Le fattucchiere ed il potere delle loro erbe

“Esaudiscimi, ti prego, e favorisci i miei propositi; ciò che io ti chiedo, dea, tu voglia garantirmelo. Le erbe, qualunque genera la maestà tua, per causa salutare affida a tutte le genti; ora, mi permetta la tua medicina”. 

Ecco, nel XV secolo sarebbe bastato che qualcuno avesse udito un’evocazione del genere per finire dritti dritti sul rogo… Finire la propria esistenza nel bel mezzo delle fiamme “purificatrici” non era solo una prerogative da affliggere alle streghe, ma in tal maniera l’orrenda morte sarebbe toccata agli eretici, ai “non convertiti” (alla religione cattolica) e a coloro che di solito pronunciavano la suddetta supplica: le “herbarie”. Di queste donne la Garfagnana ne ha sempre avute e sono convinto che ancora oggi ci sono, esistono e ancora esercitano. D’altronde la nostra valle è immersa nel verde, la natura la fa da padrona e a partire dagli Apuani per arrivare ai giorni nostri i malanni del corpo, della mente e del cuore si guarivano (forse…) con l’uso delle erbe nostrane e fu proprio a causa di questo sapere che queste garfagnine vissero tempi particolarmente duri, contro di loro ci fu una tremenda persecuzione che durò a lungo e che conobbe ben due significative ondate: una dal 1480 al 1520 e l’altra dal 1560 al 1650. Ma per ben capire l’immagine e la funzione di tali “donzelle” guardiamo chi erano le fantomatiche “herbarie”. Queste povere donne  venivano identificate generalmente con la parola “strega”.

Le autorità sia civili e religiose che dovevano giudicarle “facevano di tutta un’erba un fascio”, strega era colei che faceva sortilegi in connubio con Satana e strega era anche chi attraverso l’uso delle erbe guariva, curava e alleviava il dolore a uomini ed animali, infatti il monopolio e la gestione della conoscenza delle erbe era per la stragrande maggioranza dei casi affidata al sapere delle donne. Questa simil scienza era tramandata di generazione in generazione, da madre in figlia da tempi lontanissimi e la prima regola che veniva insegnata a loro da quel remoto tempo, era quella di capire fin da subito il grande potere delle erbe e in realtà pochi lo sapevano come queste donne, che “gli erbi” avevano tre particolari peculiarità: gli erbi nutrivano, guarivano e…uccidevano e questa conoscenza spaventava moltissimo gli uomini.

Con il trascorrere dei secoli queste guaritrici passarono dall’essere considerate sagge e rispettate, all’esser viste con sospetto, paura e superstizione, da “virtutes herbarum” a strega il passo sarebbe stato breve. In questo modo l’antico sapere diventò un nemico e uno strumento del diavolo. Era difatti per mano del demonio se queste guaritrici utilizzavano le loro erbe come analgesici, calmanti e medicine digestive, ed era sempre in virtù del maligno se così pure riuscivano a lenire le sofferenza degli uomini con altri preparati, e per la chiesa questo era inaccettabile, bisognava pregare  e… accettare il dolore. A contribuire alla loro fama di maliarde, ad onor del vero concorsero anche loro stesse, solitamente queste donne erano schive, solitarie, si potevano vedere la notte nei prati a cogliere erbe e pianticelle e poi quella cantilena e quelle invocazioni incomprensibili in ogni loro intervento certamente non le aiutava a togliersi di dosso quell’aura di mistero che le ammantava. A sostenere poi la tesi di esseri malvagi collaborarono anche le livorose donne del paese, secondo loro la causa della perdita dell’innamorato era da attribuire a queste “medichesse” e alla loro “pozione amorosa”. Furono queste le principali cause che portarono la loro popolarità e la loro reputazione al livello più basso mai esistito, tant’è che il loro elegante e importante nome di “herbarie” si mutò per sempre in quello perfido e maligno di “fattucchiera”. L’etimologia di questa parola parla chiaro, fattucchiera da “fattura”, era colei che poteva “fare” qualcosa che era in propria dote a fin di bene ma… anche a fin di male. La gente comunque sia ci si affida lo stesso, per il popolino garfagnino la medicina empirica risultava più credibile e comprensibile che della medicina ufficiale. Un’ “herbaria” fra le più consultate era infatti Ida di San Pellegrino in Alpe, la più famosa “medichessa” garfagnina, nel 1587 sosteneva di essere in grado di sentire le voci delle erbe nei campi e di coglierne i messaggi più reconditi e gli insegnamenti più segreti e nonostante che le gran signore di Modena avessero alla loro corte esimi medici e profumieri, era da lei che venivano, lassù, sul monte, per cercare la sua pozione fatta con la Belladonna.

Quest’erba diluita con l’acqua (e utilizzata come collirio)provocava la dilatazione delle pupille, tanto da rendere lo sguardo di queste madonne languido, profondo e affascinante(da ciò probabilmente è derivato il nome della pianta). La Garfagnana ne aveva (e ne ha) in sovrabbondanza di queste erbe e di questo le fattucchiere ne erano ben consapevoli, difatti ne esistevamo di ogni sorta, dalle più innocue alle più letali, magari in alcune poteva ingannare il loro bell’aspetto o il loro splendido fiore, ma per alcune di esse, i loro semini se ingeriti o lavorati potevano essere letali alla salute umana.

Cicuta Maggiore

La cicuta ad esempio era una di queste. Resa famosa per aver causato la morte di Socrate, infatti si ritiene che la dose mortale per un’essere umano sia di qualche grammo di frutti verdi. La sua ingestione provoca anche problemi digestivi, cefalee e diminuzione della forza muscolare. L’altra erba “cattiva” è il Giusquiamo, erba utilizzata dalla maga Circe per trasformare in porci i compagni di Ulisse, infatti la sua caratteristica principale è quella di alterare la mente, grazie a sostanze in essa contenute come la scopolamina e la iosciamina. L’erba del diavolo per eccellenza però è lo Stramonio, pianta altamente velenosa.

Stramonio comune

A Lucca nell’ormai lontano 1992 alcuni ragazzi per bravata ne provarono gli effetti, si salvarono per miracolo. La pianta infatti è allucinogena, altamente sedativa e narcotica e i suoi effetti portavano le persone (se indotte) a suicidarsi o a commettere omicidi.

Mandragola

La Mandragola invece appartiene al regno delle piante “buone” e il suo luogo ideale è sulla cima del Monte Procinto, sulle Apuane, lì esisteva la migliore per fare pozioni e medicinali. La pianticella veniva usata come erba afrodisiaca e utilizzata anche per curare la sterilità, era una pianta talmente magica da non essere considerata nemmeno un’erba, si riteneva infatti che fosse una via di mezzo fra una specie animale ed un vegetale, la forma antropomorfa della sua radice ne era la conferma. Fra le altre, l’erba gatta veniva usata per fare filtri d’amore, mentre la menta era perfetta per guarire dal mal di stomaco e veniva data anche alle donne in stato interessante che soffrivano di nausea, inoltre se messa sotto il cuscino, durante il sonno aveva il potere di far compiere sogni premonitori. L’ortica invece, per le fattucchiera era la pianta adatta per eliminare una maledizione e rispedirla al mittente. In compenso il biancospino aveva il potere di calmare le persone e tranquillizzarle. Insomma un mondo difficile, particolare e vastissimo, che comportava una conoscenza immensa del

Mandragola

mondo naturale e di fatto queste fattucchiere niente lasciavano al caso. La raccolta degli “erbi” doveva avvenire sempre di notte, ma non per qualche misterioso motivo, ma perchè le piante dovevano essere raccolte in una certa fase lunare per mantenere il più possibile tutti i loro  principi attivi e perdipiù se si raccoglievano lontano dall’abitato meglio era, poichè si affermava che se cresciute nel loro ambiente naturale in equilibrio con gli altri vegetali il loro effetto sarebbe stato ben più potente, ma non solo, queste donne rammentavano che esisteva “un tempo balsamico” di raccolta che corrispondeva a quel periodo dell’anno nel quale questi “erbi” sono più ricchi di sostanza utili e in realtà non fu per caso se Paracelso (uno dei padri della chimica farmaceutica)un giorno ebbe a dire: “Ho imparato più da queste donne che dai libri di Galeno ed Ippocrate” e se lo diceva lui…

Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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