LA FUNZIONE DEGLI SCHIAVI

Il numero degli schiavi

Secondo un’usanza comune a tutti i popoli antichi, i prigionieri di guerra

(soldati, ma anche civili, donne e bambini compresi) diventavano schiavi del vincitori.

Tutti i popoli antichi, dunque, avevano schiavi, ma nessuno ne ebbe tanti quanti il popolo romano,

quando divenne padrone del mediterraneo.

Non abbiamo notizie precise sul numero degli schiavi nel mondo romano,

giacché gli antichi non ci hanno lasciato notizie attendibili al riguardo ed i calcoli degli storici moderni

hanno un vasto margine di incertezza. Una cosa, però, è sicura: gli schiavi erano moltissimi.

Sappiamo, ad esempio, che nel principale mercato di schiavi del Mediterraneo, l’isola di Delo,

nel Mar Egeo, si vendevano fino a 10.000 schiavi in un sol giorno.

Sappiamo che la presa di Agrigento, durante la Prima guerra punica, fornì ai Romani 25.000 prigionieri,

che furono tutti venduti come schiavi, mentre la conquista dell’Epiro nel 167,

fruttò un numero di prigionieri ancora più grande: 150.000.

Il solo Giulio Cesare, a dire degli antichi, avrebbe deportato dalle Gallie un milione di uomini.

Oltre che dalle guerre, il mercato degli schiavi era rifornito più modestamente,

ma anche più regolarmente, dai pirati, che prendevano d’assalto le navi e vendevano come schiavi

i marinai ed i passeggeri.

In percentuale gli schiavi erano circa il 30% della popolazione,

ma potevano essere in certi periodi anche il 70%:

questo vuol dire che su 10 abitanti da 3 a 7 erano schiavi.

Una massa enorme di individui sparsi nelle campagne, nei villaggi, nelle città, nelle miniere,

nelle fabbriche, tenuti spesso in condizioni di estrema durezza

e privati delle soddisfazioni più elementari, era indubbiamente un serio pericolo.

I Romani lo sapevano bene ed erano terrorizzati alla sola idea che i loro schiavi potessero ribellarsi.

Gli schiavi nelle campagne

I grandi proprietari romani non vivevano in campagna. La vera vita per loro era quella di città,

che permetteva di andare a teatro, di svolgere un’intensa vita sociale con le grandi famiglie e nel Foro,

di esibire vestiti, gioielli, carri lussuosi e tutti quei beni che suscitano prestigio e rispetto.

Il padrone stava quindi per mesi lontano dalle proprie terre e per questo ne affidava l’amministrazione

ad un suo sovrintendente, il villicus, da villa, come si chiamava l’azienda agricola.

Il villico era uno schiavo che il padrone apprezzava per competenza, fedeltà, capacità di lavoro.

Sulle qualità ideali di questo schiavo gli esperti antichi non erano affatto d’accordo;

secondo alcuni doveva essere istruito ed avere una certa cultura generale

perché potesse tenere la contabilità dell’azienda;

secondo altri, viceversa, era preferibile un villico completamente analfabeta,

in modo che non fosse in grado di falsificare i conti. Su un punto erano però tutti d’accordo:

come un buon ufficiale con i suoi soldati,

il villico doveva mantenere un contegno adeguato e non dare troppa confidenza agli altri schiavi

che lavoravano alle sue dipendenze; doveva, per esempio, mangiare ad una tavola separata,

ma nello stesso tempo doveva anche mostrare di condividere i disagi degli altri schiavi,

partecipando agli stessi lavori, mangiando gli stessi cibi, e così via.

Il villico non aveva moglie, perché agli schiavi non era consentito il matrimonio legale;

aveva però una compagna, la villica che nell’azienda svolgeva un ruolo molto importante.

A lei faceva capo il controllo di settori vitali nella gestione della villa:

la dispensa, le cucine, l’infermeria, la tessitura dei vestiti, la mungitura, la tosatura degli animali.

Un’azienda di medie o grandi dimensioni contava diverse centinaia o addirittura migliaia di schiavi

agricoltori, che richiedevano una sorveglianza continua per evitare il rischio di fughe o di rivolte.

Tra gli schiavi dell’azienda si distinguevano due categorie fondamentali:

gli schiavi vincti (incatenati) ed i soluti (non incatenati).

Alla prima categoria appartenevano gli individui ritenuti pericolosi perché poco docili,

inclini alla fuga ed alla violenza. Erano numerosi ed il loro prezzo sul mercato era basso.

Anche a questo riguardo le opinioni degli esperti erano contrastanti:

“Lo schiavo irrequieto ha una personalità più forte, quindi è più intelligente”, sostenevano alcuni;

“meglio un elemento di scarsa intelligenza, se è docile e non dà preoccupazioni” dicevano altri.

Gli schiavi incatenati, fiaccati da dodici ore di lavoro, venivano alloggiati negli ergastula (ergastoli),

locali sotterranei con finestre altissime ed irraggiungibili.

Gli altri godevano, invece, di un trattamento meno duro ed alloggiavano in stanzette o capanne.

Ulteriori divisioni riguardavano i compiti che vedovano assegnati a ciascuno schiavo.

Oltre alla massa di braccianti, che veniva utilizzata unicamente per la forza fisica,

esistevano le categorie piuttosto ricercate degli addetti alla preparazione degli strumenti, dei cucinieri,

dei cantinieri, e così via. Uno schiavo competente in agricoltura, poi, lo si pagava a peso d’oro,

se si pensa che un individuo di capacità medie costava già quanto due ettari di terreno.

Un gruppo a parte era costituito dagli schiavi pastori,

che guidavano greggi anche di mille capi e restavano assenti dall’azienda per lunghi periodi.

Erano scelti tra gli uomini più forti e resistenti,

capaci di passare notti al freddo e sotto capanne improvvisate.

Unici tra gli schivi, portavano le armi per respingere l’assalto di orsi e lupi, e gli attacchi dei banditi.

Per questo erano anche gli schiavi più pericolosi.

Gli schiavi delle miniere

Nelle miniere la schiavitù romana mostrava la sua immagine più crudele.

Qui migliaia di esseri umani venivano obbligati a ritmi di lavoro massacranti: dall’alba al tramonto,

un giorno dopo l’altro, senza mai una pausa.

Soltanto gli individui più robusti riuscivano a resistere per qualche anno alle fatiche,

all’ambiente malsano, ai crolli, mentre la maggior parte moriva in pochi mesi.

La terribile sorte della miniera toccava soprattutto a quegli schiavi che, per il loro carattere ribelle,

non potevano essere utilizzati nemmeno nei lavori dei campi.

Ma alle miniere venivano spesso destinati anche elementi scadenti dal punto di vista fisico,

il cui valore commerciale era alquanto basso.

Le miniere di rame, piombo, ed argento della Sardegna, della Spagna e dei Balcani,

nonché quelle d’oro delle Alpi e dei Pirenei consumavano gli uomini

come oggi una caldaia consuma il carbone.

Essi venivano sacrificati per far fronte alle enormi necessità della Repubblica di Roma.

Gli schiavi nelle città

Gli schiavi che abitavano nelle città (schiavi urbani) erano normalmente utilizzati nei lavori domestici

come camerieri, cuochi, lavandai.

Agli individui più colti si affidavano invece compiti di maggiore responsabilità:

diventavano scribi, contabili, cassieri, segretari, bibliotecari.

Uno schiavo in grado di insegnare a leggere e scrivere ai figli del padrone e di far loro da maestro

aveva un valore commerciale altissimo.

E’ proprio grazie agli schiavi greci catturati durante la conquista dell’Oriente che a Roma

si diffuse la cultura greca nelle sue varie forme (teatro, poesia, arte, filosofia).

Gli schiavi urbani venivano utilizzati in grande numero anche nei laboratori artigiani

dove lavoravano come falegnami, orafi, tessitori, ceramisti

(ben il 75% degli operai che lavoravano nelle officine ceramiche di Arezzo erano schiavi),

oppure nelle botteghe commerciali, che essi gestivano per conto dei padroni.

Altri ancora facevano i muratori, i pittori, i marmisti, i barbieri, i calzolai, i sarti, i panettieri,

i manovali, gli attori, i medici, gli architetti.

Non esisteva attività, tranne quella politica e militare che gli schiavi non svolgessero.

Gli schiavi di città vivevano complessivamente molto meglio dei loro colleghi che trascorrevano

l’esistenza nelle miniere o nelle campagne; il loro lavoro era più leggero,

la loro alimentazione era migliore, la loro vita sociale più soddisfacente.

Castighi e ricompense

Per i Romani lo schiavo era uno “strumento parlante”, non un uomo come gli altri;

era un oggetto nelle mani del padrone, che poteva farne ciò che voleva:

bastonarlo, torturarlo, ucciderlo, oppure premiarlo.

Le punizioni che i padroni infliggevano erano innumerevoli:

si andava dalla fustigazione alla bruciatura con lamine di metallo rovente ed alle mutilazioni di vario tipo.

Allo schiavo che aveva tentato la fuga si imprimeva un marchio a fuoco sulla fronte

con le lettere FUG (fugitivus); chi aveva commesso un furto veniva bollato con il marchio FUR (ladro).

Per le colpe più gravi c’erano vari tipi di condanne a morte: la più frequente era la crocifissione.

Questo impressionante elenco di atrocità ci fa comprendere un fatto importante:

una società schiavista come quella romana poteva reggersi solo sul terrore e su una disciplina ferrea.

Ma se ci limitassimo a questa osservazione non capiremmo molto della schiavitù a Roma.

I Romani sapevano punire gli schiavi, ma sapevano anche distribuire varie ricompense,

fino alla concessione del dono supremo, quello che tutti gli schiavi sognavano: la libertà.

Un pasto più abbondante, un vestito nuovo, qualche moneta, una parola gentile,

un complimento bastavano a premiare uno schiavo docile e fedele, ma non bastavano a tenerlo

completamente sottomesso per una vita intera. I Romani lo sapevano bene e per questo facevano un uso

sapiente del dono della libertà.

La speranza della libertà

Lo schiavo che otteneva la libertà veniva chiamato libertus (liberato).

La sua condizione era inferiore a quella degli altri cittadini:

non poteva ricoprire cariche pubbliche, né fare il soldat, e non poteva nemmeno sposare una persona d

i origine libera. Era pur sempre, comunque, un uomo libero e i suoi figli venivano inseriti

nella cittadinanza a pieno titolo: uguali in tutto e per tutto agli altri cittadini romani.

Era questa la grande speranza degli schiavi, una speranza che non tutti vedevano realizzata,

ma che si fondava su una possibilità concreta.

I Romani concedevano con una certa frequenza la libertà e questo costituiva un fenomeno

molto importante sul piano sociale per almeno due motivi:

  1. La speranza di ottenere la libertà placava il desiderio di ribellione dello schiavo e lo spingeva

    ad un comportamento docile e rassegnato;

    senza questa speranza la società romana sarebbe stata una gigantesca polveriera sempre sul punto di esplodere.

  2. Con l’inserimento nella cittadinanza di tanti uomini nuovi e provenienti da tutte le parti del mondo,

    la società romana si arricchiva di energie umane e culturali

    che altrimenti sarebbero rimaste confinate a un livello molto basso e umiliante,

    quale era appunto quello dello schiavo.

    Basti un solo esempio dei più grandi poeti della Roma antica: Orazio era figlio di un liberto.

Lo schiavo come un robot

Abbiamo già accennato al fatto che nessun popolo antico ebbe tanti schiavi quanti i Romani,

ed è anche vero che nessun popolo antico seppe utilizzare il lavoro degli schiavi come loro.

Nelle terre dei ricchi proprietari lo schiavo non era un semplice lavoratore sottomesso e privo di libertà:

era una specie di macchina manovrata per produrre il massimo possibile nel migliore dei modi.

Potremmo chiederci, ha scritto un archeologo,

se è mai esistito prima del computer o del robot

un meccanismo più perfettamente intelligente e automatico dello schiavo.

Esso aveva certamente bisogno di essere regolato dai villici, ma quale strumento complesso non ha

bisogno di sorveglianti? Passeranno molti secoli prima che delle macchine raggiungano la perfezione

di questi utensili umani strappati da terre lontane e addestrati secondo

le loro capacità mentali e fisiche.

Questo particolare modo di usare lo schiavo potenzialmente al massimo delle capacità di lavoro

lo si nota anche al di fuori dell’agricoltura, nelle officine, ad esempio,

dove gli schiavi producevano merci di ogni genere, come lo si nota anche nell’edilizia,

un settore in forte espansione per la crescita delle popolazioni urbane.

L’economia romana di questo periodo può essere giustamente definita schiavile giacché

il lavoro degli schiavi vi svolse un ruolo dominante e fu utilizzato con criteri di grande efficienza.

Grazie ad esso la società romana raggiunse un livello di sviluppo

che nessuna società antica aveva mai prima raggiunto.

Enrico Furia

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