L’arte di costruire nel medioevo in Toscana

Villaggi, castelli e soprattutto chiese e palazzi. Quelle chiese e quei palazzi signorili che ancora oggi sono lì presenti davanti ai nostri occhi e che hanno attraversato ben mille anni di storia. La Garfagnana e la Valle sono costellate da questi edifici, di chiese e chiesette ne abbiamo in ogni dove. Tutto questa vivacità creativa nella nostra zona cominciò nel lontano medioevo quando il Vescovo di Lucca Frediano nel VI secolo fondò le prime pievi, anche se, ad onor del vero furono i Longobardi i primi a costruire edifici cristiani nell’Alta Valle del Serchio.

Matilde di Canossa

Ma fu lei, la Grancontessa Matilde di Canossa, dopo l’anno mille a consolidare la presenza delle chiese in Garfagnana. Tutta questa sua smania di costruire si può ritrovare infatti nella leggenda che vuole Matilde chiedere al Papa il permesso di celebrare messa; il Papa gliel’accordò a patto che costruisse cento chiese, la contessa si prodigò, ma alla novantanovesima morì. Comunque sia, bando alle leggende e ai miti bisogna dire che il clima fervido di nuove fondazioni si protrasse fino a tutto il 1200 e a rendere ancora meglio l’idea  di tutta questa intensa attività ci pensò nel suo libro “Cronache dell’anno mille” il monaco francese Rodolfo il Glabro, il più famoso cronista d’epoca medievale che così narrò:” Si era già quasi all’anno terzo dopo il Mille quando nel mondo intero, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si ebbe un rinnovamento delle chiese basilicali. Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta in un fulgido manto di chiese“. Allora, proprio in quel periodo ecco nascere la chiesa di San Michele a Castiglione, San Jacopo a Gallicano, la Pieve dei Santi Pietro e Paolo a Careggine, la chiesina della Sambuca dedicata a San Pantaleone e tutte le altre ancora, compresi austeri palazzi e edifici vari. Certo però, a pensarci bene queste costruzioni, secolo più secolo meno, hanno mille anni d’età…

San Jacopo Gallicano

Quelle pietre sono state testimoni di guerre, catastrofi, lotte, hanno visto morire e nascere centinaia di migliaia di persone, hanno subito terremoti, piogge, giornate afose e calde, eppure sono sempre lì, nel 2020 sono ancora integre, inviolate e…  allora la domanda sorge spontanea… ma come le avranno costruite per resistere a tutte le avversità? Chi le avrà materialmente innalzate? E con quale materiale? Proviamo allora a dare una risposta a tutte queste domande. Il funzionamento di un cantiere medievale fu una realtà complessa che vide il coinvolgimento di tutta la comunità. I lavori per edificare una simile costruzione richiedevano anni e anni di lavoro e rappresentavano una grande risorsa economica per il paese, un’opportunità da sfruttare poichè si dava la possibilità di lavorare a una gran parte della popolazione, difatti lavorare nei cantieri delle chiese garfagnine a quel tempo era una delle fonti di sostentamento delle famiglie, anche perchè intorno a quel cantiere sorgevano altre attività correlate, che permettevano la nascita di un microcosmo fatto (anche) da nuove figure professionali. Infatti sarebbe un errore pensare che tutto questo sia stato gestito da una banda di sconclusionati, anzi, tutto ciò era regolamentato da una serie di figure, ognuna con il suo proprio compito. A capo di tutto c’era il “fecit” o il “construxit” (così come riportano i documenti del tempo)ossia il committente.

Esistevano due tipi di committenti: c’era colui che oltre a mettere i soldi, stabiliva anche le forme e le caratteristiche dell’edificio secondo il proprio gusto, imponendo di fatto le sue decisioni agli esecutori dell’opera. Inoltre c’era anche la figura del committente finanziatore, nuda e pura, metteva i quattrini e “basta”. Come ben si capirà tali committenti provenivano quasi esclusivamente dal clero, dalle signorie locali o dai regnanti. Altro personaggio importantissimo e fondamentale era il “magister murario”, oppure il “caput magister” o anche il “fabricator”, insomma l’architetto. La sua figura veniva identificata come quella del costruttore la cui attività intellettuale e progettuale prevaleva su quella manuale, una mansione che aveva maturato nei suoi lavori fatti in lontane terre. Infine c’erano le maestranze, coloro per capirsi che muovevano le mani. Anche qui però esisteva una scala gerarchica, in primis c’era il geometra capocantiere (geometricalis operis magister), poi c’era il lathomus (il tagliatore di pietre), gli scalpellini, il maczonerius (il fabbricatore di mattoni)e i muratori (paratores).

Poi la scala cominciava a scendere ancora di più con gli spalatori, gli zappatori, i demolitori, i guastatori con i picchi, i livellatori, tutti questi erano sotto la categoria degli “operarius”. Insomma, un cantiere medievale equivaleva ad un vero e proprio spaccato di società del tempo ed inoltre, già nella categoria degli “operarius” esistevano altri gruppi ben distinti: maestri, garzoni e manovali. Alle diverse capacità corrispondevano diversi salari che tuttavia non permettevano a questi lavoratori di condurre una vita agiata. Comunque sia per tutti la giornata lavorativa era durissima, ed era scandita dalle pause pranzo, una avveniva prima dell’orario d’inizio lavori, una a tarda mattinata con pane, formaggio e frutta e infine un’altra a metà pomeriggio, tutto era compreso nel salario del lavoratore. Non solo lavoro però, esistevano anche momenti di festa, grandi bevute erano previste ogni qualvolta varie parti dell’edificio venivano terminate. Non mancavo però, nemmeno i  momenti drammatici, gli infortuni sul lavoro erano all’ordine del giorno e ogni tanto, oggi come allora non era affatto difficile che ci scappasse pure il morto. Per altro la sicurezza sul cantiere era importante anche secoli fa e tale responsabilità era di fatto nelle mani del carpentiere, colui che era addetto (anche) al montaggio delle impalcature. Appena una costruzione raggiungeva l’altezza uomo si provvedeva ad innalzare impalcature in legno, per permettere ai muratori di accedere ai vari livelli della costruzione.

Queste strutture di legno permettevano agli operai di muoversi, lavorare, deporre materiali utilizzando precarie piattaforme legate insieme da corde formate da una resina estratta dal tiglio, oppure da rami flessibili di quercia o salice. Esistevano quindi due tipi d’impalcatura: l’impalcato indipendente, dove la struttura era difatti autonoma e non poggiava sulla parete dell’edificio, era soprattutto usata per lavori delicati, come la posa in opera degli intonaci. C’era poi l’impalcato dipendente, direttamente connesso alla costruzione, dei pali di legno venivano conficcati nel muro in modo che sorreggessero l’impalcatura stessa (quei fori d’alloggiamento sono ancora visibili in molte edifici del tempo), questo tipo d’impalcato era molto più economico, dato che per il suo assemblaggio era necessaria una minore quantità di legno. E a proposito di legno…era con questo materiale che il misero popolo costruiva le proprie case(per questo motivo che di queste case niente ci è giunto). Erano invece le pietre le grandi protagoniste: con questo materiale erano realizzate queste grandi costruzioni. Una volta giunte nel cantiere le grandi pietre dovevano essere tagliate, squadrate e scalpellinate, secondo la misura o il disegno dell’architetto, dopodichè questi blocchi (a volte giganteschi) dovevano essere sollevati in modo da poter essere messi in opera e per questo venivano utilizzati elevatori particolari, talvolta  complessi e pericolosi. Queste primitive gru non servivano solamente per sollevare pietre ma permettevano anche di sollevare enormi travi di legno. Infatti in queste costruzioni non mancavano notevoli quantità di legno per metter su, travi, capriate, mensole e scale. Ma è anche in questo periodo che partì su vasta scala la produzione del mattone, le fornaci venivano allestite all’interno del cantiere, così come sul cantiere venivano preparate le malte.

Castiglione

D’altronde a quel tempo il cemento non esisteva e la malta era quel legante composto da acqua, sabbia e detriti che permetteva alle pietre e ai mattoni di avere stabilità. Naturalmente per creare questi fabbricati servivano materie prime per fare proprio malta e mattoni e per cercare pietre adatte all’edificio in costruzione. Allora, ecco che nascevano nelle vicinanze del cantiere delle vere e proprie cave dove reperire sabbia, terra e pietre. Una buona parte di materiale, ahimè, era reperito attraverso la cosiddetta “tecnica del riuso”, una pratica questa molto diffusa nel Medioevo dove si utilizzava altro materiale lapideo distruggendo i resti di costruzioni dell’antica Roma. Per buona sorte anche in Garfagnana esisteva qualche legislatore accorto, infatti a tal proposito fu emanata una legge che autorizzava gli spogli e le demolizioni di resti d’epoca romana a patto che fossero eseguiti su edifici non più restaurabili (quasi tutti) e che non avevano pubblico utilizzo. Come abbiamo letto i nostri antichi avi costruirono tutto ciò con lungimiranza, con perizia, attenzione e bravura, quella stessa bravura che si dava a una cosa che doveva durare “ad perpetuam memoriam” .

Careggine chiesa dei S.S Pietro Paolo

La perpetua memoria era infatti una prerogativa per tutti quegli edifici (che secondo la gente del tempo) rivestivano una certa importanza  sociale o religiosa. Questa rilevanza ha fatto si che una chiesa o un palazzo abbiano avuto nei secoli una costante manutenzione, la loro importanza sociale non permetteva che avessero un decadimento ed è poi lo stesso motivo per cui ancora oggi provvediamo a restaurarli e a mantenerli integri. Questa antica avvedutezza non deve sorprendere, d’altra sarebbe sbagliato credere che il medioevo  sia  stato un’epoca buia e oppressiva. Nel medioevo ci sono stati progressi importanti in tutti i campi: i mulini a vento, l’aratro di ferro e soprattutto sono avvenuti molti miglioramenti in campo edile, in modo particolare con la costruzione di chiese. Del resto la gente costruiva cattedrali perchè sognava il paradiso…

 

 

 


Bibliografia

RestaurArs “Dalla parte dell’arte”

La cattedrale e il cantiere medievale: microcosmo della società di Selenia Michele novembre 2015

Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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