Gregory “Pappy” Boyington: un eroe americano

Hollywood ci ha abituati ad immaginare gli eroi come uomini granitici, sprezzanti del pericolo, capaci di affrontare ogni battaglia con il sorriso ineffabile del predestinato a sopravvivere senza un graffio ai nemici più implacabili, sovraumani, o meglio disumani, nel loro fanatismo per il senso del dovere.

La retorica patriottica, di cui abbonda la tradizione italiana dal Risorgimento in poi, si è preoccupata invece di immortalare gli eroi nel bronzo nel momento del loro estremo sacrificio, imprigionandoli in una eterna giovinezza, in un tripudio di aquile romane, mascelle volitive, sguardi protervi ed ispirati, gladi e vittorie più o meno alate. Estrema diversità di linguaggi e di culture, ma uno stesso limite: la mancanza di realismo, il rifiuto di considerare gli eroi come uomini, magari straordinari, ma uomini con le loro fragilità, le loro incertezze, le loro laceranti contraddizioni.

Rimuovere tale limite significa demolire il mito dell’eroe, sconsacrare ciò che in ogni tempo le civiltà hanno eretto sugli altari, almeno su quelli politici. In questo senso “L’asso della bottiglia” di Gregory “Pappy” Boyington è un’opera dissacrante.

Maggiore del Corpo dei Marines, istruttore di volo, comandante delle “Black Sheeps”, una delle più valorose squadriglie del Pacifico, insignito della Navy Cross e della Medaglia d’Onore del Congresso, asso, con 26 vittorie, dell’aviazione da caccia americana nel Pacifico, Boyington ricostruisce la propria esperienza di guerra e di prigionia con la sfrontata sincerità dell’ex alcolista rinsavito, gettando una luce sinistra sugli eroi di ogni tempo.

Dopo aver lungamente e dolorosamente scavato dentro di sé per estirpare il tarlo dell’alcolismo così conclude le sue memorie: “Alcuni dubiteranno della sanità mentale dell’autore. E in parte avranno ragione, perché lo sa Iddio, se non mi sono comportato da pazzo in molte occasioni per vent’anni. Ma la parte più bella della faccenda è che lo so anch’io. Non ho rimpianti per il mio passato, perché posso guardare indietro e sogghignare di molte cose che non avrei fatto se non avessi bevuto a quel modo. Questi ricordi sono molto utili perché è stato detto: “Il tempo trasforma tutti in monaci”. Se a questa storia occorresse una morale direi: “Datemi un eroe e vi dimostro che è un barbone”.”

La guerra per Boyington ebbe inizio nel settembre del 1941 quando, oppresso da una montagna di debiti, da una ex moglie, da tre figli a carico e da una passione sfrenata per le abbondanti libagioni, si arruolò nella squadriglia delle “Tigri volanti”, la formazione inviata, informalmente, dal governo americano a contrastare l’invasione giapponese della Cina del generalissimo Chiang Kai-shek. L’idealismo non lo scalfì neppure. Considerava Chiang e sua moglie nulla più che una coppia di avidi banditi, ma la paga promessa ai piloti era alta ed erano previsti lauti premi per ogni velivolo abbattuto.

Tra la Birmania e la Cina, affrontando missioni che la carenza di mezzi rendeva quasi impossibili, il ragazzo di Okanogan, nello stato di Whashington, si affinò nell’arte della guerra aerea, ottenne le prime sei vittorie, e soprattutto consolidò l’insofferenza alla disciplina e la propensione alla bottiglia come antidoto ai pericoli ed al peso delle responsabilità. In una intervista rilasciata all’”Aviation History Magazine” nel 1988, poco prima di morire, così Boyington descrisse la flotta aerea che gli Stati Uniti misero a disposizione del Kuomintang: “Gli aerei erano immondizia, con parti di ricambio di provenienza sconosciuta e motori esausti che a malapena erano in grado di portarci in volo. Ogni decollo era un azzardo. Le mappe che avremmo dovuto utilizzare erano le peggiori che io abbia mai visto. Chiunque avesse disegnato le mappe non era mai stato sul posto, oppure era più ubriaco di quanto io non fossi mai stato quando si sedette a disegnare quegli oggetti inutili.”.

Nel maggio del 1942, dopo essersi ferito durante una sbronza, prese la decisione di dare le dimissioni dalle “Tigri volanti” in aperta polemica con il comandante Chennault delle cui capacità da tempo aveva incominciato a dubitare. I rapporti tra Chennault e Boyington erano stati stesi sin dall’inizio a causa delle continue e plateali infrazioni disciplinari delle “Tigri volanti” come abbattere, tanto per esercitare la mira, le linee telefoniche a colpi di 45 o sparare ai candelieri nei bar quando i camerieri decidevano di smettere di servire da bere, o come, tanto per ammazzare il tempo, organizzare rodeo per le strade con i bufali d’acqua.

Rientrato in patria Boyngton scontò l’ostilità del suo comandante. Prima di poter essere reintegrato nel Corpo del Marines ed ottenere un comando dovette attendere alcuni mesi in cui per sbarcare il lunario si improvvisò parcheggiatore a New York. Finalmente, nel gennaio del 1943, con il grado di maggiore poté imbarcarsi da San Diego alla volta di Espiritu Santu, un’isola delle nuove Ebridi. Qui lo spirito inquieto di quello che, dall’alto dei suoi trent’anni tra piloti che ne avevano appena venti, sarebbe diventato ben presto “Pappy” si scontrò con il puntiglio burocratico e regolamentare del Colonnello Lard che lo assegnò a noiosi compiti a terra, in attesa che mettesse da parte le sue abitudini alcoliche, indegne per il decoro di un ufficiale ed incompatibili con il comando attivo. Così il Colonnello Lard definiva l’aspetto fisico e le qualità morali del suo indisciplinato sottoposto: “un figlio di puttana dal naso piatto e dal collo taurino che puzza come una fabbrica di bourbon”.

Forte di tali attestati di stima, Boyington non si rassegnò né al lavoro d’ufficio, né all’idea di rinunciare al comando di una squadriglia, né tanto meno all’astinenza dal whisky. Sfruttando la lentezza con cui giungevano i rinforzi dagli Stati Uniti, finì per ottenere l’autorizzazione a costituire una squadriglia temporanea. Per racimolare piloti Pappy si rivolse prima di tutto a quegli ufficiali che avevano problemi disciplinari offrendo loro un’opportunità di riscatto e soprattutto una rapida via d’uscita rispetto alla corte marziale. In meno di tre settimane fu in grado di mettere insieme ed addestrare una squadriglia che in suo onore si scelse il nome di “Boyington’s Bastards” che fu poi cambiato in “Black Sheeps”, in considerazione del rifiuto della stampa americana di pubblicare volgarità sulle sue colonne.

Resasi presentabile almeno nel nome, la squadriglia delle “Pecore Nere” ebbe il suo battesimo del fuoco il 16 settembre 1943. In quell’occasione soltanto Boyington abbatté cinque caccia giapponesi, i temibili Zero. La squadriglia non riportò neppure una perdita. L’audacia dimostrata fin dall’esordio dalle “Black Sheeps” e dal loro comandante ebbero un effetto positivo sulle alte gerarchie militari che si mostrarono da allora in poi piuttosto tolleranti verso molte intemperanze. Gli Zero abbattuti compensavano ampiamente le bottiglie stappate senza risparmio, per tutti, ma non per il Colonnello Lard che non lasciò da parte la propria animosità e ricorse ad ogni cavillo regolamentare per tentare di imporre un “regime secco” alle “Pecore Nere” ed in particolare al loro comandante.

Pappy seppe guidare i suoi uomini a terra ed in cielo con umanità, coraggio ed audacia, riservandosi però, tra una missione e l’altra, e in beffa all’occhiuto Colonnello Lard, il piacere di una robusta e chiassosa sbronza a cui i suoi giovani ufficiali non mancavano di partecipare con entusiasmo e riconoscenza. Di missione in missione e di sbronza in sbronza, il numero delle vittorie personali di Boyington crebbe sino a destare l’attenzione della stampa americana sempre attenta a sfruttare ogni occasione per innalzare il morale in patria ed al fronte .

Nel gennaio del 1944, abbattendo il suo venticinquesimo velivolo, Boyington aveva eguagliato l’asso della prima guerra mondiale Eddie Rickenbacker e si trovava ad passo dal raggiungere il primato detenuto in quel momento da Joe Foss con 26 vittorie. Poiché l’avvicendamento ed il sopraggiungere dei limiti d’età per un pilota da caccia incombevano, Pappy per assecondare la sua vanità e regalare alla stampa un nuovo primato con cui rincuorare il pubblico americano si sottopose a turni di volo massacranti che si concludevano sfortunatamente con un nulla di fatto. Il 3 gennaio 1944, assolutamente sobrio come tenne sempre a precisare, conquistò finalmente la ventiseiesima vittoria che stava inseguendo, ma gli costò cara: precipitò in fiamme nell’Oceano Pacifico e fu ripescato da un sottomarino giapponese. Aveva quasi perso l’orecchio sinistro, il capo presentava profonde lacerazioni, le braccia, il collo e le spalle erano piene di schegge, una pallottola gli aveva trapassato un polpaccio, ma, all’insaputa della stampa che si affrettò a celebrare e sfruttare il mito dell’eroe caduto inseguendo un primato, era ancora vivo.

Vought F4U-1A Corsair, BuNo 17883, of Gregory “Pappy” Boyington, the commander of VMF-214, Vella Lavella end of 1943

Iniziò per Boyington un lungo periodo di prigionia, venti mesi che coincisero, suo malgrado, con una drastica e radicale disintossicazione dall’alcool. Forse anche per questa ragione, nonostante le brutalità ed i soprusi subiti, non serbò rancore verso i giapponesi. Nelle sue memorie scrisse: “Quando qualcuno mi domanda oggi dei giapponesi, penso si aspetti che li odi, tutti, e soprattutto per quello che hanno fatto a noi prigionieri nel campo di Ofuna. Si aspettano che li definisca primitivi, brutali e stupidi. Ma negli stessi Stati Uniti, in quasi tutte le città degli Stati Uniti, in quasi tutte le case degli Stati Uniti, troviamo persone che sono primitive, brutali e stupide come quelle guardie con le loro mazze. Questo tipo di individuo ha bisogno soltanto dell’occasione per manifestarsi. Ma esiste dappertutto intorno a noi.”

Tra fame, sporcizia, percosse ed estenuanti, quanti inutili, interrogatori, l’asso dovette rinunciare alla bottiglia ed iniziare a guardare dentro sé stesso per trovare la forza di sopravvivere.

La sua inestinguibile sete di alcool però non svanì. Nell’unico capodanno passato in mano ai giapponesi trovò comunque, abusando della generosità di un carceriere, il modo di regalarsi, rischiando il plotone di esecuzione, una sbronza a base di saké.

Neppure l’astio verso il Colonnello Lard lo abbandonò. In cella il suo sogno ricorrente era entrare di soppiatto nell’alloggio di Lard mentre dormiva e tracannare un paio di bicchierini del suo miglior whisky. Persino la rigorosa consegna del silenzio a cui si attenne con caparbietà durante gli interrogatori trovò un’eccezione per Lard. Posto difronte ad una nitida fotografia che riproduceva la solidissima fortezza in cui il suo comandante si era acquartierato non esitò ad indicare ad un incredulo ufficiale giapponese il punto più opportuno in cui sganciare una bomba. Era certo che nessun attacco giapponese avrebbe potuto passare le difese antiaeree e le pattuglie dei caccia notturni, e proprio per questo non voleva rinunciare a mettere, anche dal fondo di una cella, un po’ di paura in corpo al detestabile Lard.

Pur senza sopprimere del tutto il suo spirito goliardico ed indisciplinato la prigionia lo indusse a riconsiderare il concetto di coraggio. Rielaborando la propria esperienza scrisse di sé forse con eccessiva severità: “Guardandomi indietro negli anni, non direi che non sono mai stato coraggioso, ma la maggior parte delle azioni che mi sono state accreditate come coraggiose, non erano altro che spacconate. Cercavo di darmi importanza, di imitare il coraggio di persone delle quali avevo letto e delle quali mi era stato raccontato”.

A questa definitiva certezza giunse però soltanto 1957. Appena riottenuta la libertà, Boyington dimenticò, complice la bottiglia, i giudizi taglienti che egli stesso aveva formulato sulla propria maturità e sul proprio equilibrio. Rinunciò a ricostruirsi una nuova vita. D’altronde salvare anche soltanto qualche brandello di quella sferzante autoanalisi critica sarebbe stato impossibile nell’autunno del 1945, mentre l’America intera gli tributava medaglie, onori ed accoglienze trionfali.

Durante il tour propagandistico organizzato in suo onore dal Corpo dei Marines il whisky prese di nuovo prepotentemente il controllo della sua vita. Coperto di medaglie, acclamato come un eroe redivivo, costretto a ripetere in ogni città soltanto quella parte della sua storia che il pubblico voleva sentire, coraggio, coraggio ed ancora coraggio, Boyington iniziò uno dei periodi più cupi della sua esistenza. Senza l’adrenalina della battaglia gli divenne impossibile gestire la bottiglia.

La luna di miele con l’opinione pubblica americana si esaurì quando la rivista “Life” pubblicò le impietose foto della rimpatriata delle “Black Sheeps” a San Francisco. Il puritanesimo americano rimase allibito difronte ad una tale accozzaglia di ubriaconi che fino ad un momento prima aveva considerato eroi senza macchia.

Dopo il congedo dal Corpo dei Marines, a causa delle ferite riportate, Boyington non riuscì a tenersi un lavoro per più di qualche mese: “continuai a cambiar posto finché divenne evidente che non ce la facevo in nessun modo. Si trattava sempre di vendere qualcosa, e gli articoli che cercavo di vendere andavano dalla minestra alle noccioline, abiti, gioielleria, francobolli e assicurazioni. Tutte queste compagnie avevano qualcosa in comune e cioè tanta difficoltà a collocare la loro merce che avrebbero assunto Satana in persona, se avessero visto anche una minima possibilità che ci riuscisse lui.”

Gli arresti per ubriachezza molesta, puntualmente immortalati dalla stampa, pronta questa volta a schernire l’eroe nella polvere, si moltiplicarono. Né il matrimonio con l’amatissima Franny, né gli impieghi prima come arbitro di lotta libera e poi, ironia della sorte, come rappresentante di birra alla spina riuscirono a tenerlo a lungo lontano dai guai. L’acool tornava sempre a prendere il sopravvento.

Gli occorsero un incidente aereo, un coma etilico ed il robusto sostegno degli alcolisti anonimi per scrollarsi di dosso la sua dipendenza dalla bottiglia. Anche la stesura delle sue memorie “L’asso delle bottiglia”, pubblicato nel 1957, ebbe un ruolo determinante nella sua catarsi. Fissando sulla carta la storia del suo crollo e della sua faticosa rinascita volle stabilire un punto di non ritorno: decise di scendere dal piedistallo dell’eroe e di togliersi la maschera del gaudente ubriacone per tornare ad apprezzare la vita.

La riconciliazione tra l’opinione pubblica americana e Pappy fu lenta e graduale, nonostante il buon successo ottenuto dalla sua opera, che fu tradotta anche in italiano alla metà degli anni ’60 e da allora mai più ristampata.

Alla fine degli anni ’70 il regista Steven Spielberg nel suo film “1941 allarme a Hollywood” affidò ad un irresistibile John Belushi, nella parte dello strampalato ed alticcio aviatore Wild Bill Kelso, una gustosa parodia dello spirito guerriero in cui il riferimento, almeno iconografico, a Boyington è evidente. Il passaggio dalla parodia alla celebrazione, seppur in tono minore, fu breve. Negli stessi anni, messi da parte i toni farseschi di Spielberg, la TV dedicò a Boyington ed alla squadriglia delle Pecore Nere una anodina serie di telefilm in cui, per non deludere le aspettative del pubblico, non vi era nulla della profonda e sofferta umanità di Pappy.

La dimensione eroica a cui Boyington aveva cercato di sottrarsi per poter tornare a vivere finì per prevalere, beffandolo.


Bibliografia

G. BOYINGTON, L’asso della bottiglia, Milano, Longanesi, 1966.

C. HEATON, Intervista a “Pappy” Boyington, “Aviation History Magazine”, 1988.

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