L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELL’IMPRESA

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Internazionalizzare l’impresa non vuol dire solo vendere in esportazione: se un cliente è italiano o estero, per l’azienda non cambia niente, tranne l’applicazione dell’IVA.

Internazionalizzare l’azienda vuol dire liberarla dalla dipendenza da un singolo ordinamento giuridico e renderla padrona di stabilirsi nel sistema più efficiente e vantaggioso.

Oggi ad es., costituire un’azienda “offshore” nello Stato di New York è facilissimo, rapidissimo e costa solo qualche centinaio di dollari.  L’azienda non paga tasse sui profitti perché queste sono pagate dai soci che ricevono utili, i quali le pagano nel loro paese di residenza.

Tutto questo è una truffa ai danni dello Stato? Se sì, allora perché il Governo italiano non accusa il Governo dello Stato di New York di truffa? Perché costui manderebbe al diavolo il Governo italiano, rispondendo che esso applica una sua norma sovrana nel rispetto del GATT, dei TRIPs e di tutti i trattati internazionali sul commercio.

Ora, insediare un’azienda, o risiedere, ad es., in uno degli Stati balcanici (la costa orientale dell’Adriatico la cui distanza massima è come quella tra Milano e Bologna), foss’anche in Irlanda, Olanda (ipotesi di Bulgari) comporta i seguenti vantaggi.

  • Le tasse sul reddito sono al 10%; per investimenti superiori a 3 milioni di Euro c’è esenzione quinquennale.
  • Oneri sociali: 16%
  • La libertà di circolazione di merci e capitali è assoluta perché tutti gli Stati aderiscono all’OMC.
  • Accesso ai finanziamenti disponibili come fondi europei, quelli per l’accesso all’Unione,  fondi nazionali d’incentivo, quelli delle banche commerciali e d’investimento locale, più gli interventi dei Fondi Sovrani, che in Italia non vengono più da qualche tempo, se mai sono venuti.
  • Disponibilità di manodopera piena e qualificata
  • Possibilità di vendere in Italia massima, come da affermazione sub c).

Per chi è raccomandata l’internazionalizzazione?

In sostanza per tutti:

  • Studi professionali
  • Ditte individuali
  • Società personali
  • Società mutue o cooperative
  • PMI agroindustriali, artigianali, commerciali, di servizi.
  • Grandi imprese.
  • Quanti hanno bisogno di aria nuova per il proprio lavoro.

Alle aziende, che abbiano particolari motivi legati al territorio o all’impossibilità di rilocare la loro attività produttiva, si può consigliare di creare una sede operativa (nuova ragione giuridica, oppure costituzione di ramo d’impresa a contabilità separata), che diventa “centro di profitto” e lasciare in Italia la pura produzione, che diventa “centro di costo”. L’azienda italiana produce per il suo centro di profitto, che avrà il solo scopo di fatturare e maturare profitti in un sistema molto più conveniente per l’impresa.

Si può costituire, ad es., una nuova ragione giuridica o un ramo d’impresa in Croazia, Albania, Montenegro, continuando a vendere ai propri clienti italiani, oppure esteri, gli stessi prodotti di sempre. Si paga solo il 10% di tasse sul reddito e nessuna IVA, perché il bene è considerato d’esportazione dove non insiste l’IVA comunitaria. Quindi, se un produttore aggiunge un semplice guadagno del 10% sui suoi costi, ha un utile netto dell’8%.

E’ cosi difficile da capire questo concetto su cui ogni impresa (manifatturiera o professionale) dovrebbe orientarsi? L’operatore può aprire anche solo un ufficio commerciale, con sede giuridica presso una società di servizi, che gli mette a disposizione commercialista, avvocato e quant’altro serva, in modo tale che la sua azienda italiana funga da “centro di costo” e quella estera come “centro di profitto”. Il centro di profitto può essere gestito a distanza, così come i suoi conti bancari. In questo modo il prezzo finale del prodotto può essere ridotto fino al 50%. Il centro di costo spedisce al cliente e fattura al centro di profitto. Il centro di profitto fattura al cliente. Tutto questo è perfettamente “secundum legem”. L’Agenzia delle Entrate può dire e fare tutto quello che vuole. Se lo fa, è lei “contra legem” dal momento che queste sono disposizioni lecite, perché previste (secundum legem), o lecite perché non ritenute illecite (praeter legem).

Orbene, mentre nei principali ordinamenti giuridici tutto ciò che non è proibito, è lecito, in quello italiano si pretende che quanto non è espressamente autorizzato, sia proibito.

Questa è un’aberrazione giuridica tipica italiana in contrasto con la normativa dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e dell’Unione Europea, due organismi cui l’Italia aderisce a pieno titolo. Pertanto, per ogni azienda internazionalizzarsi è un “dovere” di sana e corretta amministrazione e non un tentativo di evasione fiscale. Scopo dell’azienda è essere efficiente, non pagare tasse ad un sistema inefficiente.

Non conosco minimamente i dettagli dell’operazione “Bulgari”, se davvero l’azienda sia stata pignorata perché ha operato per internazionalizzarsi, quindi non mi pronuncio, ma mi chiedo: se un’azienda non guadagna quanto lo Stato impone di guadagnare, viene accusata di elusione fiscale? Queste sono cose da pazzi o da ladri?

15 marzo 2013

Enrico Furia

www.aneddoticamagazine.com

 

 

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