LA TRASFORMAZIONE DEI COSTI FISSI IN COSTI VARIABILI

LA TRASFORMAZIONE DEI COSTI FISSI IN COSTI VARIABILI

NELL’AGRICOLTURA DELLA NEW ECONOMY

 

budget graph

 

Questa teoria rispolvera un principio esistente da sempre nella corretta teoria economica, quindi non inventa niente di nuovo, bensì conferma come fino ad oggi nel processo produttivo agricolo si siano usate regole più politiche che economiche, vale a dire regole che al giudizio della teoria dei giochi appartengono alla categoria dei giochi a “somma zero” (un gioco a somma zero si ha quando il vincitore vince esattamente la somma del perdente).

 

In ogni azienda i costi fissi sono quei costi che vanno sostenuti “una tantum” per avviare l’attività, e che non variano con il variare della produzione. I costi variabili sono quei costi strettamente legati alla quantità di prodotto, e che vanno sostenuti solo in presenza di una produzione.

Come è già stato affermato,  l’economia basata sui grossi investimenti (quindi su forti costi fissi iniziali) ha dominato il processo dagli anni sessanta agli anni ottanta, generando una costante dipendenza dell’agricoltura dal potere politico-amministrativo (siccome investire in agricoltura era estremamente costoso, bisognava ricorrere ai sussidi ed agli incentivi di legge, che venivano “dosati” dal potere politico).

Questo gioco è stato sconvolto dalla globalizzazione economica e dalla tecnologia agricola ed informatica, per cui oggi è possibile trasformare molti costi fissi in costi variabili, abbassando drasticamente il volume degli investimenti.

Certamente questa innovazione, come tutte le innovazioni, ha scombinato gli equilibri esistenti, che si erano creati con decenni di politica, per cui moltissimi parlano male della new economy e della globalizzazione solo perché questi fenomeni gli fanno sfuggire di mano il controllo degli imprenditori e delle imprese.

 

La trasformazione dei costi fissi in costi variabili è cosa estremamente semplice se ci si inserisce nel “contesto globale”, mentre è impossibile se si resta confinati nel contesto nazionale. In effetti, il contesto nazionale è “quel particolare sistema” dominato da leggi locali, che hanno molto a che fare con le leggi politiche e poco o nulla a che fare con le leggi economiche. Il contesto globale è, invece, “il sistema” dominato dalla razionalità economica, vale a dire quella legge universale ed astratta che stabilisce per un istinto di natura che tutti gli esseri viventi vogliono da qualsiasi accordo economico vantaggi superiori ai costi, in un gioco a “somma non zero” dove tutti hanno un vantaggio, un guadagno a giocare. Fino a quando questa semplicissima regola non è capita da tutti (produttori e consumatori), non c’è alcuna speranza di poter operare nel contesto globalizzato di new economy.

In new economy tutti debbono avere una utilità (reale o presunta) da quello che scambiano. Del resto, anche “l’economia convenzionale” conosceva molto bene questa regola, anche se non l’ha mai applicata perché è succube della politica.

Pertanto, la globalizzazione è madre della new economy perché ogni business non è più soffocato da leggi locali, ma spazio in contesto mondiale che permette anche ai più umili di accedere ai mercati dei più potenti. Il “tiranno” di questo nuovo sistema non è più la politica, bensì il consumatore.

Oggi il cliente è il maggior patrimonio d’ogni azienda. Egli è il titolare del reddito che accende la domanda; egli è sovrano di fronte all’impresa. E’ necessario che impari a governare.

Compito dell’impresa è solo quello di fornirgli un prodotto sempre più utile e sempre meno costoso.

A questo scopo, l’impresa agricola trasforma, quindi i costi fissi in costi variabili, adottando regole molto semplici in un contesto globalizzato.

 

La trasformazione della proprietà in possesso.

Questo semplicissimo accorgimento comporta una delle maggiori riduzioni degli investimenti.

Affittare, avere in leasing, trasformare in lease-back, possedere in comodato la terra o l’azienda agricola  sconvolge la cultura nazionale, basata su ben altri criteri.

Questa politica economica, fortemente osteggiata a livello nazionale più per motivi politici e sociali che per motivi economici, trova nel contesto mondiale una ragione essenziale, giacché fornisce la possibilità ai paesi più poveri di diventare produttivi, piuttosto che vivere di carità (i caritatevoli sono troppo spesso coloro che non hanno nessuna intenzione di liberare i loro assistiti dalla loro misera condizione, perché così facendo perdono ogni potere su di loro).

Se nel passato si è assistito alla condizione in cui il ricco padrone affittava i terreni ai poveri lavoratori, in new economy si verifica l’inverso: i poveri lavoratori affittano i terreni ai ricchi padroni, perché entrambi ne hanno convenienza.

 

L’out-sourcing del back office.

In termini italiani la frase può essere tradotta con: “sublocazione delle attività che non hanno rapporto diretto con la clientela”.

Anche con questa affermazione si attesta come l’obiettivo principale per l’impresa è la gestione del cliente: chi ha in mano il cliente ha il business migliore. Con altre parole ritorna in gioco il mestiere del mercante, tanto biasimato da una certa cultura nazionale degli anni settanta e ottanta.

Dare in subappalto le attività “non strategiche” significa sostituire costi fissi con costi variabili, quindi, ridurre i costi marginali ed offrire i prodotti a prezzi più contenuti. Del resto, qualcosa di simile è già successo da tempo con i mezzi meccanici e con le varie attrezzature, dove la maggior parte del lavoro è data in appalto a terzi specializzati.

 

L’utilizzo degli strumenti telematici per il marketing, la tecnologia, le vendite, la finanza.

L’ultima, ma prima in ordine di importanza, delle innovazioni della new economy è l’uso massiccio degli strumenti telematici che ha sconvolto i costi di marketing, di vendita, di acquisizione di capitali tecnologici e finanziari.

Certamente tutti ricordiamo il tempo in cui se si voleva penetrare un qualsiasi mercato bisognava sostenere elevati costi fissi di marketing, che permettessero di arrivare in contatto con il cliente. Inoltre, costituire una propria struttura di vendita era un’impresa riservata solo ai grandi distributori, ai deprecabili mercanti che lucravano profumatamente sulla loro mediazione, e che erano la parte forte del business proprio perché avevano in mano il cliente. Chi non ricorda negli anni settanta la politica dei supermercati prima, e degli ipermercati poi,  di vendere per contanti e di acquistare con pagamenti a 180/360 gg.? Chi non ricorda l’enorme massa di liquidità che questo sistema si ritrovò in mano e che impiegò (nel bene e nel male) in svariate transazioni? Ebbene, questa vulnerabilità dell’impresa agricola non l’ha eliminata il volere politico, bensì quello tecnologico della new economy.

La stessa industri automobilistica (il settore industriale per eccellenza) non aveva la forza di uscire da questo schema, anche se aveva (e l’ha usata tutta) la forza di stringere il rivenditore con contratti di esclusiva.

Il capitale tecnologico che nell’economia convenzionale ha avuto un costo elevatissimo e che ha costretto l’utilizzatore a pagare spesso pesanti royalties, in new economy si acquisisce con costi molto più contenuti, e molti spesso anche gratuitamente. Questo non perché esistano dei benefattori, ma perché il capitale tecnologico è diventato meno importante del cliente, e quindi, viene impiegato a costi più contenuti se serve ad acquisire o far entrare nuovi clienti in determinati circuiti commerciali.

Chi, inoltre, non ricorda il comportamento di banche e bancarelle, capaci di vessare fino all’inverosimile l’imprenditore, solo perché costui non aveva possibilità alcuna di rivolgersi altrove o di dire “no, grazie” all’unico interlocutore con il quale poteva interagire?

Chi non ricorda il criterio usato dalle banche nel concedere credito, basato esclusivamente sul patrimonio aziendale o personale dell’imprenditore (esattamente l’opposto di quello che suggerisce la new economy), criterio che esasperava ogni nuovo investimento?

Questo modo di fare, completamente antieconomico, era dettato da specifiche necessità politiche: le banche vessavano le imprese; i monopoli vessavano in consumatori; gli imprenditori vessavano i dipendenti; ognuno vessava l’altro. Che bel mondo d’idioti.

L’utilizzo su vasta scala degli strumenti telematici permette di liberarsi di tutte queste reciproche schiavitù ed idiozie, abbassando soprattutto quei costi fissi generati da rendite parassitarie e di posizione.

Quelli che criticano la filosofia della new economy appartengono alle due categorie sopra accennate: i caritatevoli e i reddituali.

I primi perché non vogliono mollare i più poveri dalla loro morsa (ti faccio carità affinché mi venga fatta carità). I secondi perché non vogliono perdere le loro rendite di posizione.

 

 

Enrico Furia

 

 

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