John Fitzgerald Kennedy è un’icona molto amata del novecento. Giovane, bello, sorridente, ispirato, segnato da un tragico destino rappresenta nell’immaginario collettivo il volto positivo e progressista dell’America che un indecifrabile attentato ha spento per sempre.

Certo Kennedy fu una vittima, ma non per questo rifiutò, quando ne ebbe l’occasione, il ruolo di carnefice. Non seppe sfuggire alle spire della ragion di stato, si inoltrò nel lato oscuro del potere.

La sua breve presidenza fu una delle più complesse e travagliate della storia degli Stati Uniti. Dovette assumere decisioni difficilissime soprattutto in politica estera: dalla Baia dei Porci, alla crisi dei missili russi a Cuba, sino alla delicatissima questione del Viet-Nam corse il rischio di trasformare la guerra “fredda” in guerra “calda”. Nell’affrontare queste emergenze si sforzò, con alterne fortune, di essere “presidenziale”, cioè ostentò fermezza, determinazione, abilità diplomatica, senza tuttavia disdegnare i metodi poco ortodossi imposti dallo scontro tra i blocchi, ma difficilmente conciliabili con il mito democratico kennediano. A spingerlo su questo terreno non furono soltanto le trappole tesegli dalla CIA, ma anche, e forse più, l’ossessione di poter essere accusato di debolezza, di attendismo verso la minaccia comunista su scala planetaria.

Se l’episodio della Baia dei Porci fu più che altro un inganno della CIA a cui Kennedy si sottrasse all’ultimo momento sacrificando volontari cubani e se la crisi dei missili dell’ottobre 1962 non fu che un corollario della precedente leggerezza, corollario che divenne il suo capolavoro politico, offrendogli la possibilità di mostrare le sue qualità migliori come capo di stato, la risposta kennediana alla crisi vietnamita si configurò invece come una aperta e deliberata concessione alla ragion di stato. Tre settimane prima di cadere vittima di Lee Harvey Oswald, Kennedy, ansioso di allontanare da sé la ricorrente accusa di essere “soft on communism”, fu quanto meno complice del feroce assassinio del dittatore vietnamita Ngo Dinh Diem.

L’impegno degli Stati Uniti in Vietnam fu inaugurato dal presidente Eisenhower. Dopo la sanguinosa sconfitta inflitta alla Francia, nel maggio 1954, a Dien Bien Phu, dal movimento nazionalista Viet Minh, egemonizzato dai comunisti guidati da Ho Chi Minh, il congresso di Ginevra sancì la divisione del Vietnam intorno al 17° parallelo. In base agli accordi, mai formalmente sottoscritti dagli Stati Uniti, la divisione avrebbe dovuto preludere ad una riunificazione entro due anni attraverso libere elezioni, ma il governo americano, memore della recente vittoria dei comunisti di Mao in Cina, si guardò bene dall’appoggiare concretamente tale prospettiva. Si affrettò invece a manifestare, con un fiume di dollari, via via più imponente, il proprio appoggio all’ex imperatore vietnamita Bao Dai, riconosciuto dalla Francia come capo di stato del Vietnam indipendente.

Mentre Ho Chi Minh ricercava affannosamente aiuti militari, economici e tecnologici presso la Cina comunista e l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti impegarono ogni mezzo propagandistico per allargare la spaccatura tra la componente comunista e quella anticomunista del movimento nazionalista vietnamita. Facendo leva sulle atrocità vere o presunte commesse dai comunisti incoraggiarono l’esodo di 900.000 persone, per lo più cattolici, dal nord verso il sud, rendendo irreversibile la divisione del Vietnam e costituendo una solida base di consenso ad una politica tenacemente anticomunista. Particolarmente attive in questa operazione furono le cellule della CIA coordinate dal colonnello Lansdale, esperto di guerra psicologica. La Saigon Military Mission, l’efficiente struttura segreta creata da Lansdale, ricorse alla falsificazione di documenti vietminh ed alla corruzione degli indovini dei villaggi per terrorizzare i contadini diffondendo false profezie di disastro imminente sotto il regime comunista. Il compito di organizzare nel nord una vasta rete di resistenza e di sabotaggio fu invece affidato al maggiore Lucien Conein, un ufficiale di nascita francese, ma naturalizzato americano, destinato ad avere un ruolo di primo piano nel colpo di stato contro Diem nel 1963.

Alle attività di controinformazione e di infiltrazione nel territorio avversario l’amministrazione Eisenhower affiancò iniziative sul terreno politico e diplomatico. Nel settembre del 1954 il segretario di Stato Dulles promosse la costituzione della SEATO, cioè una frettolosa ed approssimativa imitazione della NATO per il sud est asiatico a cui aderirono, senza troppa convinzione, oltre agli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, l’Australia, la Nuova Zelanda, le Filippine ed il Pakistan. Tale organizzazione, pur dimostrandosi sin dagli esordi debole ed eccessivamente eterogenea, contribuì a manifestare la volontà americana di non cedere neppure un palmo di terreno ai comunisti in quell’area. La costituzione dello scudo della SEATO fu la premessa al diretto coinvolgimento degli Stati Uniti nel sud est asiatico, andando a colmare il vuoto lasciato dai francesi, ormai inaffidabili come argine all’espansionismo comunista.

L’insofferenza americana per le conclusioni incerte e pasticciate di Ginevra, che avevano stabilito poco più di una tregua senza pacificare definitivamente la regione, trovò nel leader nazionalista cattolico Ngo Dinh Diem un interprete all’apparenza docile, autorevole ed affidabile. Alla luce dei fatti Diem si sarebbe rivelato agli occhi di Washington un alleato inefficiente, difficile da gestire, addirittura imbarazzante a causa del suo ottuso autoritarismo fondato sul nepotismo, ma nel 1954 l’amministrazione Eisenhower lo considerò l’unico leader politico su cui puntare per scalzare definitivamente i francesi senza fare concessioni ai comunisti.

Ngo Dinh Diem nacque nel 1901 nel Vietnam centrale da una famiglia di ferventi cattolici. Suo fratello Thuc intraprese la carriera ecclesiastica; lo stesso Diem in gioventù accarezzò l’ipotesi di prendere i voti, ma la disciplina del seminario lo spaventò, spingendolo verso la carriera burocratica al servizio dei colonizzatori francesi. A soli venticinque anni ottenne l’incarico di governatore provinciale distinguendosi per il suo impegno contro la propaganda comunista. Nel 1933 ottenne dall’Imperatore Bao Dai la nomina a ministro degli Interni, manifestando un zelo riformatore che fu male accolto dalle sospettose autorità francesi che lo allontanarono ben presto dalla carica.

Durante l’occupazione giapponese Diem non collaborò, ma ciò non gli fu sufficiente ad allontanare da sé i sospetti del movimento nazionalista Viet Minh che lo confinò in un primitivo villaggio al confine con la Cina. Suo fratello Khoi e suo nipote furono invece assassinati. La loro morte creò un fossato incolmabile con il Viet Minh ed in particolare con la frazione comunista. In un primo tempo Ho Chi Minh, sottovalutando le implicazioni dell’assassinio di Khoi e di suo figlio, cercò di coinvolgere Diem nella guerra di resistenza ai francesi, poi, dopo aver incassato un netto rifiuto, lo condannò a morte in contumacia. Tra il 1950 ed il 1954 Diem si rifugiò negli Stati Uniti dove riuscì ad intessere relazioni con personaggi influenti come il cardinale Spellman di New York che gli aprì la strada verso proficui contatti politici. Ai suoi interlocutori, tra cui vi furono il leader democratico Hubert Humphrey ed il giovane senatore del Massachusetts John Kennedy, Diem si presentò come una valida alternativa tra l’esausto colonialismo francese ed l’incombente pericolo comunista. Questa sua immagine di autentico nazionalista, mite, coraggioso e determinato, lo favorì nel 1954 quando Bao Dai, chiamato ancora una volta dai francesi a rivestire il ruolo di capo di stato fantoccio del Vietnam indipendente, dovette scegliersi un primo ministro che fosse gradito agli Stati Uniti.

L’esordio di Diem come capo del governo fu contrassegnato dalla precarietà. Il fragile stato sud vietnamita oltre a non essere in grado di contrastare, per carenza di mezzi, l’infiltrazione delle cellule comuniste che andavano radicandosi nelle aree rurali, non possedeva neppure il monopolio della forza. Sette religiose ed organizzazioni criminali disponevano infatti di milizie di migliaia di uomini che rappresvano una costante minaccia sul governo, intralciando quelle risoluta crociata anticomunista che gli americani ansiosamente si attendevano.

Il più antico dei gruppi religiosi era il Cao Dai, che sviluppando a partire dagli anni ’20 un culto basato sul sincretismo tra elementi cristiani e buddisti, aveva conquistato il cuore e la mente di circa due milioni di fedeli nella regione nord ovest di Saigon. Meno numerosi dei Cao Dai, ma più agguerriti, erano gli aderenti alla setta Hoa Hao, una tribù scismatica buddista concentrata alle foci del Mekong. Durante il dominio francese gli Hoa Hao si erano schierati contro il Viet Minh, mettendo a punto sul loro territorio una solida struttura militare capace di contrastare la guerriglia nazionalista e comunista. A Cholon, il quartiere cinese di Saigon, imperversava invece l’organizzazione Bin Xuyen che controllava il gioco d’azzardo, la prostituzione, lo spaccio di droga ed altri traffici illegali realizzando lauti profitti che le conferivano una enorme influenza sul fitto sottobosco criminale della capitale e sulle forze di polizia, in cui la moralità ed il senso del dovere erano merci rarissime. Anche i Bin Xuyen come gli Hoa Hao non nutrivano simpatie verso il Viet Minh, ma non per questo potevano essere considerati degli alleati affidabili né da Diem, né dagli americani.

Nella delicata fase di assestamento al potere di Diem la CIA, attraverso il colonnello Lansdale, fu prodiga di dollari e di consigli politici volti a favorire la nascita di un regime che avesse qualche probabilità di raccogliere il consenso e la fiducia dei vietnamiti. Diem accettò ben volentieri i primi ma ignorò i secondi.

Con il viatico di oltre dodici milioni di dollari americani il governo Diem non incontrò difficoltà a stringere una alleanza apparentemente solida con le sette religiose. Solo alcuni leader si mostrarono insensibili alla seduzione del denaro. In questi casi Diem non esitò ad usare platealmente la forza. Nel 1956 la decapitazione sulla pubblica piazza del fanatico comandante militare della setta degli Hoa Hao fu sufficiente a convincere tutti gli incerti.

Del tutto inutili si rivelarono invece i dollari per ammorbidire la posizione della ricchissima organizzazione Bin Xuyen. Diem, in aperto contrasto con Lansdale, considerò la forza come l’unica opzione possibile. Nella primavera del 1955 fu dispiegato l’esercito per attaccare le roccaforti della banda Bin Xuyen a Cholon. Saigon fu trasformata in un campo di battaglia. Persino il palazzo presidenziale fu bombardato. Lo stesso Diem fu sul punto di cadere difronte alla forza del crimine organizzato che contava sull’appoggio francese e sulle simpatie del capo di stato Bao Dai. La superiorità dell’addestramento e dell’armamento delle truppe fedeli a Diem, entrambi generosamente dispensati dagli Stati Uniti, determinò la sconfitta degli aderenti a Bin Xuyen, molti dei quali per sfuggire all’arresto ed alla rappresaglia ripararono nella giungla andando ad infoltire le file della guerriglia comunista.

Corollario della vittoria sul crimine organizzato fu la deposizione del capo di stato Bao Dai che si era avventatamente esposto a sostegno delle forze Bin Xuyen. Dalla Costa Azzurra in cui viveva nel lusso sperperando quattrini alla roulette di Monte Carlo e rinnovando la sua ventennale amicizia verso la Francia, Bao Dai non rappresentava un avversario temibile per Diem che, nell’ottobre del 1955, poté indire, senza incontrare resistenze, un referendum per deporlo e proclamarsi capo di stato.

L’amministrazione Eisenhower accolse con favore tale iniziativa che eliminava dalla scena politica l’ultimo legame tra la Francia ed il Vietnam e non ebbe nulla da eccepire neppure rispetto alla goffa manipolazione dei risultati elettorali che assegnarono in molte province al capo del governo in carica un numero di suffragi ben superiore rispetto al totale degli aventi diritto al voto. Anche in questa occasione, come ulteriore precauzione in una consultazione elettorale dall’esito predeterminato, l’esperienza della CIA nel campo della psicologia di massa fu messa al servizio di Diem. Su consiglio dell’onnipresente colonnello Lansdale il simbolo elettorale di Diem fu disegnato in rosso, il colore della buona fortuna nella cultura asiatica, al verde, colore della sventura, furono invece affidate le sorti di Bao Dai nell’urna.

Al referendum del 1955 non seguì la consultazione elettorale prevista dagli accordi di Ginevra per la riunificazione del paese, dal momento che né il governo sud vietnamita né gli americani erano in grado di predeterminare un risultato a loro gradito.

L’amnesia americana rispetto agli impegni di Ginevra fu prontamente rilevata dall’Unione Sovietica che nel gennaio 1957 propose che nord e sud Vietnam fossero ammessi alla Nazioni Unite come due stati separati e sovrani. Eisenhower respinse sdegnosamente l’ipotesi sovietica dichiarandosi indisponibile a riconoscere come legittimo un regime comunista. In questa scelta gravida di conseguenze pesarono sia la cosiddetta “teoria del domino”, per cui una vittoria o una legittimazione di un regime comunista avrebbe innescato in tutta l’area geopolitica meccanismi imitativi incontrollabili, sia la convinzione che il regime Diem potesse, grazie ai generosi aiuti che affluivano senza sosta da Washington, sconfiggere la minaccia comunista sul piano militare e su quello politico.

L’ottimismo americano del 1957 iniziò ad incrinarsi non appena risultò evidente che Diem, nonostante i ripetuti inviti dei consiglieri americani, non intendeva rinunciare né al più sfacciato nepotismo, né alla stretta alleanza con la grande proprietà terriera come puntelli del suo regime. Alle concessioni puramente formali ai desiderata americani, come l’adozione di una costituzione democratica, che rimase lettera morta, e la convocazione di farsesche elezioni politiche, non corrispose alcun concreto progresso del regime sud vietnamita verso la conquista di un effettivo consenso popolare. Tanto la ristretta cerchia degli intellettuali, frustrati dall’autoritarismo malamente mascherato di Diem, quanto la gran massa dei contadini rimasero estranei rispetto al regime.

Diem come Ho Chi Minh al nord, dovette confrontarsi con l’atavica fame di terra dei contadini, aggravata dall’arrivo di circa un milione di profughi, per lo più cattolici. Mentre il regime comunista operando la requisizione delle terre e la brutale eliminazione dei proprietari riuscì, nonostante i sanguinosi eccessi denunciati dallo stesso Ho Chi Minh, a conquistarsi un vasto seguito tra i contadini, Diem si mostrò al contrario restio a realizzare una coerente riforma agraria capace di generare una classe di piccoli e medi proprietari che potesse riconoscersi nei valori sbandierati dalla propaganda americana. La piccola proprietà operosa ed istintivamente anticomunista invocata dagli esperti americani come il vaccino contro le seduzioni collettiviste del modello comunista rimase un miraggio. A dispetto della crescita del numero dei proprietari il latifondo non fu intaccato. Il 45% dei terreni assegnati, dietro pagamento e non gratuitamente come dal regime comunista, ai profughi del nord finì nelle mani di circa il 2% di essi. Immutate rimasero anche le fortune e l’influenza dei grandi proprietari del delta del Mekong.

Il fasullo riformismo di Diem commise un altro grave errore politico con la creazione, sul finire degli anni ’50, delle agrovilles. Questi villaggi strategici fortificati avevano lo scopo dichiarato di difendere le popolazioni rurali dalle infiltrazioni e dalle incursioni comuniste, ma finirono per essere uno strumento di sfruttamento e di oppressione dei contadini, distruggendo tradizioni millenarie e fragilissimi equilibri sociali.

Il riformismo di facciata e la tutela americana non riuscirono neppure a contenere le esplosioni di violenza cieca nelle campagne. Lo sforzo del regime Diem teso ad annientare le cellule Viet Minh nelle zone rurali si tradusse spesso nella arbitraria e brutale eliminazione dei contadini vagamente in odore di comunismo. Con il risultato di ingrossare le fila degli oppositori anziché ridurle.

Ancor più spietati e dispotici di Diem si rivelarono i suoi fratelli, posti nelle principali posizioni di potere del regime, in una condizione di perenne rivalità tra loro. Il più potente ed intrigante era Nhu, a capo della polizia segreta e leader del “partito laburista personalista” che dichiarava di ispirarsi ad una confusa e concettosa filosofia politica, basata sulla valorizzazione della dignità umana contro il materialismo occidentale. Dietro questa astrusa ed improvvisata cortina ideologica si celava una organizzazione ramificata in tutti i centri di potere che aveva come unico scopo la repressione di ogni forma di dissenso.

La tracotanza di Nhu era esaltata dalla vulcanica personalità di sua moglie, Le Xuan, detta Madame Nhu, che si atteggiava a first lady del sud Vietnam ed a moralizzatrice dei costumi. L’altro fratello di Diem, Can, governava con pugno di ferro il Vietnam centrale, controllando la produzione e la commercializzazione del riso. Al fratello maggiore Thuc, arcivescovo di Hué, spettava invece il compito di assicurare al regime l’appoggio pieno e convinto della Chiesa cattolica e dei suoi fedeli.

L’ostinato immobilismo politico e sociale del regime e l’estrema cautela di Diem nel dispiegare l’esercito in una risoluta attività di contrasto all’infiltrazione comunista non tardarono ad alimentare tra gli ufficiali più dinamici ed ambiziosi tentazioni golpiste. L’amministrazione Eisenhower, ancora saldamente convinta dell’insostituibilità di Diem, pur rilevandone i vistosi limiti, non ebbe parte nel complotto.

Nel novembre del 1960 il tenente colonnello Vuong Van Dong alla testa di tre battaglioni di paracadutisti pose l’assedio al palazzo presidenziale, intimando a Diem di impegnarsi ad inaugurare una politica di riforme. Questi asserragliato nei sotterranei aprì una lunga trattativa con i ribelli, si spinse sino ad accettare le loro richieste pur di guadagnare il tempo necessario a far convergere nella capitale truppe a lui fedeli e scatenare così la repressione.

Lo sfortunato tentativo di colpo di stato dei paracadutisti di Dong, pur non intaccando gli ottimi rapporti tra il regime sud vietnamita e l’amministrazione Eisenhower ormai in scadenza, fu interpretato dalla dirigenza comunista di Hanoi come un evidente segnale della debolezza di Diem ed incoraggiò una intensificazione dell’attività di guerriglia. All’infiltrazione di cellule comuniste, capaci di mettere a segno attentati terroristici ed incursioni notturne nei villaggi, si affiancò la costituzione di più consistenti unità combattenti, dotate del potenziale bellico necessario per impegnare interi battaglioni dell’esercito sud vietnamita. Anche il cruciale problema di assicurare un flusso adeguato e costante di rifornimenti ai guerriglieri fu affrontato con determinazione da Hanoi, predisponendo, attraverso il Laos, il cosiddetto sentiero di Ho Chi Minh, destinato a diventare una spina nel fianco del regime di Saigon.

La cornice politica dell’intensificarsi della guerriglia fu garantita dalla creazione, nel dicembre del 1960, del Fronte di Liberazione Nazionale. Nelle intenzioni di Ho Chi Minh tale struttura politica doveva coagulare tutte le forze ostili a Diem, a cominciare dai tronconi ancora attivi delle sette religiose e delle organizzazioni criminali, sfumando, almeno in apparenza, l’egemonia comunista per porre invece l’accento sul carattere nazionale e di popolo del movimento di resistenza.

Alla rinnovata aggressività dei Viet Cong, termine dispregiativo entrato da allora in poi nell’uso comune per indicare i comunisti del nord Vietnam, Diem rispose con un rafforzamento della polizia segreta al comando di suo fratello Nhu che accentuò il carattere autoritario ed oppressivo del regime. In un clima di crescente paranoia anticomunista anche la più innocua manifestazione di dissenso finì per essere tacciata di connivenza con i Viet Cong e quindi repressa, frustrando le richieste americane di allargare le basi politiche del regime.

Al moltiplicarsi dei controlli polizieschi non corrispose invece una energica azione militare, nonostante l’esercito, addestrato e rifornito senza badare a spese dagli americani, arrivasse a sfiorare le 150.000 unità. Memore del colpo di stato di Dong, Diem riteneva che la vittoria sul campo dei generali avrebbe potuto minacciare il suo potere personale. Incurante degli ingenti investimento americani, che tra il 1954 ed il 1962 raggiunsero la cifra di due miliardi di dollari, era convinto che il principale compito dell’esercito fosse proteggere la sua persona e la sua famiglia; e non perdeva occasione per ribadire questa convinzione promuovendo gli ufficiali che, oltre a manifestargli una incondizionata devozione, riportavano le minori perdite negli scontri con la guerriglia. Tale assurdo sistema premiale favorì la paralisi delle azioni militari, destando irritazione presso i consiglieri americani.

Pertanto, l’amministrazione Kennedy, insediatasi nel gennaio 1961, ereditò una situazione profondamente deteriorata nel sud Vietnam. I segnali di una offensiva comunista in grande stile in tutto il sud est asiatico erano inoltre confermati dal dilagare nel Laos della guerra civile.

Nel maggio del 1961, Kennedy, reduce dal disastro della Baia dei Porci, affrontò sul piano strettamente diplomatico l’emergenza laotiana, convocando a Ginevra una nuova conferenza in cui le grandi potenze si accordarono per dar vita ad un Laos neutrale ed indipendente. Kennedy fu spinto su questo terreno da considerazioni di ordine pratico dettate dalla valutazione negativa delle capacità militari delle forze anticomuniste laotiane e dall’impossibilità di dispiegare una forza di intervento americana in quell’accidentato territorio.

Il rapido disimpegno dal Laos, oltre a rinfocolare le accuse repubblicane al gruppo dirigente kennediano di essere arrendevole verso i comunisti, determinò un crollo del morale dell’esercito sud vietnamita, angosciato dalla prospettiva di poter essere repentinamente abbandonato a sé stesso dagli Stati Uniti.

Nel tentativo di rincuorare Diem ed i suoi generali, il vicepresidente Lyndon B. Johnson, voltato in tutta fretta a Saigon nel maggio 1961, si spinse sino ad offrire l’invio di un contingente americano. Diem rifiutò cortesemente il dispiegamento di truppe americane sul suo territorio, accettò invece con entusiasmo ulteriori aiuti economici e militari.

I timori dell’amministrazione Kennedy per un cedimento del fronte anticomunista sud vietnamita, ormai irrinunciabile dopo la sconfitta a Cuba ed il ripiegamento nel Laos, divennero concreti nel settembre del 1961, quando i Viet Cong conquistarono il capoluogo di provincia Phuoc Vinh, a soli 90 chilometri da Saigon. L’occupazione durò soltanto poche ore ma fu interpretata a Washington come una avvisaglia di un disastro imminente. Kennedy giudicò che le valutazioni puramente politiche fossero ormai superflue ed inviò a Saigon, nell’ottobre del 1961, il suo consigliere militare, il generale Maxwell Taylor, per una ponderata analisi tecnica della situazione sud vietnamita.

Il memorandum Taylor, dopo aver riaffermato la dogmatica “teoria del domino”, raccomandò, accogliendo gli orientamenti prevalenti nello stato maggiore, il dispiegamento di almeno 8000 unità combattenti dell’esercito americano appoggiate da tre squadroni di elicotteri per garantire una piena mobilità sul territorio. Il segretario alla Difesa Robert Mc Namara accolse con scetticismo tale valutazione ritenendo troppo contenuto, e perciò irrilevante per le sorti della guerra, un contingente di soli 8000 uomini. A suo avviso non meno di sei divisioni, pari a 200.000 uomini, avrebbero potuto imprimere una svolta netta alle operazioni.

In questo gioco al rialzo Kennedy si trovò in grave imbarazzo ed optò per la cautela, limitandosi ad approvare nuovi finanziamenti, ma accantonando il dispiegamento di unità americane dichiaratamente combattenti. Tale scelta dilatoria non arrestò tuttavia l’incremento del numero dei consiglieri militari che da circa 700 durante l’amministrazione Eisenhower divennero nel 1963 oltre 16.000.

Sotto la prudente e rassicurante finzione dell’invio di istruttori e consiglieri andava profilandosi un massiccio coinvolgimento americano.

Nel corso del 1962, l’introduzione di elicotteri, pilotati da personale americano, conferì alle forze armate di Diem un significativo vantaggio tattico che contribuì ad alimentare l’ingenuo ottimismo dello staff kennediano che ebbe l’erronea sensazione di essere ad un passo dalla vittoria definitiva in Vietnam. Questa illusione in cui caddero i più autorevoli esponenti del governo, a cominciare da Robert Kennedy e da Mc Namara, rese ancora più impetuoso il flusso di dollari e di personale militare verso Saigon. Persino le remore a rendere discreta la presenza dei militari americani durante le operazioni antiguerriglia si allentarono.

Dopo l’iniziale sbalordimento i Viet Cong impararono ben presto a contrastare l’azione degli elicotteri. Dal nord, attraverso il sentiero di Ho Chi Minh, giunsero armi più efficaci che unite ad un addestramento specifico ridimensionarlo il divario tra le forze in campo. Per contro, le truppe sud vietnamite, a dispetto del loro equipaggiamento e del loro addestramento, non fecero significativi progressi sul piano dello spirito combattivo, né Diem modificò il suo atteggiamento sospettoso verso gli ufficiali troppo intraprendenti. Senza una guida politica risoluta e con soldati sempre più riluttanti a rischiare la vita per una guerra che soltanto gli americani parevano seriamente intenzionati a combattere neppure gli elicotteri poterono rovesciare le sorti del conflitto.

La fragilità dell’esercito di Diem divenne drammaticamente evidente nel gennaio del 1963 quando presso il villaggio di Ap Bac, nel delta del Mekong, una piccola unità Viet Cong mise in scacco una intera divisione sud vietnamita. Nello scontro andarono perduti anche cinque elicotteri americani, creando un certo imbarazzo all’amministrazione Kennedy che a più riprese aveva negato difronte alla stampa il coinvolgimento di personale americano in operazioni di combattimento.

La sconfitta di Ap Bac, seppur mascherata dall’ottimismo ostentato dai vertici militari, convinse Kennedy a rinnovare, attraverso l’ambasciatore Nolting, le pressioni su Diem affinché inaugurasse una politica di riforme capace di ridare slancio alla volontà del sud Vietnam di non cedere alla minaccia comunista. Nolting, come i suoi predecessori, non riuscì ad ottenere nulla da Diem se non vaghe rassicurazioni che rinviavano sine die la soluzione dei nodi politici e militari che assillavano Washington.

Nel maggio 1963 la situazione politica interna del sud Vietnam precipitò mostrando il volto più ottusamente autoritario di Diem e del suo clan. La scintilla che appiccò il fuoco della rivolta, a cui seguì inesorabile la repressione, fu il divieto intimato ai buddisti dal governatore della provincia di Hué di esporre il loro vessillo multicolore in occasione della celebrazione per 2527° anniversario della nascita di Buddha. Questa assurda restrizione risultò particolarmente odiosa alla comunità buddista poiché non più tardi di una settimana prima le autorità avevano incoraggiato i cattolici ad esporre nella città di Hué il vessillo papale per commemorare il 25° anniversario dell’ordinazione sacerdotale dell’arcivescovo Thuc, fratello maggiore di Diem.

Le pacifiche proteste delle organizzazioni buddiste furono represse brutalmente. I morti lasciati sul terreno dalle forze di polizia furono goffamente attribuiti ai Viet Cong, esasperando così gli animi e ponendo gli Stati Uniti in una posizione insostenibile sia a livello internazionale, sia rispetto alla propria opinione pubblica.

Lo sdegno per l’aggressione subita spinse i buddisti a ricorrere a gesti estremi e clamorosi che conquistarono l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. L’11 giugno 1963 nel pieno centro di Saigon, Quang Duc, un anziano ed autorevole monaco buddista, si cosparse di benzina e si diede alle fiamme. Successivamente furono distribuite alla stampa internazionale le sue ultime volontà che contenevano un rispettoso appello a Diem affinché manifestasse carità e compassione verso tutte le religioni.

La risposta del regime fu affidata alla cattolicissima Madame Nhu che definì il sacrificio del monaco un barbecue, aggiungendo difronte alla stampa attonita: “Si brucino pure noi batteremo le mani!”. Queste sconsiderate parole ebbero l’effetto di moltiplicare i roghi dei monaci in tutto il paese.

Il dispotismo di Diem, che incautamente Johnson, nel corso della sua visita a Saigon nel 1961, aveva definito un “Churchill del sud est asiatico”, rese improvvisamente grottesca la patina democratica a cui prima l’amministrazione Eisenhower e poi quella Kennedy avevano finto di dar credito per mobilitare la crociata anticomunista. Nel luglio del 1963, incalzata dalla stampa e dagli allarmanti rapporti che giungevano da Saigon, la Casa Bianca prese per la prima volta in considerazione l’ipotesi di rovesciare Diem con un colpo di stato. Kennedy accompagnò l’analisi di tale scenario con due iniziative: la nomina di Henry Cabot Lodge, esponente di spicco del partito repubblicano, ad ambasciatore a Saigon con il compito di porre Diem difronte ad un aut aut ed il conferimento, in via riservatissima, a Lucien Conein, un veterano della CIA, del mandato di sondare gli umori dei vertici militari sud vietnamiti.

Conein, ben introdotto negli ambienti militari, non tardò a riferire a Washington la disponibilità del comandante dell’esercito Tran Van Don e di alcuni altri ufficiali, tra cui il popolarissimo generale Duong Van Minh, detto “Big Minh”, a spodestare Diem e la sua cricca. Nonostante la presa di contatto con i generali golpisti, Kennedy non avallò subito l’opzione di rovesciare Diem, preferì tenere ancora aperta la via politica alla soluzione della crisi vietnamita, rinnovando le pressioni per una radicale riforma del regime.

Le residue illusioni di poter manovrare Diem crollarono nel mese di agosto, quando, a dispetto degli inviti americani alla moderazione ed alla conciliazione con la comunità buddista, la polizia segreta di Nhu seminò il terrore nelle pagode di tutto il paese. Uccisioni, devastazioni, saccheggi e centinaia di arresti, tra cui quello dell’ottuagenario patriarca buddista del Vietnam, furono il bilancio del colpo di coda di un regime che orami aveva perso ogni contatto con la realtà politica.

Appena giunto a Saigon, alla fine di agosto, Lodge, dopo un inconcludente colloquio con Diem a proposito degli eccessi di Nhu, invitò la Casa Bianca a dare il via libera ai generali, senza ulteriori indugi che avrebbero potuto compromettere l’intera operazione.

La linea suggerita dall’ambasciatore non fu accolta con unanimità di consensi dal governo di Washington in cui alcuni autorevoli esponenti, come il segretario alla Difesa Mc Namara, il vicepresidente Johnson ed il consigliere militare Taylor, mossi dal pragmatismo e non certo da scrupoli etici, si ostinavano a considerare Diem come l’unico, per quanto inaffidabile, interlocutore possibile.

Il rischio di perdere il controllo del Vietnam qualora Diem, ormai universalmente odiato dalla popolazione, fosse stato spodestato da una classe politica neutralista o peggio ancora filocomunista finì per convincere Kennedy ad assumere l’iniziativa e accogliere le raccomandazioni di Lodge.

Tra l’avallo politico del complotto e la sua messa in atto intercorsero due mesi in cui i generali con grande circospezione misero a punto il loro piano d’azione senza perdere di vista né i vaticini degli indovini, né le mosse dell’ambasciatore Lodge che avrebbero potuto tradire un repentino ripensamento della Casa Bianca. In questi mesi Kennedy, dubbioso sulle concrete possibilità di successo del colpo di stato, fu infatti più volte sul punto di ritornare sui suoi passi, ma Lodge non lasciò trapelare nulla ai congiurati.

Mentre gli incontri segreti tra Conein ed il generale Don in uno studio dentistico di Saigon si facevano sempre più frequenti, Diem e suo fratello Nhu, consci del deterioramento del rapporto con gli Stati Uniti, escogitarono un cervellotico e fantasioso piano per mantenere saldamente il potere nelle loro mani. Il loro obiettivo era dimostrare a Kennedy di essere ancora un insostituibile baluardo simulando un finto colpo di stato di matrice comunista per poi reprimerlo prontamente. La realizzazione delle due operazioni, denominate in codice Bravo I e Bravo II, si basava sull’ingenuo presupposto che l’esercito fosse fedele al regime.

Don non appena ebbe notizia della complessa macchinazione accelerò i preparativi per entrare in azione contro Diem. Il 1° novembre 1963 i generali golpisti ordinarono alle loro truppe di accerchiare il palazzo presidenziale di Saigon. Diem e Nhu si rifugiarono nelle cantine aprendo una trattativa con gli insorti nella speranza di poter guadagnare tempo come avevano fatto durante il colpo di stato dei paracadutisti tre anni prima. Questa volta però le chiacchiere di Diem non incantarono nessuno. Don non si spinse oltre l’offerta di un salvacondotto per abbandonare il paese. Lodge si offrì come garante.

Posti con le spalle al muro i due fratelli fecero un estremo tentativo per riprendere in mano le redini della situazione. Abbandonarono di soppiatto il palazzo assediato per rifugiarsi nel quartiere di Cholon in una villa da cui, grazie ad un collegamento telefonico installato in precedenza dalla polizia segreta, ripresero le trattative lasciando intendere agli insorti di essere ancora all’interno della residenza presidenziale.

Solo il tradimento di un assistente di Diem rivelò a Don l’inganno. All’alba del 2 novembre difronte alla chiesa di San Francesco Saverio Diem e Nhu furono arrestati. In base agli accordi, avallati da Lodge e da Conein, entrambi avrebbero dovuto essere risparmiati, tuttavia un piano preciso per definire la loro sorte una volta deposti non era stato predisposto. Il generale Don ed i suoi complici risolsero drasticamente il problema. Dopo essere stati caricati su di un mezzo blindato con l’assicurazione di essere trasportati in un luogo sicuro Diem e Nhu furono trucidati.

A Washington Kennedy accolse con profonda costernazione la notizia della morte del burattino che si era ostinato a voler muovere i propri fili.


BIBLIOGRAFIA

S. KARNOW, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1985.

M. K. HALL, La guerra del Vietnam, Bologna, Il Mulino, 2003.

A. V., Vietnam apocalisse inutile, Roma, Ciarrapico Editore, 1984.

J. L. GADDIS, La guerra fredda. Cinquant’anni di paura e di speranza, Milano, Mondadori, 2007.

G. MAMMARELLA, Storia degli Stati Uniti dal 1945 ad oggi, Bari, Laterza, 1993.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.