Il 16 magio 1940, quando le truppe di Hitler già dilagavano oltre Sedan, il Maresciallo Henri Philippe Pétain fu richiamato da Madrid, dove si trovava in qualità di ambasciatore. Il Presidente del Consiglio Paul Reynaud si illudeva che l’inserimento nel governo dell’ottuagenario eroe di Verdun potesse risollevare il morale dei francesi e consolidare l’unità nazionale, indispensabile per ripetere quel miracolo che aveva salvato la Francia nel 1914 e nel 1916. Destra e sinistra con accenti diversi manifestarono la loro profonda soddisfazione per la scelta di un uomo capace di affrontare anche i momenti più drammatici con serenità e determinazione e tributarono il loro plauso, l’ultimo, al governo. L’entusiasmo del Parlamento e dei commentatori politici non poté tuttavia ingannare a lungo i francesi sulla profondità del baratro che si stava aprendo difronte a loro.

Dunkerque

Nei giorni successivi alla nomina del Maresciallo a Vice Presidente del Consiglio la situazione militare francese continuò ad aggravarsi sino a diventare disperata. La sostituzione alla guida delle armate francesi del Generale Gamelin, giudicato troppo attendista, con il Generale Weygand, peraltro poco apprezzato da Pétain, non fu sufficiente a stabilizzare il fronte. Il corpo corazzato del Generale Guderian puntava su Calais, mentre quello del Generale Reinhardt irrompeva ad occidente di Arras, verso Saint Omer e Dunkerque per intrappolare il corpo di spedizione britannico. Ormai neppure il grande prestigio di Pétain, che incarnava le virtù militari di tenacia ed abnegazione che avevano portato la Francia a trionfare sulla Germania nella Grande Guerra, potevano impedire il disastro imminente.

Il 25 maggio la repentina caduta di Boulogne e l’intrappolamento delle truppe franco-inglesi nella sacca di Dunkerque giustificarono il più nero pessimismo. Nessuna valida difesa poteva più essere eretta tra Parigi e l’avanzata delle truppe tedesche. Per la prima volta durante il Consiglio di Guerra, svoltosi all’Eliseo quello stesso giorno, il Presidente della Repubblica Lebrun pronunciò la parola “armistizio” e si chiese se non fosse opportuno trasferire il governo lontano dalla linea del fronte. L’impossibilità di continuare la lotta gli pareva evidente sul piano militare, ma sul piano politico restavano intatti i vincoli con l’alleato inglese che escludevano la possibilità di firmare una pace separata con la Germania. Il Generale Weygand pur dichiarando difronte alle massime cariche istituzionali la sua determinazione a battersi sino all’ultimo per salvare l’onore della Francia non perse l’occasione per pronunciare una requisitoria contro la repubblica e la sua classe dirigente che aveva commesso un gravissimo errore entrando in guerra senza una adeguata preparazione materiale, politica e morale. Sulla sdegnata invettiva contro la politica della Terza Repubblica, che nel corso degli anni ’20 e ’30 aveva privilegiato il lassismo rispetto alla disciplina, immediata fu la sintonia tra Weygand e Pétain, generando uno dei nuclei ideologici fondamentali del futuro regime di Vichy: l’individuazione delle cause culturali, morali e sociali della sconfitta. Fin dalle ore più tragiche del collasso militare della Francia né Weygand, né Pétain, né l’opinione pubblica conservatrice che lo osannava, si astennero dal puntare l’indice contro la politica del Fronte Popolare, mostruosa alleanza tra il comunismo filosovietico, il radicalismo massonico e la finanza ebraica, che aveva minato irrimediabilmente la capacità bellica di una grande potenza, condannandola all’annientamento.

Dopo il Consiglio di Guerra del 25 maggio la sintonia tra Pétain e Weygand mutò in una vera e propria alleanza per convincere il capo del governo dell’inutilità di proseguire la lotta contro la Germania. L’eroe di Verdun, inizialmente cauto nel pronunciarsi a favore dell’armistizio nel timore di essere tacciato di disfattismo, nei giorni seguenti il 25 maggio offrì il suo sostegno a Weygand che ormai affermava apertamente: “…se la battaglia è perduta, il vero coraggio non consisterà nel ripiegare su un qualche ridotto bretone, peraltro illusorio, ma nel trattare con il nemico.”

Con il passare dei giorni attorno al Maresciallo si raccolsero i realisti che ritenevano che soltanto un rapido armistizio avrebbe consentito di evitare il sacrificio completo dell’esercito, tanto inutile quanto esiziale per il destino post bellico della Francia in cui l’eventualità del manifestarsi di forti tensioni sociali non appariva affatto remota. Il ricordo della sconfitta del 1870 a cui erano seguite la Comune di Parigi e la guerra civile si affacciava alla mente di molti francesi. In un paese prostrato dalla sconfitta, senza un esercito, con le istituzione repubblicane delegittimate dalla loro stessa inettitudine, il partito comunista avrebbe potuto trovare le migliori condizioni per tentare una sollevazione rivoluzionaria.

I crescenti timori per la tenuta sociale della Francia, la capitolazione del Belgio il 27 maggio, la minaccia sempre più pressante di un intervento italiano a fianco della Germania hitleriana, il completamento dell’evacuazione delle truppe anglo-francesi da Dunkerque, lasciando sulle spiagge ingenti quantità di materiale bellico, ed incrinando i rapporti tra Londra e Parigi, l’attacco tedesco sul fronte della Somme per dare il colpo di grazia all’esercito francese non furono tuttavia sufficienti a far trionfare i sostenitori dell’armistizio. Anche dopo la rottura del fronte della Somme, il 7 giugno, Reynaud si ostinò a sostenere la necessità di continuare la guerra. Accettò il trasferimento del governo a Bordeaux, ma non volle aprire gli occhi sulla gravità della situazione. Il disperato appello a Roosvelt, il progetto, sostenuto dal Sottosegretario alla Difesa Charles De Gaulle, di costituire un estremo ridotto difensivo in Bretagna e la speranza che l’alleato inglese potesse ancora ribaltare le sorti della guerra divennero un alibi per non decidere di capitolare.

Pétain al contrario non si lasciò ingannare dalle illusioni. Non tardò a convincersi che ogni giorno, ogni ora perduti rischiavano di aggravare le condizioni dell’armistizio e di rendere ancora più drammatiche le sofferenze del popolo francese, ampliando la distruzione ed il saccheggio del territorio, moltiplicando il numero dei profughi e dei prigionieri, compromettendo irrimediabilmente la capacità dell’esercito di garantire la pace sociale. Per vincere la resistenza del governo all’armistizio Pétain giocò d’astuzia, non si espose ufficialmente fin quando non ritenne vi fossero le condizioni più propizie per affermare la sua linea politica. Solo il 9 giugno, alla vigilia della partenza del governo da Parigi e dell’ingresso italiano nel conflitto, Pétain pronunciò apertamente in seno al Consiglio dei Ministri il suo proposito di porre al più presto fine al conflitto. Al richiamo di Reynaud ai vincoli posti dall’alleanza con l’Inghilterra Pétain oppose la logica del sacro egoismo: “Gli interessi della Francia devono essere anteposti a quelli dell’Inghilterra: essa ci ha messo in questa situazione, cerchiamo di uscirne.”

Il primo tentativo di imporre una svolta decisiva nella politica del governo fallì, il dogma della vittoria delle forze democratiche sul totalitarismo hitleriano prevalse, mancava ancora una presa coscienza delle dimensioni del disastro militare in cui stava sprofondando la Terza Repubblica.

L’esodo da Parigi, tra il 10 e l’11 giugno, fu una dolorosa lezione di realismo per la classe politica. Le interminabili colonne di profughi tormentate dalle incursioni aeree della Luftwaffe, gli ingorghi stradali, il panico dipinto sul volto dei civili e dei militari in rotta resero finalmente persuasivi gli argomenti di Pétain e di Weygand.

L’11 giugno, su pressante invito del governo Reynaud, Churchill volò a Briare, a circa 160 chilometri da Parigi, per partecipare ad un vertice politico. Si presentò con nuove promesse per respingere i prevedibili rimproveri francesi circa lo scarso apporto militare fornito. Mostrò ammirazione e rispetto per l’eroica resistenza dell’esercito francese, dichiarò senza ambiguità la determinazione inglese a continuare la lotta, ma non poté ricomporre la profonda frattura che ormai divideva Reynaud dal resto del suo governo. Il giorno seguente Churchill ebbe un lungo colloquio riservato con Pétain che definì assurda l’ipotesi di continuare la guerra in Nord Africa ed inevitabile l’armistizio. Il Maresciallo non fece riferimento solo alla Francia ormai agonizzante, ma anche all’Inghilterra che a suo avviso da sola non avrebbe potuto resistere più di un mese alla forza militare nazista. La certezza dell’invincibilità tedesca costituì la principale premessa su cui Pétain ed i suoi più stretti collaboratori tracciarono il disegno della rivoluzione nazionale che avrebbe dovuto rigenerare moralmente e politicamente la Francia e garantirle un futuro nella nuova Europa egemonizzata da Berlino.

Chuchill affidò le sue impressioni sul colloquio ad un telegramma inviato al Presidente Roosvelt in cui definì Pétain un uomo pericoloso, disposto a sacrificare il suo nome ed il suo prestigio pur di strappare un trattato di pace. Preso atto dell’isolamento politico di Reynaud e dell’inevitabile crollo della Francia, Churchill incominciò a volgere la sua attenzione ad un altro problema: sottrarre ad Hitler il controllo del Nord Africa e della flotta francese, potente ed ancora intatta.

Anche Reynaud, sfumata la prospettiva di poter sfruttare l’aiuto dell’alleato per ridare stabilità e compattezza al suo governo, cercò di sondare le reazioni inglesi all’ipotesi di un armistizio con la Germania. Ottenne da Chuchill una risposta che egli interpretò non come una completa dissoluzione degli impegni che vincolavano i due paesi a negoziare con il nemico solo di comune accordo, ma piuttosto come una promessa da parte inglese a non abbandonarsi a vane recriminazioni contro una Francia priva di ogni alternativa militare che cercava disperatamente di sottrarsi all’annientamento.

Il 13 giugno, dopo la partenza di Churchill, si svolse a Cangé, non lontano da Tours, un drammatico Consiglio dei Ministri. Il Generale Weygand presentò la situazione militare in questi termini: per contrastare 140 divisioni tedesche la Francia non disponeva che di una cinquantina di divisioni a cui si doveva aggiungere il contingente inglese, poco più che simbolico, costituito da due divisioni. Parigi era indifendibile, le truppe corazzate di Hilter avevano già oltrepassato la Senna. Si disse pronto ad improvvisare una linea difensiva sulla Loira, ma tenne a precisare la totale inutilità di tale misura. Concluse la sua relazione affermando che per il governo che aveva invocato la guerra jusqu’au bout era giunto il momento di chiedere l’armistizio.

Reynaud replicò tornando a pronunciare un invito alla resistenza ad oltranza. Avvertendo il mormorio di alcuni Ministri che rimproveravano al comandante supremo dell’esercito di rinunciare a combattere, Weygand ebbe una crisi di nervi e non riuscì a trattenere le lacrime. Ribadì di essere pronto a subire l’umiliazione di una sconfitta pur di sottrarre la Francia ad un destino ancora più tragico.

Pétain ruppe gli indugi e si schierò apertamente a favore dell’immediata richiesta di un armistizio. Il suo autorevole intervento animò un acceso dibattito tra i Ministri che passarono confusamente in rassegna tutte le possibili alternative, dal ridotto bretone all’esilio in Inghilterra fino alla possibilità che l’appello inviato a Roosvelt potesse risollevare le sorti della Francia. Indignato dal chiacchiericcio dei Ministri Weygand abbandonò la sala del consiglio sbattendo la porta.

Dopo una sospensione resasi necessaria per allentare il clima di forte tensione, il Consiglio dei Ministri riprese in serata con la lettura da parte del Maresciallo di un testo che aveva già predisposto qualche giorno prima e sottoposto in via confidenziale a Weygand. Esordì presentando la situazione militare in una luce ancora più fosca di quella evocata da Weygand. Se la Francia non avesse immediatamente richiesto l’armistizio il panico si sarebbe diffuso tra le truppe, la catena di comando si sarebbe allentata sino a rendere l’esercito incapace di qualsiasi manovra. Le stremate forze francesi non erano in grado di costituire un valido ridotto né in Bretagna né altrove, un ridotto che comunque sarebbe stato un rifugio tutt’altro che sicuro. Liquidò poi l’ipotesi di trasferire il governo oltre la Manica o in Nord Africa considerandola una diserzione difronte al nemico. Sul dovere di restare in Francia nel momento più tragico per il suo popolo si spinse sino ad avanzare la velata minaccia di un colpo di stato. Con la solennità che gli conferivano l’età e le passate vittorie affermò: “Il dovere del governo è, qualunque cosa accada, restare nel paese, pena non essere più riconosciuto come tale. Privare la Francia dei suoi difensori naturali in un periodo di smarrimento generale, è abbandonarla al nemico. (…) Io sono dunque dell’avviso di non abbandonare il suolo francese e di accettare la sofferenza che sarà imposta alla Patria ed ai suoi figli. La rinascita della Francia sarà il frutto di questa sofferenza. Così la questione che si pone in questo momento non è di sapere se il governo domanda l’armistizio ma se accetta di lasciare il suolo metropolitano. Io dichiaro, per quanto mi riguarda, che fuori dal governo, se occorre, mi rifiuterò di lasciare il suolo metropolitano, io resterò tra il popolo francese per condividere le sue pene e le sue miserie. L’armistizio è ai miei occhi la condizione necessaria della perennità della Francia eterna.”

L’anziano Maresciallo non pronunciò un discorso, ma lesse un proclama che non lasciava nessuno spazio al dibattito politico, condannava a morte la Terza Repubblica e minacciava di bollarne l’intera classe dirigente con il marchio di infamia della codardia. Dopo aver ascoltato pazientemente per settimane i vaneggiamenti di uomini politici incapaci di comprendere il dramma che la Francia stava vivendo, pose il Consiglio dei Ministri difronte ad una decisione immutabile: l’assoluto rifiuto del membro più autorevole e popolare del governo di prendere la via dell’esilio e quindi di avallare qualsiasi formula politica che potesse salvaguardare, almeno formalmente, il principio della guerra ad oltranza. Non vi era nessuna alternativa all’armistizio, non solo perché la Francia era stata duramente sconfitta sui campi di battaglia e non disponeva di risorse materiali e morali per continuare la lotta, ma anche perché il governo non poteva vigliaccamente abbandonare il suo popolo alla mercé del nemico.

Pétain non si limitò tuttavia a giocare la carta del ricatto, offrì anche ai ministri una prospettiva politica, cioè la rinascita della Francia attraverso la sofferenza, come espiazione e catarsi necessarie per ritrovare un giorno la grandeur smarrita. Fin dal primo atto politico di quello che sarebbe ben presto diventato il regime di Vichy, seppe coniugare i tre elementi che, secondo Michel Winock, costituiscono il nucleo ideologico del nazionalismo francese: l’invettiva contro la decadenza della Patria, corrotta, oltraggiata, minacciata ed infine sconfitta; l’identificazione di uno o più gruppi sociali responsabili della decadenza e quindi della catastrofe; l’apparizione di un salvatore, capace di rigenerare la nazione, anche attraverso la sofferenza, e di reindirizzarla verso il suo destino di grandezza e di splendore.

A partire da Maurice Barrès e da Eduard Drumont il nazionalismo francese si era sempre nutrito del mito della decadenza, prendendo a prestito dalla patologia le immagini più raccapriccianti per rappresentarla come una malattia, subdola come l’alcoolismo, la sifilide o il saturnismo, capace di intossicare la nazione ed annientarne le tradizioni, le aspirazioni, gli ideali e la sua stessa forza vitale. L’immoralità imperante, la corruzione della classe politica, il diffondersi della criminalità e dello sfruttamento del vizio, la sovversione delle gerarchie sociali tradizionali, il tramonto della religione come architrave della cultura popolare, il trionfo dell’industria e più ancora della speculazione finanziaria a danno dell’artigianato e dell’agricoltura, l’affievolirsi dello spirito di sacrificio e di conseguenza anche delle virtù guerriere, il primato dell’individualismo più avido ed egoistico, non erano per l’ideologia nazionalista che alcuni dei molteplici sintomi della malattia sociale della decadenza che aveva colpito la Francia sin dalla nascita della Terza Repubblica . Il decorso di tale malattia avrebbe potuto portare perfino all’estinzione della stessa civiltà francese. Già nel 1938 Céline si era azzardato a profetizzare la scomparsa della civiltà francese. Così come i galli si erano estinti non lasciando ai posteri che una ventina di parole, allo stesso modo i francesi avrebbero potuto scomparire anima e corpo dalla loro terra.

La sconfitta nell’arco di poche settimane di quello che era considerato, a torto, il più potente esercito europeo assunse agli occhi di molti francesi il valore di una prova inconfutabile della fondatezza della predicazione nazionalista. La decadenza cessò improvvisamente di essere una ossessione nazionalista per diventare una realtà tanto evidente da essere incontestabile. Il Maresciallo fece leva su tale realtà per scalzare il governo Reynaud e rivoluzionare in senso conservatore, e quindi ai suoi occhi salvifico, la Francia.

Quanto poi ai responsabili della débâcle in cui era sfociata la decadenza, non esitò, senza alcun sforzo di originalità, a puntare l’indice innanzi tutto contro il parlamentarismo parolaio e sconsiderato che aveva corrotto le forze morali della Francia dissolvendone lo spirito bellico. Come il Maresciallo avrebbe successivamente chiarito, facendone uno dei cardini ideologici del nuovo regime, i protagonisti dentro e fuori del Parlamento della tenace opera di annientamento delle forze vitali della Francia erano stati massoni ed ebrei, elementi estranei alla nazione, animati da sete di potere, avidità e cosmopolitismo. L’ultimo e più diretto colpevole della discesa agli inferi della nazione era il Fronte Popolare che attraverso il suo leader più prestigioso, l’ebreo Léon Blum, aveva scardinato i tradizionali assetti sociali, portando allo stadio finale la congiura giudaico-massonica ordita contro la Francia. Ovviamente nel novero dei responsabili della sconfitta Pétain si guardò bene dal menzionare le alte gerarchie militari di cui egli stesso faceva parte. L’incrollabile fiducia nella linea Maginot e l’incapacità di comprendere le modalità ottimali di impiego delle forze corazzate svanirono al cospetto di una crisi morale indotta dagli eterni nemici della Francia.

Prima ancora di vincere la sua battaglia politica, ottenendo dal Parlamento, il 10 luglio 1940, i pieni poteri per riformare la costituzione ed iniziare così la sua opera di rigenerazione della nazione, Pétain si presentò ai suoi colleghi di governo con la gravità del Padre della Patria, disposto a sacrificare il suo sangue per la salvezza dei propri figli. Si attribuì una sorta di superiorità morale da cui poté guardare dall’alto in basso le piccinerie della politica, vantando una simbiosi quasi sovrannaturale con i sentimenti della nazione. “…io resterò tra il popolo francese per condividere le sue pene e le sue miserie …” Trasformò questo sincero trasporto emotivo in una inarrestabile forza politica a cui la classe dirigente delle Terza Repubblica dovette arrendersi.

A proposito del Generale Boulanger, uno dei primi idoli del nazionalismo francese, Maurice Barrès scrisse alcune parole che avrebbero potuto essere valide anche per il Maresciallo Pétain: “Che importa il suo programma, è nella persona che si ha fede. (…) la sua presenza tocca i cuori e li riscalda. Gli si vuole consegnare il potere perché si ha fiducia che in ogni circostanza egli sentirà come la nazione.”

Anche la seconda sessione del Consiglio dei Ministri del 13 giugno si concluse senza alcuna deliberazione formale. Paul Reynaud, benché gravemente indebolito dalla presa di posizione di Pétain, non si rassegnò a farsi da parte. Già la mattina del 14 giugno, certo di poter contare sull’appoggio del Ministro degli Interni Mandel, del Presidente della Camera Herriot e di quello del Senato Jeanneney, fece trapelare tra i membri dell’esecutivo la bozza di un progetto che prevedeva l’immediato imbarco nei porti mediterranei di tutte le forze militari residue e del governo per fare rotta su Casablanca o su Algeri, lasciano sul territorio francese una autorità amministrativa incaricata di ricevere le forze di occupazione tedesche. Simultaneamente, l’aviazione dalla sue basi in Africa del Nord avrebbe dovuto attaccare la Sicilia per fiaccare l’aggressore italiano. Terminata la battaglia sul suolo francese, la guerra avrebbe dovuto continuare sfruttando le risorse dell’impero e della flotta. In tal modo la Francia avrebbe mantenuto il suo posto a fianco dell’alleato inglese, rispettando gli impegni sottoscritti, al prezzo però di abbandonare il suo popolo in ostaggio all’invasore nazista. Un prezzo che Pétain non era disposto a pagare, a nessuna condizione.

Ancora una volta Reynaud tentò di ignorare la gravità dei bollettini di guerra e di guardare oltre gli avvenimenti. Mentre il governo, incalzato dalla Luftwaffe, continuava la sua fuga verso Bordeaux, le truppe tedesche dilagavano senza più incontrare la minima resistenza. Sul fronte alpino intanto l’esercito italiano, dopo la proditoria dichiarazione di guerra urlata dal duce dal balcone di Palazzo Venezia il 10 giugno, si preparava all’offensiva concentrando le sue forze in tre settori: Riviera ligure con 80.000 uomini, Colle della Maddalena e Piccolo San Bernardo con 52.000 uomini ciascuno. La forza d’urto italiana non pareva irresistibile, ma certo incupiva ulteriormente il quadro della situazione militare francese.

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