L’ECONOMIA DI RAPINA DELL’IMPERO ROMANO

La guerra di conquista

Una guerra di conquista, anche nel mondo antico, innanzitutto era una grande impresa commerciale:

faceva affluire ricchezze dalle città saccheggiate ed apriva nuovi mercati.

Il ricavato del saccheggio finiva in parte nelle casse dello stato,

in parte veniva distribuito come ricompensa agli ufficiali ed ai soldati,

i quali lo rivendevano ai mercanti che seguivano le campagne militari e nelle retrovie svolgevano

i loro traffici acquistando e smistando oro, armi, suppellettili e prigionieri.

Le grandi città greche e orientali fruttarono ai Romani bottini di valore enorme.

Lucio Mummio, il generale che distrusse Corinto nel 146 a.C.,

organizzò sul luogo stesso un’asta dei tesori predati:

per una rappresentazione del dio Dioniso il re Attalo di pergamo arrivò ad offrire 600.000 denari

(con questa somma si potevano acquistare 200 kg. d’oro oppure 10.000 buoi).

Che per un’opera d’arte si potesse pagare una cifra del genere era incredibile per un romano

e Mummio se ne meravigliò a tal punto che, sospettando nell’opera una qualche virtù magica,

la fece ritirare dalla vendita. Questo episodio è significativo in quanto,

da una parte rivela la mentalità dei condottieri romani che non conoscevano ancora il valore economico

delle opere d’arte, dall’altra ci dà un’idea di cosa potesse significare in termini di ricchezza

il saccheggio di una città.

Possiamo quindi affermare che le guerre di conquista ed il successivo sfruttamento delle province

migliorarono talmente le condizioni di vita dei cittadini romani che, a partire dal 167 a.C.,

essi furono esonerati dal tributo: ormai nessuno di loro avrebbe più pagato le tasse.

I privilegiati

Furono soprattutto due categorie privilegiate a raccogliere i frutti delle conquiste romane:

i senatori ed i cavalieri.

Venivano chiamati cavalieri (equites) coloro che in battaglia militavano nella cavalleria

ed appartenevano all’ordine equestre, al quale potevano essere iscritti soltanto cittadini

che disponevano di un reddito molto elevato.

L’importanza dei cavalieri era andata crescendo con l’estendersi delle conquiste.

Lo Stato romano in questo periodo non aveva un’organizzazione tale che gli consentisse di amministrare

direttamente le province: non aveva, cioè, quelle decine di migliaia di impiegati e funzionari

di cui qualsiasi stato moderno ha bisogno per funzionare.

Per questo il governo affidava “in appalto” tale compito a privati cittadini, i cavalieri appunto,

che, utilizzando propri schiavi e dipendenti, si occupavano della riscossione delle tasse,

dello sfruttamento delle miniere e di tutti gli altri beni di proprietà pubblica

e ne traevano grandi guadagni. Ma gli interessi economici dei cavalieri non si limitavano ai grandi appalti

statali: l’ordine equestre era, in complesso, un ceto d’affaristi, di speculatori, d’imprenditori commerciali

ed anche di proprietari terrieri.

Anche i senatori trassero grandi profitti dall’espansione militare romana.

Le grandi conquiste fecero affluire nelle loro terre decine di migliaia di schiavi:

erano i prigionieri di guerra, venduti in quantità enorme in tutta Italia.

Essi rappresentavano una manodopera ideale:

non ricevevano salario e non erano soggetti al servizio militare,

che li avrebbe allontanati dal lavoro dei campi.

La rovina dei piccoli proprietari

Di fronte alla concorrenza delle grandi aziende agricole possedute dai senatori e dai cavalieri

in cui lavoravano centinaia di schiavi, le piccole fattorie non avevano nessuna possibilità di sopravvivere.

Il contadino che coltivava un modesto podere era costretto ad assentarsi anche molti anni

per partecipare alle spedizioni militari.

La sua fattoria, già incapace di competere con la grande azienda agricola,

subiva danni gravissimi proprio a causa della sua assenza.

Carico di debiti, il contadino non aveva spesso altra soluzione che quella di svendere il proprio campo

ai grandi proprietari e trasferirsi a Roma con tutta la famiglia,

sperando di trovare in città qualche espediente per vivere.

Dell’Italia di quegli anni Tiberio Gracco nel II secolo a.C. disse:

Le belve che abitano in Italia hanno una loro tana, hanno un giaciglio su cui riposare.

Ma chi combatte e muore per l’Italia ha solo aria e luce e basta. Senza casa, senza residenza fissa, vagano con moglie e figli; e i generali li ingannano questi soldati quando, al momento di combattere,

li incitano a difendere dal nemico il focolare domestico e la tomba degli avi;

nessuno, infatti, di questi romani che sono tanti, ha un altare o un sepolcro di famiglia!

E’ solo per il lusso e la ricchezza degli altri che essi combattono e muoiono.

E sono chiamati padroni del mondo, quando non hanno una zolla di terra che sia loro.

I Gracchi

Tiberio Gracco discendeva da una famiglia plebea diventata nobile sin dalle prime lotte per aprire

alla plebe l’accesso alle magistrature della Repubblica.

Tra i suoi antenati si contavano nobili e pretori; sua madre, Cornelia, era figlia di Scipione Africano,

il vincitore di Annibale.

Tiberio era stato allevato in un ambiente raffinato e colto,

dove si credeva nei principi della libertà e dell’uguaglianza di tutti i cittadini.

Racconta uno storico antico che Tiberio da giovane fece un viaggio in Etruria,

credendo che quella fosse una terra popolosa e fiorente, una terra di contadini fieri e laboriosi,

tra le più ricche d’Italia. Ma i suoi occhi non videro nulla di tutto questo:

intorno alle case coloniche disabitate e cadenti pascolavano le pecore;

in lontananza tintinnavano le catene degli schiavi.

Ovunque la grande proprietà (che i Romani chiamavano latifondo) aveva scacciato i piccoli proprietari.

In quel momento Tiberio Gracco avrebbe deciso di dedicare la sua vita alla politica,

ma dalla parte della plebe.

Tiberio fu eletto Tribuno della plebe nel 133 a.C.

Immediatamente propose e fece approvare dai concili della plebe una legge agraria.

Questa riguardava l’ager publicus, cioè le terre dello Stato che nel corso dei secoli erano state affittate

ai cittadini romani perché le coltivassero:

Secondo la legge romana, chi aveva ricevuto una quota di agro pubblico

non poteva assolutamente cederla ad altri.

Invece, col passare del tempo, i piccoli contadini le avevano cedute a prezzo irrisorio ai grandi proprietari,

i quali se ne erano accaparrate così enormi estensioni.

La proposta di Tiberio era un duro colpo al latifondo e agli interessi dei ricchi.

Nessuno, diceva la legge, avrebbe potuto possedere più di 1000 iugeri (250 ha – 500 acri)

di agro pubblico; il rimanente sarebbe dovuto tornare allo Stato che l’avrebbe diviso tra i poveri.

Questi ultimi sarebbero così tornati a coltivare i campi, ricostituendo quel ceto di piccoli e medi contadini

che aveva rappresentato la vera forza di Roma nei secoli precedenti.

Quanto alla capitale, essa si sarebbe svuotata di quella massa di poveri diseredati

che minacciava di esplodere da un momento all’altro.

L’iniziativa del giovane ed audace tribuno preoccupò molto i ricchi, che si prepararono alla reazione.

Quando nel 132 Tiberio fu eletto per la seconda volta, essi scatenarono un tumulto:

il tribuno fu assassinato, il suo corpo gettato nel Tevere,

e poco dopo furono giustiziati i suoi più fedeli seguaci.

Gli avversari si giustificarono dicendo che Tiberio voleva diventare re di Roma.

Tiberio aveva un fratello di nome Gaio, nove anni più giovane di lui.

Come spesso accade nella storia, le ingiustizie subite in famiglia spingono i parenti a proseguire l’azione

e gli ideali del familiare colpito. Così fu anche per i due Gracchi.

Ma Gaio fu più audace e deciso del fratello.

Eletto tribuno della plebe nel 123 e confermato nel 122,

fece approvare alcune leggi di grande importanza politica e sociale:

  1. Una legge frumentaria, che stabiliva la vendita di frumento a prezzi bassi alla plebe romana,

    consentendo così di sfamarsi alla grande massa di nullatenenti che popolava la città.

  2. Una nuova legge agraria, che riproponeva integralmente il testo di quella di Tiberio.

  3. Una legge giudiziaria, che cercava di dividere i senatori dai cavalieri,

    contrapponendo gli uni agli altri. E’ importante comprendere il meccanismo di questa legge

    per poter valutare pienamente la grande intelligenza di Gaio Gracco.

Come governatori delle province i senatori si rendevano spesso colpevoli di corruzione.

Nel caso, però, si fossero sottoposti a processo, venivano giudicati da tribunali composti da altri senatori,

loro colleghi, e venivano quindi regolarmente assolti. Gaio Gracco affidò questi tribunali ai cavalieri,

in tal modo egli era convinto che il potere oligarchico sarebbe stato dilaniato dallo scontro

tra coloro che amministravano le province (i senatori) ed i grandi affaristi che svolgevano

in quelle stesse province i loro traffici (i cavalieri).

I primi controllavano le attività dei cavalieri, ma dovevano poi subirne il giudizio,

mentre i secondi giudicavano i senatori in tribunale,

ma erano sottoposti alla loro autorità nello svolgimento degli affari.

Si sarebbe così stabilito un intreccio di interessi, di ricatti e timori che avrebbe inevitabilmente

spezzato la forza della classe dominante e rafforzato quindi il popolo.

Ma i nemici del tribuno erano anch’essi abili e decisi: erano il fiore della aristocrazia romana.

Quando la classe al potere vuole contrastare l’azione irresistibile di un capo democratico e dei suoi seguaci,

ha a disposizione un metodo che spesso nella storia si è dimostrato efficace,

soprattutto quando il movimento popolare non è compatto.

Fa sorgere accanto ai capi riconosciuti del popolo un “uomo di paglia”,

un individuo che si presenta come sostenitore di un programma più aperto e più rivoluzionario,

che sembra voler accontentare tutti i desideri del popolo, anche i più irrealizzabili.

Questa mossa disorienta il popolo che toglie il suo appoggio ai vecchi capi

e lo riversa sul nuovo astro nascente. Così il gioco è fatto.

Privi di sostegno, i dirigenti popolari sono facile preda dei nemici.

Poco tempo dopo anche l’uomo di paglia esce di scena e la classe dominante consolida il potere

che era stato minacciato. Questa tattica fu usata con successo contro Gaio Gracco.

Di fronte alle proposte più avanzate di un altro tribuno, Livio Druso,

Gaio Gracco si trovò impreparato e la plebe non lo rielesse.

Alla prima occasione furono scatenati dei disordini che degenerarono in veri e propri scontri armati.

Il Senato convocò lo stato di emergenza, che sospendeva le garanzie costituzionali

ed affidava tutto il potere ai consoli affinché “salvassero” la Repubblica.

Il gruppo dei più fedeli seguaci di Gaio Gracco fu attaccato per strada dalle guardie mandate dal console

e massacrato. Vistosi perduto, Gaio Gracco si fece uccidere da uno schiavo.

Altri tremila dei suoi seguaci furono strangolati nelle carceri;

alle mogli fu proibito di portare il lutto.

Questa tragedia segnò il fallimento del movimento popolare.

Questo periodo di Repubblica allo sbando dura per quasi 80 anni,

e si conclude con l’instaurazione dell’impero, tra glorie, tradimenti, conquiste, uccisioni, eroismi, trionfi.

Enrico Furia

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