dissolvere il crescente pessimismo di Alfred, che nel 1859 scriveva sconsolato: “I cannoni mi interessano sempre, ma non ho più voglia di farli. Non rendono, danno un mucchio di fastidi, costano e non c’è speranza di una compensazione con un grosso quantitativo che nessuno vuole”.

D’improvviso, quando Alfred si era quasi convinto ad abbandonare il mercato delle armi, si erano aperte per la Krupp nuove ed insperate prospettive. Guglielmo, divenuto a causa della malattia del fratello principe reggente, si era finalmente trovato nella condizione di poter esprimere concretamente la propria incrollabile fiducia nel genio industriale prussiano con l’invio ad Essen di un ordine di trecento dodici pezzi d’artiglieria.

Il kaiser Guglielmo II

La lunga attraversata del deserto di Alfred non però ancora giunta al termine. Il vivo interesse di Guglielmo per le innovazioni della Krupp, che sembravano dare corpo ai suoi sogni di grandezza militare, non aveva potuto soffocare lo scetticismo e le resistenze dello stato maggiore. Non solo mancava una prova definitiva sui campi di battaglia della superiorità dell’acciaio sul bronzo, ma lo spirito innovativo di Alfred appariva spericolato ed insensato ai generali più conservatori, che a malincuore si erano appena rassegnati all’ordine voluto da Guglielmo, quando da Essen avevano ricevuto la proposta di produrre cannoni a retrocarica. La loro reazione era stata categorica, neppure il sovrano aveva voluto sfidare la loro sicumera. Guidati dal ministro della Guerra Von Roon, i conservatori avevano rifiutato la retrocarica con lo stesso sdegno con cui avevano già bollato come inutile la rigatura delle canne.

Fuori dai confini del regno di Prussia invece l’interesse per le innovazioni tecnologiche di Alfred, acceso dall’Esposizione Universale di Londra del 1862, era cresciuto rapidamente, tramutandosi in una pioggia di ordinazioni dal Belgio, dall’Olanda, dalla Spagna, dall’Inghilterra e soprattutto dalla Russia. Coraggiosamente i generali dello zar si erano decisi nel 1863 a disfarsi dei reperti di età napoleonica per abbracciare la modernità con un ordine di oltre millecinquecento pezzi d’artiglieria. Le fila dei kruppianer si erano immediatamente ingrossate, un esercito di quasi settemila uomini era staro mobilitato per soddisfare la commessa russa, nuovi capannoni erano sorti, il cielo di Essen era stato affumicato da una selva di nuove ciminiere.

Tanto improvviso successo commerciale non era passato inosservato alla stampa berlinese che aveva voluto onorare Alfred coniando l’appellativo di Kanonenkönig, “re dei cannoni”, destinato a diventare una sorta di titolo ereditario per tutti i primogeniti della stirpe dei Krupp.

L’entusiastica fiducia accordata dai russi alla rigatura ed alla retrocarica aveva finito per smussare le resistenze del ministero della Guerra prussiano, che aveva dato il via libera nel 1864 ad una commessa di altri trecento pezzi di nuova concezione. Alfred si era illuso di aver finalmente trionfato sui suoi oppositori a Berlino. Inaspettatamente la guerra del 1866 tra Prussia ed Austria aveva fornito nuovi e più efficaci argomenti ai generali conservatori. La culatta di alcuni cannoni era esplosa sul campo di battaglia di Sadowa, massacrando i serventi.

Il tempestivo impegno a rimpiazzare gratuitamente i pezzi difettosi, gli scrupolosi test di verifica effettuati al poligono di Tegel e soprattutto i buoni uffici di re Guglielmo avevano salvato Alfred dal disastro. Dopo questa umiliazione è facile immaginare con quanta apprensione era stata accolta ad Essen, nel luglio del 1870, la notizia della guerra contro la Francia, considerata la prima potenza militare continentale.

Se altri difetti produttivi o di progettazione fossero emersi, neppure la benevolenza regia avrebbe potuto trattenere i conservatori dall’imporre un repentino ritorno al bronzo.

La micidiale precisione dei cannoni Krupp sui campi di battaglia alsaziani e lorenesi, martellando i francesi da una distanza così grande da impedire alla loro antiquata artiglieria in bronzo di controbattere efficacemente, aveva fornito la risposta definitiva sia alle apprensioni di Alfred che al residuo scetticismo dello stato maggiore prussiano.

Difronte al tragico spettacolo del massacro del proprio esercito Napoleone III ed i suoi generali avevano rimpianto amaramente di aver fatto sfumare, per la seconda volta, nel 1868 un consistente ordine di acquisto di cannoni Krupp. Anche i parigini assediati avevano espresso quello stesso rimpianto. Senza subire alcun danno, le batterie Krupp posizionate sull’altura di Châtillon alle porte di Parigi avevano frantumato bastioni e fortezze, divelto trincee ed abbattuto palazzi, vanificando ogni tentativo di resistenza.

L’umiliante sconfitta francese aveva inaugurato l’era dell’impiego bellico dell’acciaio.

Nel volgere di qualche decennio la fiorente fabbrica di Essen si trasformò in un impero economico senza precedenti.

Durante il conflitto franco-prussiano il numero dei kruppianer aveva raggiunto quota diecimila, poi sospinto da nuovi ordini provenienti da tutto il mondo, dall’impero cinese a quello turco, dal Siam a Cile, continuò a crescere senza subire né flessioni, né battute d’arresto. Investendo larga parte dei suoi ingenti profitti nel continuo ammodernamento degli impianti ed avvalendosi della collaborazione di tecnici geniali, Alfred fece della sua azienda la principale protagonista della corsa agli armamenti della Belle Époque. Seppe offrire al mercato cannoni sempre più potenti, precisi e devastanti per soddisfare le necessità belliche anche dei governi più esigenti, come quello della Germania unificata che non intendeva a nessun costo perdere la supremazia militare appena conquistata sulla Francia.

Dopo la débâcle francese il gigantismo della Krupp si manifestò in varie forme. Nel 1878 Alfred inaugurò a Meppen, nella provincia di Hannover, un poligono di tiro che non aveva eguali al mondo: circa cinque chilometri di larghezza per una quindicina di lunghezza. Il vasto terreno, ottenuto con l’acquisto di oltre centoventi appezzamenti, era disseminato di torri di osservazione e di bunker a prova di bomba da cui teste coronate, primi ministri ed ufficiali di stato maggiore potevano, sorseggiando champagne, guardare con i loro occhi i prodigi distruttivi dell’acciaio Krupp.

Per stupire i suoi potenziali clienti Alfred sentì il bisogno di dotarsi anche di una dimora degna del “re dei cannoni”. Non lontano da Essen, a Bredeney, scelse una collina affacciata sul fiume Ruhr come luogo ideale in cui edificare il castello in pietra di Chantilly ed acciaio da lui stesso progettato. Attorniata da un parco di oltre ventotto ettari, Villa Hügel, dall’indefinibile stile architettonico, si compone di circa trecento stanze su di una superficie di oltre ottomila metri quadrati. A testimonianza del legame intimo con la dinastia regnante, Alfred fece predisporre all’interno della villa anche un sontuoso appartamento riservato al kaiser in occasione delle sue visite.

L’ostentazione di un lusso principesco a Villa Hügel non spinse tuttavia Alfred a voler dimenticare o nascondere l’umiltà delle proprie origini. Fece della Stammhaus, la modesta casetta di legno, posta all’interno della fabbrica, in cui era cresciuto ed aveva assistito alla morte del padre, una sorta di monumento celebrativo alla perseveranza che doveva servire di incoraggiamento ai suoi discendenti ed ai suoi operai.

Oltre ai moniti all’umiltà ed alla tenacia, i kruppianer ricevettero anche più concrete ed apprezzate attestazioni di benevolenza. Alfred finanziò la costruzione di casette indipendenti capaci di ospitare oltre seimila persone. Volle che in questi nuovi quartieri di Essen accanto alle abitazioni sorgessero scuole, chiese, locali di ricreazione e negozi.

Alla morte di Alfred nel 1887, la guida dell’impero Krupp, che contava ormai più di ventimila dipendenti ed un fatturato pari al bilancio di un piccolo stato, passò nelle mani di suo figlio Friedrich Alfred, detto Fritz. Fino all’adolescenza era cresciuto lontano dal padre, sballottato tra Londra, Parigi, Nizza e le altre eleganti località di villeggiatura in cui si era rifugiata sua madre, Bertha Eichhoff, per sfuggire al clima infernale di Essen ed ancor più al carattere impossibile di suo marito. Negli anni del trionfo della Krupp, dopo la sconfitta francese, Alfred si era riavvicinato al figlio con l’intento di forgiarlo al destino di erede della sua fortuna. Per Fritz era iniziato un lungo ed estenuante apprendistato.

Benché mostrasse fin dalla più tenera età un vivo interesse per le scienze naturali, aveva dovuto interrompere al ginnasio gli studi regolari per volontà del padre che, offuscato dalla presunzione, intendeva insegnargli più verità sul mondo e sugli uomini di quante avrebbe potuto apprenderne dai libri. Nel ruolo di unico precettore, Alfred si era sentito in dovere di tediare il giovane Fritz con i propri aforismi, imponendogli di annotarseli scrupolosamente, affinché neppure una goccia della saggezza paterna andasse perduta. Mentre il figlio riempiva quaderni interi di sentenze sui temi più disparati, Alfred non si stancava di ripetere: “Questi consigli avranno per te più valore dell’eredità in denaro”.

Soltanto l’asma di cui Fritz soffriva gli aveva offerto la possibilità di godere di frequenti periodi di vacanza lontano da Essen, al riparo dalla pedante verbosità paterna, o almeno così si era illuso. Per sua sfortuna infatti anche nella valle del Nilo o altrove erano giunte puntuali le missive paterne colme di consigli e di esortazioni a promuovere, ovunque si trovasse, gli interessi commerciali dell’azienda di famiglia. Pur in assenza di una investitura ufficiale, aveva finito per ricoprire il ruolo di “ministro degli Esteri” della Krupp, intessendo relazioni a Pechino come a Buenos Aires, al Cairo come nelle capitali balcaniche. Grazie a questi incarichi di rappresentanza, oltre che all’abitudine a dover trattare con un padre irascibile e dispotico, Fritz aveva ben presto maturato una spiccata abilità diplomatica, destinata a diventare una delle cifre del suo stile manageriale.

Friedrich Alfred Krupp

Un capolavoro diplomatico era stato nel 1882 il suo matrimonio con Margarethe von Ende. Il barone August von Ende poteva vantare un blasone antichissimo ed un seggio al Reichstag, ma nel corso dei secoli le ricchezze degli avi si erano notevolmente assottigliate. Perciò Alfred, che sognava per il figlio una ricca ereditiera dell’ambiente industriale renano, si era opposto al matrimonio. Anziché affrontare a viso aperto il veto del padre, Fritz aveva fatto ricorso alla mediazione di sua madre Bertha, che per piegare la resistenza del marito aveva abbandonato il tanto detestato tetto coniugale. Madre e figlio coalizzati avevano riportato una netta vittoria sul dispotico patriarca. Fritz aveva potuto celebrare il suo matrimonio con la benedizione, seppure a denti stretti, del padre. Dopo le nozze Bertha non aveva mai più messo piede a Villa Hügel.

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

Latest articles

Related articles

Leave a reply

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.