L’epopea degli sfollati nella II guerra mondiale.

Fatti e testimonianze di una tragedia poco conosciuta

Una tragedia senza voce, che gli storici hanno sempre ignorato: l’epopea degli sfollati garfagnini durante la II guerra mondiale. Un dramma che vide migliaia di garfagnini, toscani e anche persone da molte altre zone d’Italia rifugiarsi sulle nostre montagne per sfuggire agli incessanti bombardamenti alleati e agli orrori della guerra. I dati raccolti portano numeri spaventosi, ma le situazioni erano ancora peggiori, la fame e le malattie la facevano da padrona, ed ecco allora le emozionanti testimonianze di chi al tempo abbandonò la propria casa, i propri averi e talvolta i propri cari per trovare riparo altrove…

 

La definizione che da il vocabolario della parola “sfollato” è netta e precisa, non lascia ombra di dubbio sul significato di questo termine: “Persona che ha dovuto abbandonare la propria residenza o il proprio centro abitato a causa di una guerra, di una calamità naturale o per motivi di sicurezza”. Ad oggi, o perlomeno dagli ultimi dati aggiornati di fine 2017 dall’Unchr (l’agenzia della Nazioni Unite per i rifugiati) gli sfollati nel mondo sono circa 68 milioni. Solo nel 2017 le persone costrette a fuggire di casa a causa di guerre e persecuzioni sono state più di 16 milioni, un numero enorme che (spiega l’O.N.U) equivale a 44.500 persone sfollate al giorno o una persona sfollata ogni due secondi. A pesare sul numero delle persone in fuga lo scorso anno sono stati in particolare la crisi nella Repubblica Democratica del Congo, la guerra in Sudan e il trasferimento in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati di persone di etnia rohingya provenienti dal Myanmar.

Agenzia delle Nazioni Unite per il rifugiato

Luoghi ed esseri umani lontani questi, di cui forse nemmeno conosciamo il nome del loro Paese di provenienza o della loro etnia, eppure anche noi italiani siamo stati “sfollati”, anche noi abbiamo conosciuto l’oltraggio e il dolore di lasciare la propria casa, le proprie abitudini per rifugiarsi altrove. Sono passati più di settanta anni da quei giorni, quando la seconda guerra mondiale travolse con una violenza massiccia centinaia di migliaia di civili. Moltissime città furono distrutte dai bombardamenti incessanti, la popolazione era sconvolta dalla paura e dall’avanzata di due eserciti contrapposti, la gente oramai era ridotta alla fame, costretta a vivere ammucchiata in ricoveri di fortuna o ancora peggio costretta a spostarsi verso zone ignote. Questi sono gli sfollati della seconda guerra mondiale, un numero elevato, più di due milioni di italiani, di donne, di bambini, anziani, uomini inadatti all’uso delle armi, vissero un’esperienza al limite dell’esilio, colpita dall’umiliazione e dalla privazione degli affetti più cari. Una tragedia senza voce e nonostante l’importanza di questo fenomeno, gli storici non hanno mai voluto approfondire questo argomento che segnò per sempre la vita di molti. Ad oggi ci rimangono però le testimonianze di coloro che vissero questa tragedia, ci rimangono le parole di molti garfagnini che vissero sulla propria pelle questo dramma. La Garfagnana fu infatti una delle zone più colpite da questi avvenimenti; la morfologia delle nostre montagne  era l’ideale per fornire rifugio e riparo dalle bombe e dalle violenze della guerra, la nostra terra non fu in realtà ricovero per i soli garfagnini, ma per moltissima altra gente che proveniva dalle città di tutta la Toscana e da molte altre zone d’Italia.

Castelnuovo Garfagnana bombardata

La situazione di fatto cominciò a peggiorare drasticamente a partire dal 1943, quando in molte città iniziarono i bombardamenti più insistenti, molte persone presero la decisione di fuggire in Garfagnana in cerca di un rifugio e di una relativa tranquillità, non sospettando poi di rimanere intrappolati in una morsa letale, di li a pochi mesi il fronte si attesterà nella valle, americani e tedeschi si affronteranno senza esclusione di colpi sulla celeberrima Linea Gotica. Nel corso del 1944 proprio sulla base di questi eventi bellici tutta la provincia fu presa dal panico totale quando si profilò l’intenzione di uno sfollamento generale di tutta la popolazione. Trecentosessantamila civili si sarebbero dovuti spostare per destinazioni ignote per far combattere liberamente i due eserciti, il piano non fu poi attuato per la difficoltà dell’operazione, ma la cosa non cambiò di molto se gli sfollati nel novembre ’43 a Castelnuovo erano già 676, provenivano non solo dalle città vicine come Lucca, Firenze, Livorno, Pisa e La Spezia ma da altre città della penisola come Roma, Torino, Cagliari, Bolzano, Varese, Verona. Ma anche gli stessi castelnuovesi abbandonarono la loro cittadina, rendendola letteralmente un  paese fantasma, la popolazione lasciò le case e i propri beni in cerca di riparo nei paesi ritenuti più sicuri, alloggiando presso parenti o amici, ma non mancò chi anche trovò riparo in metati, capanne, chiese, gallerie ferroviarie o addirittura nelle grotte:- Tutti fuggono dalle loro case– scrisse Don Gigliante Maffei, parroco di Torrite- lasciando lauta preda agli ottimi predoni tedeschi e agli sciacalli italiani che si fanno spie e traditori del poco bene nascosto dai castelnuovesi sfollati-.  Il commissario prefettizio Guerrini nell’agosto 1944 denunciava già un emergenza umanitaria in tutta la Garfagnana:- …terminate tutte le scorte di viveri e di denaro, al momento non si può fronteggiare la situazione. Mancano viveri (il prodotto della farina dolce, l’unica risorsa della zona, anche quest’anno è rimasto minimo perchè danneggiata dal maltempo), vestiario, specialmente calzature e fondi liquidi per sussidiare i meno abbienti. A quanto sopra si aggiunga una forma epidemica tifoidale…-.

Oltre 600 sfollati erano giunti anche a Castiglione, provenienti per la maggioranza da Livorno e Viareggio, gran parte di questi erano nullatenenti, la stessa amministrazione comunale cercava di fare il possibile per aiutare la popolazione e gli sfollati, il reperimento del cibo come visto era problematico, trovare le medicine per gli ammalati era quasi impossibile. Nel resto della valle la situazione era identica, pure a Gallicano e a Sillano gli sfollati erano più di 600, 55 a Vergemoli, a Molazzana svariate decine. A Giuncugnano il comune metteva a disposizione degli sfollati stessi 25 case, insomma, si calcola che fra il 1943 e il 1944 in Garfagnana vi siano stati stabilmente circa 5.000 rifugiati. Come detto a memoria di tutto questo rimangono ancora vive le testimonianze indimenticabili che ha raccolto Tommaso Teora nel suo bel libro “Storie di guerra vissuta”.
Lei è Tagliasacchi Teresa di Castelnuovo Garfagnana al tempo era una ragazza di diciassettenne anni e viveva con la sua famiglia in località i “Ceri” nei pressi della cittadina. Così racconta di quel periodo:
Tutto rimase tranquillo fino a quel 2 luglio ’44 quando Castelnuovo fu martoriata dai bombardamenti alleati.

Castelnuovo. Porta Castracani dopo il bombardamento

Arrivarono così nella località molti sfollati da Castelnuovo, credendo che in campagna fossero più al sicuro. La capanna e il metato furono completamente occupati dalle famiglie Lenzi, Vangi, Tolaini, Mazzei e dagli zii da parte di mio padre, in tutto eravamo una quarantina. Abbiamo vissuto con i bombardamenti aerei continui finchè ad ottobre cominciarono a piovere cannonate anche da Barga. Verso i primi di novembre una di queste colpì l’angolo della capanna. Erano circa le 18. Purtroppo dentro c’erano i Vangi ed i Tolaini. La moglie dell’Umberto Vangi fu colpita ad un braccio da una scheggia ed i due figli maschi più grandi furono feriti e portati in ospedale…Purtroppo perirono entrambi il giorno dopo…– e il terribile racconto continua:- La paura fece scappare tutti gli sfollati che se ne andarono verso le Piane di Cerretoli. Rimanemmo solo noi ed i parenti-
Nel dicembre ancora una cannonata colpì la casa di Teresa e pochi giorni dopo, l’ennesimo colpo di cannone scoppiò ad una quarantina di metri dall’abitazione, questo fece desistere ogni speranza di rimanere in casa, così la famiglia Tagliasacchi eccetto padre e zio e nonni fuggì

– Mentre salivamo con la neve verso “Buggina”, fu lanciato un bengala e ci fermammo tutti, nascondendoci contro una cisterna dell’acqua. Finito il chiarore si ripartì. Sostammo in una capanna già occupata nella parte superiore da molti sfollati, noi ci sistemammo di sotto dopo aver steso il fieno in terra, dove il bestiame non c’era più, ma c’era un gran freddo. Il giorno dopo vedemmo arrivare mio nonno, portato con una barella improvvisata, perchè infermo e mia nonna trasportata a spalla. Il babbo e lo zio erano rimasti ad accudire le bestie. Nel frattempo gli uomini scavarono un rifugio vicino alla casa, aiutati da Decimo Lunardi, esperto di scavi perchè aveva lavorato in galleria. Fecero un bel rifugio con pali e tavoloni di circa dieci metri. Tornammo tutti a casa quando finì il conflitto-.
Significativo e spaventoso è anche il ricordo di Tognocchi Ivana classe 1930 di Brucciano (comune di Molazzana), all’epoca viveva con la sua famiglia nella casa dove ancora abita:
– Già nel 1943 arrivarono in paese tanti sfollati da Pisa e da Livorno, poi in seguito nel 1944, anche quelli da Castelnuovo e Gallicano. Quando iniziarono a piovere le cannonate da Ghivizzano e da Barga, i primi giorni dell’ottobre ’44 cominciò la paura. Ce ne andammo in casa dei nonni paterni, dove internamente c’era anche una grotta, insieme ad altri parenti; eravamo circa una ventina. Il 22 ottobre verso le 22 vedemmo arrivare Don Pietro Dini accompagnato da due o tre soldati tedeschi con il mitra spianato, che ci disse: “Bisogna partire tutti”. Rimasero in paese solo le persone anziane, mio zio Renato e mio padre, che dovevano accudire i nonni e le bestie-

Sfollati. Madre e tre figli

Tutti i rastrellati furono così portati a Castelnuovo a Palazzo Pierotti, alcuni fuggirono lungo le canale dello stabile e gli altri attesero il loro destino. La mattina seguente gli sfollati furono tutti portati al Poggio, li identificati e poi tutti rilasciati. Da questo momento per la famiglia Tognocchi comincerà un lungo esilio prima di tornare a casa:
– Da qui in tanti decisero di andare con il prete a Corfino, noi invece decidemmo di andare a Sillicano, dove mia zia Marianna, maestra elementare di Gallicano, conosceva il parroco Don Aurelio Ricci. Arrivammo a buio in canonica trovammo altre persone, eravamo una quindicina. Il sacerdote ci accolse con carità e siamo rimasti li per tre o quattro giorni, dopodichè si decise di tornare a Brucciano-

Sfollati in fuga

A Brucciano non arriveranno poichè il paese era in mano ai tedeschi. Il lungo peregrinare continuò prima sostando diversi giorni a Eglio dai genitori di una vicina di casa, poi di li a Calomini da una conoscente che li accolse in casa, dopodicè i Tognocchi ripartirono, destinazione Gallicano, accolti da un cugino della mamma di Ivana, li rimasero fino al bombardamento del paese il 28 dicembre. Presi dalla paura fuggirono ancora e arrivarono a Valico di Sotto dove rimasero fino alla fine della guerra. Ecco ancora dalle parole di Ivana il tragico epilogo di questa storia:
– Alla fine di aprile ’45 siamo tornati in Sant’Andrea (n.d.r:località di Gallicano) dal cugino di mia madre. Purtroppo in quel lasso di tempo, dopo varie interrogazioni a parecchie persone, alle quali chiedevamo notizie di mio padre e di mio zio, venimmo a sapere della loro morte- 
Ivana continua a raccontare così la morte del padre, che nell’intento di superare il fronte…: -Arrivati in “Selva Piana”, località sopra il Ponte di Campia, mio padre calpestò una mina e fu sventrato, lo zio morì poco dopo dissanguato-.
Orrori, tragedie, drammi e mortificazioni che solo una guerra può dare, ed ecco allora che nel 2004 in una Giornata Mondiale delle migrazioni a monito per l’intera umanità riecheggeranno per sempre le parole di Giovanni Paolo II : “Costruire condizioni concrete di pace, per quanto concerne i rifugiati, significa impegnarsi seriamente a salvaguardare innanzitutto il diritto a non fuggire dalle proprie case, a vivere cioè con pace e dignità nella propria Patria”.



 

 

 

 



Bibliografia:

  • Rapporto annuale 2017 “Global Trends Forced Displacement”, Unhcr (United Nations Commission for Refugees)
  • “Dal fascismo alla resistenza. La Garfagnana tra le due guerre mondiali” di Oscar Guidi, edito Banca dell’identità e della memoria, anno 2004
  • “Storie di guerra vissuta. Garfagnana 1940-1945” di Tommaso Teora, edito da Tra le righe Libri, anno 2016
Fonte:
  • Rai Storia “Sfollati Italiani della seconda guerra mondiale” con Silvia Salvatici, Chiara Chianese
Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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