Le guerre puniche

E dire che le cose tra Roma e Cartagine erano iniziate piuttosto bene. Lo storico greco Polibio, ammiratore di Roma, ci riferisce di un primo trattato di alleanza tra le due città, stipulato nell’anno 509 a.C., quando i re e tutti gli etruschi erano stati cacciati da Roma da un anno. Cartagine era già la potenza egemone del quadrante occidentale del Mediterraneo. E Roma? Non era che una piccola città, circondata da popolazioni toste e bellicose, che le avevano impedito di espandersi troppo oltre lo stretto territorio di pertinenza dell’Urbe.

Ed allora, perché una grande potenza (Cartagine) sottoscrive un trattato d’alleanza con una piccola ed apparentemente insignificante città, tra l’altro in condizioni precarie di vita? Ovvio che una ragione ci sia, ed è la seguente: Roma sorge sulla riva sinistra del Tevere, fiume che segna il punto di confine per così dire storico tra l’area etrusca a nord e l’area greca a sud del Tevere. Quindi, potenziando Roma, i cartaginesi intendono creare un terzo incomodo per gli uni e gli altri. Ma perché fare ciò? Perché greci ed etruschi sono i concorrenti più pericolosi per Cartagine in quel quadrante del Mediterraneo. Dìvide et ìmpera, avrebbero poi sentenziato i romani.

Niente di nuovo sotto il sole: il gran casino in atto oggi nel medio oriente si spiega pari pari con la medesima logica dei fatti antichi. Quindi lo studio della storia antica non è un ameno passatempo, finalizzato a solleticare la nostra curiosità meravigliata (a volte): quel popolo che dimentica la propria storia, è destinato prima o poi a ripetere errori già fatti. Ma gli artefici della presuntuosa “buona scuola” di Renzi pare che questo non lo considerino.

Pyrrhus of Epirus. Museo Archeologico Nazionale – Napoli

 

All’inizio del III secolo a.C. Pirro, re dell’Epiro, imparentato con Alessandro Magno, sbarca in Italia, per fare guerra contro Roma, e si porta appresso anche degli elefanti, animali mai visti prima dai romani, che li chiamano “buoi lucani”. Perché questa iniziativa del re? A chiamarlo è stata Taranto, in rotta di collisione con Roma, ormai padrona del sud, dopo le lotte con i sanniti, tranne Puglia e Calabria. E Taranto sta proprio là. Poiché era chiaro ai tarantini che Roma avrebbe preso presto l’iniziativa, allora avevano chiamato Pirro. Costui, a sua volta, aveva interesse a venire in Italia, ambizioso com’era di mettere sotto il proprio scettro le città greche della Magna Grecia, insomma tutto il meridione d’Italia. Solo che tutta quell’area da lui ambita era sotto il controllo diretto o indiretto di Roma. Quindi guerra, con vari scontri, tutti vinti da Pirro, ma a caro prezzo (le famose vittorie di Pirro), in particolare ad Heraclea e ad Ascoli Satriano.

Le città della Magna Grecia, ed anche Taranto, non hanno alcuna intenzione di passare dal dominio romano a quello di Pirro, e, quando si rendono conto che costui mira a sottometterle, il loro appoggio si fa più precario. Pirro, allora, anche a seguito delle pesanti perdite patite in occasione delle vittorie, cambia progetto, e decide di passare in Sicilia, per cacciare i cartaginesi (che occupavano la parte occidentale dell’isola), e riunire sotto il suo scettro tutte le città siceliote, spesso di grande importanza e prestigio, come Siracusa, Agrigento, Messina, Taormina, Gela eccetera. Cerca allora di concludere con Roma la pace, per avere coperte le spalle. E manda un’ambasceria a Roma. Famosa è la scena di Appio Claudio Cieco, molto avanti negli anni, che si fa accompagnare in senato, dove avrebbe pronunciato la celebre frase: “Se Pirro davvero vuole la pace , esca prima dall’Italia!”. Capito? Dall’Italia, mica dal territorio romano. Segno che nei progetti romani c’era la conquista di tutta l’Italia. Faceva parte della delegazione di Pirro anche il suo medico personale. Si narra che abbia tentato di farsi pagare dai romani, promettendo l’uccisione del suo re in cambio di denaro. Ed i romani glielo impacchettarono e glielo rimandarono indietro incatenato, denunciandolo. Lealtà romana!

I romani non siglarono la pace, anche perché era giunta a Roma una delegazione da Cartagine: prometteva da una parte aiuto contro Pirro, e dall’altra una minaccia contro Roma, se avesse firmato la pace con lui. Temevano per i loro possedimenti nell’occidente della Sicilia (Trapani, Palermo, Marsala, Mozia), per i quali da secoli lottavano contri greci. E, per essere più convincenti con i romani, avevano mandato ad Ostia una flotta di 120 navi, guidate da Annone.

Pirro, tuttavia, passa in Sicilia. Ma anche lì, le città di origine greca (i sicelioti, mentre in Magna Grecia vi sono gli italioti, greci d’Italia) non intendono sottostare al suo potere, e presto si attenua il favore iniziale. Era partito nel 280 a.C., e nel 275 se ne dovette tornare in patria, dopo averle buscate dai romani a Maleventum, in seguito Beneventum, a mani vuote e senza il regno sognato, tentativo nel quale sperperò tesori di uomini e mezzi.

Il risultato di tutto ciò fu che Roma completò davvero la conquista dell’intera Italia meridionale, arrivando ad affacciarsi sullo stretto di Messina. Qui i secolari ottimi rapporti tra Roma e Cartagine si incrinano e infine vanno in crisi. I cartaginesi avevano favorito lo sviluppo di Roma, per creare il terzo incomodo verso greci ed etruschi. Ed ora la città nata sul Tevere metteva gli occhi sulla Sicilia, e questo divenne molto preoccupante per Cartagine.

Una piccola digressione storica, volta a suggerire l’idea che la politica nel corso dei secoli segue sempre le medesime strade. Quando Garibaldi con le sue due navi ed i poco più di mille soldati arrivò in vista di Marsala, avrebbe potuto essere facilmente annientato dalle batterie del porto. Queste però non spararono, ed i garibaldini poterono sbarcare senza eccessivi problemi. Perché non spararono? Perché – guarda caso! – c’erano alla fonda delle navi inglesi, ed i borbonici non vollero rischiare di inimicarsi l’Inghilterra, danneggiando o peggio delle navi inglesi, mai immaginando che quel pugno di matti con la camicia rossa avrebbe poi compiuto l’impresa. Le navi inglesi non stavano lì per caso, né gli inglesi fecero mancare l’appoggio diplomatico a Garibaldi. Perché? Dìvide et ìmpera: una Italia unita sarebbe stata un grosso Stato, tutto disteso nel Mediterraneo, quindi un ottimo concorrente verso Francia Austria (e Germania) e Russia, nei traffici marittimi, in cui l’Inghilterra aveva grandi interessi: canale di Suez, Cipro, Malta, Gibilterra. Londra favorì l’Italia, come Cartagine favorì Roma.

Nel 264 i romani attraversano lo stretto di Messina, ed iniziano le ostilità, che dureranno fino al 241 con vicende che si alternano, secondo uno schema più o meno tale: sulla terraferma di solito prevalgono i romani, ma sul mare i più esperti cartaginesi riescono a resistere. Il console Caio Duilio inventa i cosiddetti “Ponti corvi”, delle pesanti passarelle con uncini, mediante i quali agganciavano le navi nemiche, e poi andavano all’arrembaggio, catturandole. Vinsero due scontri importanti, al capo Ecnomo ed alle isole Egadi, ma il controllo del mare restò nella disponibilità cartaginese. Il console Atilio Regolo portò la guerra in Africa, ottenne anche dei successi, ma poi fu sconfitto, e la leggenda vuole che i nemici lo fecero morire, rotolandolo in una botte irta di punte di ferro, perché s’era rifiutato di accettare le proposte di pace puniche. Le navi da guerra avevano una punta corazzata, il rostro. A quelle cartaginesi catturate Caio Duilio lo aveva tagliato e, sovrapponendole una sull’altra, ne fece una colonna, detta rostrata. Fu sistemata nel foro, nell’area dei comizi popolari, da allora in poi denominata “Rostri”.

Le operazioni militari cartaginesi furono affidate ad Amilcare Barca, che piano piano aveva ripreso molto territorio della Sicilia. Ma, avendo i romani accresciuto il loro controllo sul mare per una migliorata capacità marinara, i rifornimenti da Cartagine diminuirono via via sempre più. Finché Amilcare non fu costretto ad arrendersi, nel 241 a.C. Per secoli i greci avevano inutilmente tentato di espellerli dall’isola, senza mai riuscirci. L’impresa toccò alla lontana ed inflessibile Roma.

Ma perché una guerra così irrimediabile? A Roma ed a Cartagine (ma anche ad Atene) la dinamica politica vede contrapposte due ipotesi di sviluppo economico, e quindi politico: quella della fazione dei proprietari terrieri, ad occhio e croce a Roma i patrizi, ed a Cartagine il gruppo di proprietari terrieri guidato dalla famiglia degli Annoni; e quella della fazione mercantile, a Roma intorno agli Scipioni, ed a Cartagine intorno alla famiglia Barca, quella di Amilcare Annibale Asdrubale. Quando a Roma ed a Cartagine prevalgono le fazioni mercantili, ecco che due imperialismi entrano in collisione: non c’è spazio sufficiente per tutt’e due. Ed allora è guerra. Poi ai soldati si raccontano storielle, come la patria, la gloria, la cattiveria del nemico, gli avi, l’onore individuale e collettivo. Così vanno più convinti ad ammazzare ed a farsi ammazzare_

Addio mia bella addio,) e l’armata se ne va,/ e se non partissi anch’io, / sarebbe una viltà.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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