Home POLITICA Land grabbing… la situazione si fa ogni giorno più grave

Land grabbing… la situazione si fa ogni giorno più grave

Ormai dovrebbe essere evidente anche ai meno attenti: la stragrande maggioranza di quelli che sbarcano dalle carrette del mare diretti in Sicilia o in Italia non sono rifugiati e nemmeno profughi. Per la quasi totalità sono persone che fuggono da paesi dove è difficile vivere a causa delle condizioni economiche. In qualche raro caso sono “profughi ambientali” ovvero persone che hanno lasciato la propria casa perché non è più possibile vivere in quel territorio a causa dei mutamenti climatici e ambientali. Eventi che sono conseguenze di scelte economiche di cui sono responsabili molti dei paesi occidentali (è di qualche settimane fa la dichiarazione di una associazione svizzera che ha denunciato la vendita in Africa di gasolio per autotrazione eccessivamente inquinante – decine e decine di volte al di sopra dei limiti consentiti – da parte di grandi aziende petrolifere europee).

Uno dei fenomeni che da sempre spinge i migranti a lasciare le proprie terre diretti in Italia è quello del land grabbing (e del correlato water grabbing). Grandi multinazionali acquisiscono immense aree e riserve idriche nei paesi più poveri per produrre con coltivazioni intensive quei generi che non potrebbero mai produrre altrove. Come il Qatar che per sopperire al fabbisogno nazionale ha stipulato un accordo con il Kenia; o come le multinazionali del cibo che sfruttano territori fertili di molti paesi africani per acquisire materie prime che servono per la realizzazione dei prodotti che vengono venduti nelle grandi catene di supermercati in tutto il mondo.

Ormai non è più un mistero: questo fenomeno è presente in quasi tutti i paesi africani. In Liberia, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, Sierra Leone e Sudan ad esempio: in ciascuno di questi paesi la superficie “acquisita” dalle multinazionali supera il milione di ettari (con cifre spaventose in paesi come il Sud Sudan, 3,4 milioni di ettari, o la Liberia, 1,3, o il Mozambico, 2,1) .

Ma questo fenomeno è rilevante anche in molti altri paesi africani: Mali, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, Kenia, Zambia,Madagascar, Zimbabwe e molti altri. Tutte nuove terre di conquista dove i colonizzatori occidentali e orientali (anche i cinesi sono presenti in molti di questi paesi) hanno sfruttato l’impossibilità per gli abitanti di dimostrare il proprio diritto di vivere lì: nel migliore dei casi mancano i titoli di proprietà dei siti in cui le famiglie risiedono da secoli e, anche quando questi esistono, non è difficile per chi governa convincere i cittadini che quella non è più la loro terra. Con le buone o con le cattive.

Un fenomeno che non viene ostacolato in alcun modo dalle maggiori organizzazioni internazionali. Anzi. La Banca Mondiale, ad esempio, invece di distribuire aiuti ai paesi in difficoltà, sette anni fa ha eliminato ogni limite all’acquisto di terre nei paesi del sud del mondo. Una decisione che ha aperto le porte ad un nuovo periodo di colonialismo sfrenato non solo in Africa ma anche in altri continenti: in Brasile, in Papua Nuova Guinea e in Indonesia. Basti pensare che solo in questi ultimi due paesi la superficie oggetto di land grabbing supera i sette milioni di ettari.

In barba a promesse, dichiarazioni di intenti e belle parole, oggi è in atto una vera e propria colonizzazione silenziosa da far impallidire al confronto l’espansione dell’Isis: l’unica differenza tra questi due fenomeni è che la seconda viene classificata come invasione contrastata dagli eserciti di molti paesi; la prima, invece, avviene in silenzio, senza che nessuno punti i riflettori sulle migrazioni forzate che genera e sui morti che causa. Entrambi questi fenomeni geopolitici causano flussi migratori: il primo costringe milioni di persone a cercare una nuova terra come migranti; il secondo produce centinaia di migliaia di profughi e rifugiati.

Oggi in Africa (e in molti altri paesi del mondo) è in corso una vera e propria scramble of Africa (una “spartizione” del continente), come lo ha definito il Global Justice now, un’organizzazione britannica che da anni si batte per la giustizia sociale. Una spartizione che le organizzazioni conoscono perfettamente: nel 2011, l’allora segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, definì “inquietante il fatto che un rapporto abbia riscontrato che solo nel 2009,un’area di terreno agricolo grande quanto la Francia sia stato comprato in Africa da fondi di investimento e altri speculatori”. Da allora nessuno ha mosso un dito per arrestare questo fenomeno, anzi. E la situazione continua a peggiorare ad un ritmo spaventoso. Tanto vertiginoso che oggi non è nemmeno possibile fornire dati assolutamente certi sulle sue dimensioni:quelli ufficiali sono di sicuro inferiori di diversi ordini di grandezza rispetto a quelli reali. Come ha detto Liberti nel suo libro I Signori del Cibo, “si possono fare solo delle stime, che vanno da 60 a 300 milioni di ettari”, una dimensione simile a quella di tutti i paesi dell’Europa occidentale insieme. Un fenomeno che se fosse stato etichettato come “invasione politica o religiosa” avrebbe certamente scatenato molti eserciti.

Ma dato che si tratta di land grabbing, nessuno dice niente. Nessuno dice, ad esempio che le conseguenze sociali e geopolitiche di questo fenomeno potrebbero diventare ingestibili nel giro di pochissimo tempo. E nessuno dice niente delle conseguenze per l’ambiente che questo fenomeno causa: in molti di questi paesi i conquistatori fanno grande ricorso a metodi di coltivazione intensiva che avrà conseguenze rilevanti non solo sull’ecosistema global, ma anche sulla salute dei consumatori finali di quei prodotti.

Anzi, vista la totale impunità delle multinazionali, pare che questo fenomeno si stia estendendo anche ai paesi europei….

C.Alessandro Mauceri


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