1. L’introduzione di nuova moneta con inflazione o deflazione dei prezzi.

Storicamente, l’introduzione di nuova moneta ha portato due effetti finanziari decisamente opposti: deflazione o inflazione dei prezzi.

Abitualmente, si è introdotta una nuova moneta per deflazionare i prezzi più per effetto psicologico, che reale. L’esempio più tipico del genere è quello della Repubblica di Weimar quando, a causa dell’ingente inflazione dei prezzi e dell’ormai ingovernabilità del Paese, il presidente Oldenburg offrì il governo ad Adolf Hitler, nonostante questi avesse fallito il colpo di stato del ’29 a Monaco.

A quel tempo l’inflazione era così elevata che il marco tedesco praticamente non valeva più nulla.

Certamente l’inflazione era dovuta alla enorme immissione di moneta praticata dal governo tedesco per pagare i debiti della prima guerra mondiale, e per ricostruire l’economia del paese, ma anche alla crisi finanziaria del ’29. Il costo di un chilogrammo di pane era di ben 250.000 D.M. A Freiburg im Breisgau avevo avuto l’occasione di vedere una banconota dell’epoca da 250.000.000 (duecentociquanta milioni) di D.M., cosa inaudita anche per un italiano, che aveva avuto a che fare con biglietti di banca italiani da diecimila lire (il lenzuolo: così chiamato per le sue dimensioni fisiche). Qualche anno dopo, a Roma in Via Bocca di Leone, dove è stata in attività fino alla fine degli anni ‘90 una mescita di vino, lo scrivente ha avuto modo di vedere una collezione di biglietti di banca storici di tutto il mondo. Qui la mia meraviglia è andata alle stelle perché, pensate, aveva un biglietto di banca del 1932 della Repubblica di Weimar da ben 1.000.000.000 (un miliardo) di D.M. Per risolvere questo inimmaginabile problema, Hitler cerca di trovare, da esperto politicante, il solito “capro espiatorio”, qualcuno o qualcosa a cui attribuirne la colpa. Da sempre il più facile e popolarmente credibile capro espiatorio è stato quello degli ‘Ebrei’ (accusati di cospirazioni da Egiziani, Romani, Veneziani, comuni e sciocchi pregiudizi della gente). Con questa credibile scusa, Hitler ne iniziò la persecuzione per punire il loro peccato.

Con l’introduzione di una nuova moneta si lavora essenzialmente sull’aspetto psicologico per cui tutti credono che, punito il colpevole, e cambiato l’oggetto del crimine, la situazione torni normale.

Per i Romani la moneta aveva un valore sacro di ammonimento. Il termine Monēta era un epiteto nell’antica Roma della dea Giunone, ed alcuni etimologi ne derivano la provenienza dal verbo monēre, “consigliare, ammonire”. Il nome fu applicato anche al tempio della dea, che conteneva il conio. Di conseguenza il termine venne ad indicare anche l’attività di coniazione.

E così fu. Sicuramente anche per la crisi finanziaria in corso, primo o poi, qualcuno additerà un capro espiatorio (la globalizzazione? la fatalità? il terrorismo? la crisi energetica? la carenza di domanda?), tutte sciocchezze cha lasceranno impuniti il vero responsabile: la commistione tra politica e finanza.

L’introduzione di nuova moneta ha avuto effetto opposto in tutti i casi in cui si è cercato di fare “comunella” tra potere politico e finanza (vedi il Granducato di Toscana, il Piano Marshall, il franco francese della Prima Repubblica, che De Gaulle risolse a modo suo, ecc.).

Con l’introduzione dell’Euro si è raggiunto questo secondo effetto. In quasi tutti i paesi europei, ma soprattutto in Italia e Germania, l’immissione della nuova moneta ha generato una inflazione che mai nessuno aveva visto prima (neanche gli Italiani che erano abituati ad inflazione a due cifre). Ma questo livello inflativo è stato mascherato da false rilevazioni statistiche, che lo hanno ignorato, non lo hanno volutamente visto. (occhio non vede, cuore non duole). Il responsabile è sempre lo stesso: la commistione tra politica e finanza.

  1. La commistione tra potere politico e finanza

La commistione tra politica e finanza moderna nasce nella Parigi di Luigi XV e John Law.

Come racconta John Kennet Galbraith1: “Luigi XIV era morto l’anno precedente, lasciando due eredità che sarebbero risultate importanti per Law. Una era il reggente per il giovane Luigi XV: Filippo II, duca d’Orleans era un uomo che combinava un intelletto modestissimo con un profondo autocompiacimento. L’altra era data da un erario sull’orlo della bancarotta e dai numerosi debiti derivanti dalle lunghe guerre e dalla prodigalità del Re Sole nonché dalla dilagante corruzione degli esattori delle imposte cui toccava il compito di assicurare un gettito di entrate allo Stato. Law si propose di cogliere entrambe le opportunità.

Il 2 maggio 1716 gli fu concesso il diritto di istituire la Banque générale, che sarebbe poi diventata la Banque royale, con un capitale di sei milioni di livres. Vi era inclusa l’autorizzazione a emettere biglietti che venivano poi usati dalla banca per pagare le spese correnti dello Stato e per riacquistare il debito pubblico pregresso. I biglietti di banca dichiarati convertibili in moneta metallica a richiesta erano ben accetti. Ma, per il solo fatto di essere graditi vennero emessi in misura sempre maggiore.”

In queste brevi parole di Galbraith c’è l’essenza delle bolle finanziarie causate da commistione tra potere politico e finanza. Il primo, sovrano sul proprio territorio (quindi non soggetto a nessuna altra autorità), autorizza la seconda a feroci nefandezze per tornaconto reciproco.

In Italia, in anni recenti, tutto questo viene riportato in auge da Bettino Craxi, da solo più furbo di tutti gli altri politicanti messi assieme. Per superare l’ostacolo legislativo che prevedeva la copertura finanziaria di ogni legge di spesa, costui rispolvera i titoli di Stato, che benignamente concede di vendere alle banche, con l’obbligo, inoltre, di acquistarne una larga parte, assieme alla Banca d’Italia. Con Craxi il debito pubblico sale enormemente, scoppia il caso “Tangentopoli”, i vecchi partiti politici si riciclano in partiti nuovi. Come in tutti i crack finanziari, anche per quello di tangentopoli si cercano dei capi espiatori. Alcuni pagano (un po’ di carcere), altri si suicidano, altri fuggono (Craxi), alcuni diventano personaggi emergenti, altri diventano addirittura capo del governo (Amato).

Identificati i suddetti capri espiatori (nessuno ha il coraggio di puntare di nuovo sugli ebrei), si fonda la sedicente “Seconda Repubblica”, senza che nulla sia minimamente cambiato. Per salvare il Paese dalla catastrofe il capo del Governo (uno dei tanti che fa carriera con Tangentopoli, emana una legge finanziaria in cui si propone di raccogliere 90.000.000.000 (novantamilamiliardi) di lire in tasse e balzelli, con la scusa di dover riportare il debito pubblico a livelli accettabili dall’Unione Europea. A pagare sono i contribuenti (quelli che pagano le tasse). Nel 1992 la Banque Populaire de Strasbourg pagava un tasso di interesse del 18% su depositi in Lire italiane (immaginate voi a che livello doveva essere la svalutazione di quella moneta. Nel 1992 a causa della speculazione sulle monete (soprattutto lira italiana e sterlina inglese), l’Italia, dopo aver speso ben 150.000.000.000.000 (centocinquantamilamiliardi) di LIT di riserve auree per difendere la moneta, ne chiede la svalutazione ufficiale. Gli Inglesi, che ne sapevano ben più degli Italiani sulle questioni monetarie, abbandonano la difesa della loro valuta dopo appena tre giorni, e non svalutano minimamente. Soros, che a quel tempo era tra i più attivi speculatori, sospirò più tardi sulla “politica finanziaria degli sciocchi” che avevano cercato di proteggere la loro valuta vendendo le loro riserve auree (gettando in questo modo benzina sul fuoco). La svalutazione della lira (sia quella ufficiale, che reale), diminuì notevolmente il costo del debito pubblico italiano. L’obiettivo di contenimento del debito pubblico stabilito da Bruxelles era stato raggiunto.

Le banche, che avevano servito fedelmente il potere politico, ora si aspettano la giusta ricompensa. Una serie di disposizioni normative ne dispone in tal senso. Tutte le banche statali o parastatali vengono privatizzate ed accorpate, con la scusa che per competere in un mercato globale c’era bisogno di più grandi strutture finanziarie. A comprare non sono però i cittadini, ma sempre gli stessi gruppi di interesse.

Questi gruppi devono far capo, in un qualche modo, alla Banca d’Italia, se lo stesso Governatore entra in gioco con i suoi “furbetti del quartiere”, anche perché la sua carica è “a vita”. Alle banche vengono affidati compiti che prima non avevano (intermediazione azionaria, vendita di polizze assicurative, raccolta del risparmio, gestione del risparmio tramite S.G.R. (società di gestione del risparmio). Si vedono cose dell’altro mondo: compagnie di assicurazione e banche unite (le prime creano polizze assicurative senza copertura, e le seconde immediatamente le scontano, creando moneta dal nulla a velocità della luce (operazioni via computer). Chi dovrebbe controllare (Banca d’Italia, certificatori di bilancio quali Standard & Poor’s, Moodies, Fitch) chiudono gli occhi e non vedendo quello che succede, non possono che negarne l’esistenza. Nel frattempo interviene la BIS (Banca per i regolamenti internazionali) di Basilea, che inventa il metodo del “rating”. A questo punto l’operazione criminale è completa. Non sono più certificatori di bilancio ad attribuire il rating (la affidabilità) delle imprese, ma le banche stesse. Come è possibile immaginare che Tanzi inventi da solo una truffa da venti miliardi di euro, e che a pagare siano sempre i soliti sciocchi? Il crack di Madoff è talmente tanto mortificante per quelli che si definiscono esperti di finanza, che si trova anche qui un capro espiatorio: secondo MF lo “Schema Ponzi” messo su da Madoff era “sofisticatissimo” (sic est). Luciano Sgarlata aveva portato circa trenta anni fa lo Schema Ponzi appreso dalla I.O.S. (International Overseas Services), finendoci in galera. Anche qui Galbraith2 dà una bella descrizione di questo fenomeno:

Infine, e in modo più specifico, siamo indotti ad associare un livello di intelligenza non comune con la direzione di importanti istituzioni finanziarie: grandi aziende di credito, banche di investimento, compagnie di assicurazione e società di intermediazione. Quanto maggiori sono le attività patrimoniali e il flusso di reddito controllati tanto più profonda si presume la percezione finanziaria, economica e sociale.

In realtà, gli individui ai vertici di quelle istituzioni occupano quei posti perché, come succede di norma nelle grandi organizzazioni, le loro facoltà mentali erano le più prevedibili e, in conseguenza, dal punto di vista burocratico, le meno ostili per il rivale. Essi sono dunque dotati dell’autorità che incoraggia l’acquiescenza dei loro subalterni e il plauso degli accoliti, e che esclude critiche e opinioni diverse. Sono perciò gelosamente protetti in quella che può essere considerata una forte coazione all’errore.

C’è poi anche un altro fattore. Nella routine quotidiana chi ha del denaro da prestare è oggetto di speciale deferenza, per forza di abitudine, tradizione e, più in particolare, in rapporto alle esigenze ed ai desideri dei mutuatari. Ciò è subito tradotto dal destinatario in una conferma della propria superiorità mentale. Se mi trattano in questo modo, non posso che essere un saggio. Di conseguenza, l’autoanalisi, condizione indispensabile perché via sia un minimo di buon senso, è a rischio”.

3) I “guru della finanza” contro gli “ingordi sciocchi”

Se i più credono ai previsioni dei degni zodiacali, non si capisce perché gli investitori non debbano credere alle previsioni dei guru della finanza. Quella degli ingordi che scioccamente credono anche all’incredibile, costituisce una terza classe di cause che portano alle bolle finanziarie.

Due anni fa una cara amica mi aveva pregato di aiutarla a vendere un immobile (così lo definiva lei) in un quartiere semicentrale di Roma. La pregai di dare un’occhiata al bene e durante la visita le chiesi del prezzo che voleva applicare. Alle mie osservazioni che la richiesta mi sembrava del tutto fuori luogo, risposo: ”mi hanno detto che vale tanto”.

A Milano uno di quei giornali gratuiti in seconda pagina metteva assieme: le previsioni del tempo, l’oroscopo e gli indici di borsa. Nulla di più appropriato per la negazione della verità.

Se alla sciocchezza, intesa come impreparazione a quello che si dice o si fa, si aggiunge l’ingordigia il deterrente per essere infinocchiato raggiunge il massimo. Galbraith definisce questa condizione in maniera estremamente brillante:3

Il denaro è la misura del successo capitalistico. Quanto maggiore è il denaro, tanto maggiori sono il successo e l’intelligenza che lo sorregge”.

Vanni Marchi, non certo bella, vendeva bellezza e previsioni di vita. Per questo è stata arrestata: se non altro perché per quanto riguarda la bellezza non raccontava il vero, altrimenti anche lei sarebbe stata bella.

Tutti coloro che hanno fatto leva sulla sciocchezza o sull’ingordigia della gente non si sono comportati diversamente da come si è comportata Vanna Marchi: hanno venduto previsioni finanziare del tutto false; hanno promesso ricchezza a creduloni che li hanno accettati sia come consulenti che come venditori del prodotto consigliato. Storicamente l’oste non ha mai affermato che il suo vino non è buono, anche se è aceto. Così hanno fatto i produttori e venditori di prodotti finanziari.

  1. Breve cronistoria delle bolle, delle truffe e dei bluff finanziari

    1. Fernand Braudel, massima autorità in questi argomenti, afferma che esistevano a Firenze nel XIV secolo mercanti di titoli mobiliari, e che molto prima di allora vi era un vivace scambio di monete e merci con acquisti e vendite basati non sul valore attuale, ma su un valore immaginato in prospettiva. In realtà, tra i mercanti genovesi e del bacino del Mediterraneo vi era l’usanza imposta dai primo di pagare i loro acquisti con promesse di pagamento “lettere di credito” in cui il mercante genovese impegnava la sua credibilità e prometteva di pagare a vista in moneta avente “valore reale” (monete in oro, argento, ecc.). Sono pertanto i Genovesi ad inventare quella che possiamo definire come finanza moderna.

    2. Perché questo modo di fare non ha mai provocato bolle, truffe o bluff? Semplicemente perché i mercanti genovesi avevano maggior interesse a mantenere i rapporti con i loro fornitori, piuttosto che truffarli. I mercanti sapevano benissimo che alla prima truffa avrebbero perduto il gran vantaggio di acquistare con promessa di pagamento, piuttosto che con moneta reale. A quel tempo la navigazione era molto rischiosa perché le navi correvano il rischio di essere affondate da tempeste, o di essere assalite da pirati, sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno. Se il rischio connesso alle merci trasportate non poteva essere evitato, quello connesso al trasporto di moneta per il pagamento poteva esserlo, firmando sul posto di acquisto lettere di pagamento. La loro reputazione era talmente tanto evidente e riconosciuta che tutti accettavano le loro promesse.

    3. Perché non vi era commistione tra potere politico e finanza?

Perché il mercato era globale. Perché la credibilità del mercante era pari, e forse superiore a quella del suo governo. Perché il mercante aveva interesse a creare nuova ricchezza reale, la sola vera e reale, quindi non semplice ricchezza finanziaria che ridistribuisce solo la ricchezza esistente, senza crearne di nuova. Perché forse aveva già capito che la semplice ridistribuzione di ricchezza è un gioco a somma zero, in cui per una somma vinta vi deve per forza essere un’equivalente somma persa, proprio come nelle correnti lotterie. Perché la commistione tra potere politico e finanza nasce con la nascita degli Stati nazionali (Portogallo, Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda), superpotenze politiche e militari che potevano ricorrere all’economia di rapina.

a) La bolla dei bulbi di tulipano

La prima bolla finanziaria riconosciuta nella storia è quella dei bulbi di tulipano scoppiata nel primo mercato azionario moderno, quello di Amsterdam. Tanti ingordi sciocchi cominciarono ad acquistare bulbi di tulipano, solo perché si era sparsa la voce che questi avrebbero raggiunto quotazioni difficilmente immaginabili nel breve-medio termine. Molti cominciarono a comprare e, più si comprava, più le quotazioni salivano. Tutti erano convinti che tutto questo era razionale e pieno di buon senso. Lo stesso convincimento della mia amica nel vendere il suo immobile. Anche se l’immobile era niente più che una baracca, lei voleva una cifra astronomica perché i prezzi degli immobili sono sempre aumentati, e perché a Roma tutti erano convinti di questo. L’immobile della mia amica è ancora là da vendere.

In un brano memorabile, Mackay descrive l’umore del Paese mentre la speculazione proseguiva:

Nel 1636 la domanda di specie rare di tulipani aumentò talmente che furono aperti regolari empori per la loro vendita ad Amsterdam, presso la borsa, a Rotterdam, Harle, leida, Alkmar, Hoor, e altre città…. Dapprima, come avviene nelle infatuazioni per i giochi d’azzardo, la fiducia era alle stelle e tutti guadagnavano. Operatori di tulipani speculavano sull’aumento e sulla diminuzione delle scorte di bulbi e realizzavano lauti profitti acquistando quando i prezzi cadevano e vendendo quando salivano. Molti divennero improvvisamente ricchi. Un’esca dorata penzolava invitante davanti alla gente e uno dopo l’altro tutti si precipitavano agli empori di tulipani come mosche intorno a un barattolo di miele. Ciascuno era convinto che la passione per i tulipani sarebbe durata per sempre e i ricchi di ogni parte del mondo avrebbero trasmesso i loro ordini in Olanda e avrebbero pagato qualsiasi prezzo fosse stato loro chiesto. I ricchi d’Europa si sarebbero accalcati sui litorali dello Zuider Zee, e la povertà sarebbe stata bandita dalla fortunata terra d’Olanda. Nobili, cittadini, agricoltori, operai, marinai, valletti, persino spazzacamini e vecchie lavandaie si dilettarono nella speculazione sui tulipani. Persone di ogni ceto convertirono le loro proprietà in contante per investirlo in fiori. Case e terre erano offerta in vendita a prezzi rovinosamente bassi o dati in pagamento di contratti conclusi sul mercato dei tulipani. Gli stranieri furono colpiti dalla stessa frenesia, e il denaro affluì in quella terra da tutte le direzioni. I prezzi dei beni di prima necessità salirono di nuovo gradualmente: con loro, anche case e terre, cavalli e carri, beni di lusso di ogni genere crebbero di valore, e per qualche mese l?Olanda sembrò la vera anticamera di Pluto. Le operazioni commerciali divennero così vaste e intricate che si rese necessario redigere un codice di leggi per regolare l’attività degli operatori…. Nelle città più piccole, dove non esisteva una borsa, veniva scelta come” luogo di esposizione” la taverna principale, dove ricchi e poveri compravano e vendevano tulipani e confermavano l’accordo con sontuosi ricevimenti. A questi pranzi partecipavano talvolta due o trecento persone, e grandi vasi di tulipani in fiore venivano posti a intervalli regolari sui tavoli e sulle credenze per gratificare gli invitati durante il pasto.”

La fine giunse nel 1637. Le leggi della razionalità e del buon senso ebbero ancora una volta il sopravvento. Nessuno sa per quale ragione, forse i più saggi o i più nervosi cominciarono a liberarsi dei bulbi; altri se ne accorsero e la corsa a vendere divenne panico. “I prezzi caddero in un precipizio. Quelli che avevano comperato, molti impegnando le loro proprietà per ottenere credito – ecco la leva finanziaria – vennero all’improvviso privati di tutto o spinti al fallimento” , afferma Galbraith. “Agiati mercanti furono ridotti quasi alla mendicità e molti discendenti di nobile stirpe videro la fortuna della loro casata annientata al di là di ogni riscatto”, scrive Mackay.

Questa tipologia di bolla finanziaria può essere classificata sotto la tipologia I “guru della finanza” contro gli “ingordi sciocchi”.

b) John Law e la Banque Royale

La seconda bolla in ordine cronologico, e differente per tipologia da quella dei bulbi di tulipano è il piano di John Law, che si proponeva di pagare i debiti della Francia vendendo azioni di inesistenti miniere d’oro in Lousiana.

John Law era uno scozzese nato nel 1671 da una famiglia nota nel mondo della finanza, giacché suo padre, orefice ad Edimburgo, come molti nella sua professione, era solito detenere e prestare denaro. John ebbe occasione di conoscere il funzionamento della grande e prosperosa Banca di Amsterdam e concepì l’idea di una banca che potesse acquisire proprietà fondiarie ed emettere moneta garantita dal valore della proprietà immobiliare. Le modalità esatte di riscatto delle proprietà non erano definite. Questa idea (che sa tanto di recente, comunque, fu decisiva per la sua futura carriera. A Parigi nel 1716 il momento era propizio. Luigi XIV era morto l’anno prima, lasciando due pesanti eredità che sarebbero state risolutive per Law: un erario sull’orlo della bancarotta derivante dalle lunghe guerre, dalla prodigalità del Re Sole, e dalla dilagante corruzione degli esattori delle imposte cui toccava il compito di assicurare un gettito di entrate allo Stato; il reggente di Luigi XV, Filippo II, di intelletto modestissimo e con profondo autoconvincimento.

Il 2 maggio del 1716 gli fu concesso il diritto di istituire la Banque Gènèrale, che diventerà in seguito la Banque Royale con capitale di sei milioni di £. Nella concessione era inclusa l’autorizzazione ad emettere biglietti di banca che venivano usati per pagare l’amministrazione dello Stato e per riacquistare il debito pregresso. “I biglietti di banca dichiarati convertibili”, cita Galbraith4, “in moneta metallica a richiesta erano ben accetti. Ma, per il solo fatto di essere graditi, vennero emessi in misura sempre maggiore.

Quel che occorreva, ovviamente, era una fonte di guadagno in moneta pregiata che apportasse entrate atte a sostenere le emissioni di biglietti di banca. Tale fonte fu fornita in teoria dall’organizzazione della Compagnia del Mississippi (la Compagnia d’Occidente) – successivamente, e con più ampi privilegi, la Compagnia delle Indie – allo scopo di sfruttare i giacimenti auriferi che si presumeva esistessero nel grande territorio nordamericano della Louisiana. Non vi era alcuna prova dell’esistenza dell’oro ma, come sempre in questi episodi, non era tempo di dubbi o scetticismi. Azioni della Compagnia vennero offerti al pubblico, e la risposta fu sensazionale. La vecchia borsa di Rue Quincampoix diventò la scena di una delle più vivaci, persino tumultuose, operazioni di tutta la storia della cupidigia finanziaria. Alla fine la collocazione dei titoli e gli scambi furono trasferiti nella più spaziosa Place Vendôme e nelle vicinanze dell’Hôtel de Soissons. Vi furono acquirenti femminili così risolute da arrivare, con una sensibilità curiosamente moderna a offrire se stesse per il diritto di acquistare azioni. Negli anni Ottanta, in una situazione un po’ diversa, pare che alcuni clienti piuttosto vulnerabili di Michel Milken e della Drexel Burnham Lambert, che partecipavano all’annuale Ballo dei Predatori – così venivano chiamati – al Beverly Hills Hotel, abbiano goduto dell’attenzione di prostitute appropriatamente ascetiche. Lo scopo era spingerli all’acquisto di “junk bonds” (obbligazioni spazzatura) molte delle quali erano in prospettiva paragonabili alle azioni della Compagnia d’Occidente.

I proventi della vendita delle azioni della Compagnia del Mississippi non venivano spesi nella ricerca dell’oro ancora da scoprire, ma andavano allo Stato per pagare i propri debiti. E le stesse banconote uscite per saldare il debito tornavano indietro per acquistare altre azioni. Nuove azioni venivano allora emesse per soddisfare in maggior misura l’intensa domanda, la quale ultima aveva l’effetto di far lievitare sia le vecchie sia le nuove emissioni a livelli più improbabili. Le banconote di questa circolazione –da intendersi in un senso del tutto letterale – erano garantite dall’oro della Banque Royale, ma l’ammontare della moneta metallica che sosteneva le banconote divenne subito minuscola in rapporto al volume della carta. Ciò configurava una forma particolarmente portentosa di leva finanziaria.

La fine venne nel 1720. La leva si mosse bruscamente al rovescio, come si doveva sperimentare in un centinaio di avvenimenti simili, grandi e piccoli, dei successivi 250 anni. Si dice che a far precipitare gli avvenimenti sia stato il principe di Conti il quale, irritato per non essere riuscito ad acquistare le azioni, decise di presentare le sue banconote alla Banque Royale per farle convertire in oro. Secondo la leggenda, gli furono restituiti tre vagoni di metallo ma Law ottenne l’intervento del reggente che ordinò al principe di rimandare indietro l’oro. Nel frattempo l’idea che l’oro potesse essere preferibile alle banconote si era diffusa. Per far tornare la fiducia e convincere detentori di biglietti di banca e investitori dell’imminente arrivo di una grande quantità di metallo, fu reclutato un battaglione di mendicanti parigini che, muniti di pale, marciarono per le strade della capitale come se fossero in partenza per le miniere della Lousiana. Ma quando, nelle settimane seguenti, molti “cercatori d’oro” furono visti tornare nelle loro baracche, ebbero inizio le più atroci congetture. La gente in preda al panico si precipitò alla banca per convertire i propri biglietti non in azioni della Compagnia del Mississippi ma in oro. In un giorno di luglio del 1720 quindici persone persero la vita nella calca davanti alla Banque royale. Le banconote furono dichiarate non più convertibili. I corsi, e non solo quelli delle azioni del Mississippi crollarono. Cittadini che una settimana prima erano milionari –un termine indispensabile che ci viene da quegli anni- si trovarono sul lastrico”.

Anche qui la ricerca di un capro espiatorio fu immediata ed abbastanza semplice. John Law, giocatore ed assassino evaso, al quale un sovrano riconoscente aveva affidato il più elevato incarico pubblico del regno, fu costretto a lasciare la Francia e rifugiarsi in Inghilterra, quell’Inghilterra che lo aveva condannato per omicidio, ma che gli concesse la grazia. In seguito si rifugiò, vivendo in decorosa povertà una vita tranquilla, morendo col conforto dei Sacramenti della Chiesa.

c) La bolla del Pacifico meridionale

Mentre la grande speculazione di John Law raggiungeva il culmine in Francia, qualcosa di simile avveniva a Londra nel 1720. La follia generata dall’ottimismo, dall’illusione e dall’ingordigia che si alimentano da soli delineano una storia di due città.

Afferma Galbraith5: “La scoperta, o meglio, come al solito, la riscoperta che sta all base del boom fu quella della società per azioni. Questo tipo di società esisteva in Inghilterra da cent’anni e più; ciononostante, essa si impose all’improvviso come il nuovo miracolo della finanza e dell’intero mondo economico.

Nei primi anni del XVIII secolo vi erano state alcune proposte assai strane di fondazione di società per azioni: un’impresa, davvero in anticipo sui tempi, per la costruzione di una macchina per scrivere; un progetto per una sofisticata mitragliatrice in grado di sparare pallottole sia rotonde sia quadrate a seconda che il nemico fosse cristiano o turco; un progetto per un piano meccanico…. ‘Posso misurare il moto dei corpi’ osservò una volta Isaac Newton, ‘ma non l’umana follia’. E non lo potè nemmeno per quanto riguardava se stesso, visto che doveva perdere 20.000 sterline, pari ad un milioni di dollari odierni, nell’orgia speculativa che si stava profilando.

La Compagnia dei Mari del Sud (South Sea Company) venne creata nel 1711 per impulso o, forse più precisamente per ispirazione, di Robert Harley, conte di Oxford, che fu affiancato da un tale John Blunt, scrivano di professione, esperto nel copiare documenti legali come pure nel far uso del loro contenuto.

Le origini della Compagnia ricordano quelle della Banque royale e della Compagnia del Mississippi. Essa forniva una soluzione apparente ma ingannevolmente benvenuta alla pressione del crescente debito pubblico che, come in Francia era stato accumulato negli anni precedenti durante la guerra di successione spagnola. In cambio del riconoscimento del suo privilegio, la compagnia assunse su di sé questo disparato debito pubblico e lo consolidò. Lo Stato pagava un interesse al 6 per cento e le concedeva il diritto di emettere azioni e di avere l’esclusiva del commercio e del traffico, a far data dal 1° agosto 1711, da, verso e all’interno dei regni, territori ecc. d’America sulla costa orientale del fiume Aranoca, all’estrema parte della Terra del Fuego…

Veniva deliberatamente trascurato il fatto che la Spagna rivendicava il monopolio su ogni traffico e commercio con quella vasta regione……

Sarebbe stato difficile, in realtà, immaginare un progetto commerciale più discutibile. Ma qui, come a Parigi, non era il momento delle perplessità. Ulteriori emissioni di azioni in corrispettivo di ulteriori assunzioni di debito pubblico vennero autorizzate e offerte sul mercato e, all’inizio del 1720, fu assunto ulteriore debito pubblico. Tali erano i presunti vantaggi dell’impresa. La discussione delle leggi riguardanti la Compagnia fu facilitata dall’elargizione di azioni ai ministri-chiave del Governo. Giovò anche la circostanza che diversi direttori dell’impresa sedevano in Parlamento e avevano, di conseguenza, l’eccellente possibilità di far conoscere in quella sede le grandi prospettive aperte alla Compagnia, i cui direttori furono anche generosi nel riservare pacchetti azionari a se stessi…….

Le scene di Rue Quincampoix si ripetono nelle vie e nei viali della City.; le azioni della Compagnia, che erano state quotate a 128 sterline circa nel gennaio 1720, salirono a 330 in marzo, 550 in maggio, 890 in giugno e circa 1.000 sterline a estate inoltrata. Mai nel regno, e forse nemmeno a Parigi o in Olanda, tante persone erano diventate così ricche all’improvviso. Come sempre, la vista di chi arricchiva senza sforzi ingrossò la folla di coloro che volevano partecipare e la spinta verso l’alto ne fu ancora più rafforzata.

La Compagnia dei Mari del Sud non fu l’unica opportunità di offerta. Il suo successo generò almeno un centinaio di imitatori e parassiti, tutti animati dalla speranza di prendere parte al boom……

Nel luglio 1720, finalmente, il Governo intimò un alt. Fu approvata una legge –il Bubble Act- che proibiva la costituzione di tali società, meno, come si è sempre pensato, per proteggere gli sciocchi e gli ingenui che per tutelare il monopolio speculativo della Compagnia stessa.

Tuttavia, a quell’epoca, la fine della Compagnia era già in vista. Le azioni subirono un tracollo, in parte, senza dubbio, per effetto di vendite di realizzo da parte di membri altolocati della Compagnia. A settembre il corso era sceso a 175 sterline, a dicembre a 124. Furono compiuti sforzi eroici, retorici e d’altro tipo, per sostenere e rinvigorire la fiducia, compresa la chiamata a soccorso della Banca d’Inghilterra di recente costituzione. Alla fine, con qualche appoggio da parte dello Stato, le azioni si stabilizzarono interno alle 140 sterline, circa un settimo del loro valore massimo. Come in precedenza, e come accadrà anche in seguito, il crollo, una volta arrivato, travolge ogni tentativo di fermare il disastro e invertire il corso.

Subito cominciò, tenace e persino brutale, la ricerca dei capri espiatori. Blunt, ormai sir John Blunt, sfuggì per poco alla morte quando un aggressore, presumibilmente una vittima, cercò di abbatterlo a colpi di pistola in una strada di Londra. Più tardi si salvò consegnando al Governo i suoi complici nella cospirazione: un modo di procedere comune anche nei nostri tempi. Gli esponenti della Compagnia vennero espulsi dal Parlamento e ai direttori e agli alti funzionari (compreso Blunt) venne confiscato il denaro e le proprietà a parziale risarcimento dei danneggiati. Robert Knight, il tesoriere riparò sul continente, ma venne ricercato, imprigionato e fatto oggetto di una richiesta di stradizione. Riuscì ad evadere e visse in esilio i ventuno anni successivi. James Craggs, anziano e autorevole statista coinvolto nell’affare, si suicidò. Altri finirono in galera. Come per i tulipani e per John Law, la vita economica della City di Londra e quella del Paese nell suo complesso uscirono dalla vicenda fortemente depresse.

Tutte le caratteristiche prevedibili dell’aberrazione finanziaria erano qui ben in vista. Vi fu il massiccio indebitamento acceso a fronte degli esigui pagamenti per interessi del Tesoro per il subentro nel debito pubblico. I protagonisti si lasciarono influenzare dalla fiducia nel proprio acume e nelle proprie conoscenze finanziarie e trasmisero l’errore ad altri. L’occasione di investimento fu ricca di prospettive immaginarie ma irrisoria in una serena visione della realtà. Qualcosa di apparentemente eccitante e innovativo catturò l’immaginazione del pubblico, in questo caso la società per azioni, nonostante, come si è già osservato, essa avesse origini precedenti. (Le grandi compagnie privilegiate, costituite per il commercio in India e altrove, erano già vecchie di un secolo). Quanto alla forza operativa, regolarmente messa in ombra, essa fu come sempre l’evasione nella follia collettiva da parte di individui alla ricerca del guadagno.

Quest’ultima circostanza ebbe tuttavia, alla fine, un riconoscimento eccezionale. Charles Mackay, in una ricostruzione singolarmente acuta della ‘Bolla? (Bubbole) del Pacifico Meridionale, pone in evidenza questa verità:

[Nell’autunno 1720] in quasi ogni città di una certa importanza dell’Impero si tennero riunioni pubbliche in cui furono votate petizioni che invocavano la vendetta dell’assemblea legislativa sui direttori della Compagnia dei Mari del Sud, i quali con le loro pratiche fraudolente, avevano condotto il Paese sull’orlo della rovina. Nessuno sembrava afferrare che la nazione stessa era altrettanto colpevole della Compagnia. Nessuno condannava la credulità e l’avarizia del popolo: la degradante cupidigia di guadagno….. o l’infatuazione che aveva spinto una folla di persone a cacciare le loro teste con tanta fanatica bramosia nella rete tesa per loro di finanzieri intriganti. Queste cose non vennero mai riconosciute.

Come sarà ampiamente provato, non lo sono nemmeno di fronte alle conseguenze della speculazione moderna.”

I casi di John Law e della Compagnia dei Mari del Sud mostrano entrambi i segni di categoria de La commistione tra potere politico e finanza sia quelli de I “guru della finanza” contro gli “ingordi sciocchi” .

Certo, truffe di questo tipo non sono nemmeno concepibile, senza commistione col potere politico, e non possono essere realizzate senza una grande massa di ingordi sciocchi che aspirano solo a diventare ricchi subito ed a misurare il loro successo col possesso del denaro. Personalmente non ritengo che i personaggi della vicenda vadano commiserati, né tantomeno tutelati o rimborsato. L’ingordigia è un vizio capitale.

Enrico Furia


1 John Kennet Galbraith, Breve Storia dell’Euforia Finanziaria, Bur, novembre 1998, pag. 41 e segg.

2 J. K. Galbraith, op. cit., pag. 23 e segg.

3 J. K. Galbraith, op. cit., pag. 22

4 Cfr. J.K. Galbraith, op. cit., pagg. 41 e segg.

5 J. K. Galbraith, op. cit., pag. 47 e segg.

LE BOLLE FINANZIARIE was last modified: maggio 9th, 2017 by Enrico Furia

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