Leggende, segreti e benedizioni. Quando gli animali erano veramente importanti

Era già più di un’ora che dalla cima del poggio stavo ad aspettare.

Il “mi” babbo, m’aveva detto di stare li ad aspettare buona, buona e attenta, intanto lui  e gli zii erano a metter a posto la stalla, a spalare il letame e a dare una pulita alla bella meglio allo stallino del maiale, mentre la mamma e la “mi” sorella erano a dare una spazzata al gallinaio e a metter paglia nuova alle conigliere. In fondo a me stava bene anche così, m’era toccato il lavoro più leggero: sdraiata sulla “poggetta” al sole, a mirar la strada, ad aspettare Monsignore.

D’altronde è giusto così, a primavera la benedizione è dei cristiani, ma oggi è Sant’Antonio e la benedizione tocca agli animali“. Queste parole della Beppa mi sono rimaste sempre impresse nella mia memoria, fin da bimbetto, e il parallelismo fra “cristiani” e animali centra perfettamente l’importanza fondamentale di quest’ultimi. In una cultura contadina come quella garfagnina la cura dell’animale era una seria fonte di preoccupazione, quasi si trattasse proprio di uno dei membri della famiglia, perdere un’animale sarebbe stato un danno irreparabile per la famiglia. Nella maggior parte delle nostre famiglie esistevano in genere almeno una mucca, un bue, utilizzati per il reperimento delle risorse alimentari e per il lavoro nei campi, non mancavano nemmeno le pecore e tanto meno il maiale, le cui carni (conservate) avevano un apporto proteico nei duri inverni garfagnini di una volta. Insomma rappresentavano un’elemento irrinunciabile, ogni famiglia da loro traeva elementi necessari per la sopravvivenza: carne, latte, formaggi, uova, burro e lana. Capirete voi allora del perchè anche loro avevano bisogno di protezione divina, proprio come gli uomini, e se per noi umani e la nostra casa era la Pasqua il momento della benedizione, per gli animali e per le stalle il giorno preordinato era il 17 gennaio, il giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, protettore degli animali domestici. In quel giorno il prete faceva proprio come nei giorni che precedevano la Pasqua, invece di girare casa per casa, in quella data andava stalla per stalla ad impartire benedizioni a destra e a manca e proprio come si faceva (e come si fa ancora oggi)per la visita del prete, era l’occasione per un’accurata pulizia delle case.

All’epoca, la stessa cosa veniva fatta con le stalle che in quel giorno venivano tirate a lucido (fin dove si poteva). In altri casi per agevolare la vita al parroco, gli animali venivano portati a benedire nella piazza principale del paese, il sacerdote poi gli avrebbe reso grazia con una formula vecchia di secoli: “O Dio creatore fonte di ogni bene,che negli animali ci hai dato un segno della tua provvidenza e una compagnia nella fatica quotidiana, per  intercessione di S. Antonio Abate fa’ che in un armonioso rapporto con la creazione, impariamo a servire e amare te sopra ogni cosa”. Non sarebbe mancata poi l’occasione di un ritrovo e di un convivio contadino, un momento dove poter festeggiare mangiando e bevendo con dei vecchi amici, fare affari e comprare qualcosa per la casa. Ecco, come nacquero le fiere che si svolgono proprio il 17 gennaio.

D’altro canto non poteva che essere Sant’Antonio il protettore degli animali domestici, dato che prima di cominciare la carriera di Santo il suo lavoro era il “porcaio”, infatti spesso nelle iconografie è rappresentato con un maialino ai piedi, quel maialino che non lo volle nemmeno abbandonare quando il santo fece visita all’inferno. Era un giorno freddissimo e Antonio, che aveva portato i maiali fuori a mangiare, cercò proprio all’inferno un luogo caldo dove ripararsi. I diavoli avendolo conosciuto non lo vollero far entrare, ma un vivace maialino s’intrufolò in uno spiraglio della porta aperta degli inferi, immaginate voi lo scompiglio, correva in ogni angolo e metteva sottosopra ogni cosa, i demoni erano disperati non riuscivano ad afferrarlo e disperati chiesero l’intervento del Santo. Egli entrò e proprio come il fidato porcellino anche Antonio cominciò a tormentare i diavoli, facendoli inciampare con il suo bastone, indispettiti i demoni gli strapparono il bastone di mano e lo gettarono nelle fiamme, allora l’animale cominciò a fare confusione più che prima, a quel punto Antonio disse che avrebbe fatto quietare il suo fidato compagno solo se gli fosse stato restituito il suo bastone. I diavolacci lo accontentarono, ma il santo appena tornato nel mondo dei vivi cominciò a roteare il suo bastone in area come se stesse benedicendo, le scintille volarono da tutte le parti accendendo falò in ogni dove, da quel giorno per l’uomo fu il fuoco.

Ma chi fu davvero Antonio? Era un egiziano del III secolo a.C che prima di convertirsi al Cristianesimo era un ricco nobile. Un bel giorno però, dopo che negli anni ne aveva combinate di ogni colore, mise in vendita ogni suo bene e abbandonò ogni agio, si ritirò in eremitaggio nel deserto di Tiberiade facendo voto di castità e povertà, fu qui in questo luogo che fu tentato più e più volte dal Diavolo che gli apparve sotto forma di maiale e in effetti è proprio questo episodio che fa si che il Santo venga rappresentato con il maiale: in questo caso il maiale, essere immondo, rappresentava il diavolo sottomesso da Sant’Antonio.

A partire dal XII secolo il maiale venne “redento”, quando fu concesso ai fraticelli antoniani il privilegio di allevare questi animali. Nei pressi dei loro monasteri non mancava mai nè un mattatoio e nè un ospedale….vediamo il perchè. Nelle città dove erano presenti i religiosi ci si lamentava del fatto che i maialini andassero beatamente liberi per le strade, i comuni vietarono la circolazione, bisognava però salvaguardare la loro integrità fisica visto che la proprietà era degli Antoniani stessi. I frati infatti dagli animali ricavavano succulenta carne, ma soprattutto del loro grasso facevano unguenti e balsami, da usare negli ospedali da loro gestiti, questi rimedi erano perfetti per guarire da delle dolorose piaghe: l’herpes zoster, ovvero il fuoco di Sant’Antonio. Allora guai a toccare un maiale degli Antoniani, il Santo si sarebbe vendicato colpendo lo sventurato con la stessa malattia. Proprio al solito periodo risale la nascita della tradizione di benedire gli animali, i maiali soprattutto, destinati oltre che a riempire la pancia dei frati, ad alleviare le sofferenze dei malati, con tale benedizione “le bestiole” venivano preservate da ogni epidemia. Con il passare del tempo la tradizione si consolidò e i fraticelli quando andavano per le campagne a chiedere offerte per il convento si facevano accompagnare da un suino tenuto da una cordicella, aspergendo poi ad ogni offerta dei devoti acqua santa anche sugli animali dei pii contadini. Le meraviglie non finiscono qui ed un’ennesima leggenda, conosciuta anche in Garfagnana, ci racconta proprio che ogni 17 gennaio gli animali avranno facoltà di parola; i contadini si tenevano però lontani dalle stalle perchè udire gli animali conversare sarebbe stato segno di cattivo auspicio… Peccato!.. chissà le cose che ci direbbero…

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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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