La sua signora, Taccuino, 1957

Leo Longanesi

L’italiano non lavora, fatica. (Roma 1 luglio 1953)

Esistono tipi che assumono una personalità soltanto al telefono. (Milano 10 marzo 1947)

Il contrario di quello che penso mi seduce come un mondo favoloso. (Milano 12 maggio 1948)

La mia fantasia si è inceppata: ho bisogno di un piccolo dispiacere. (Milano 14 dicembre 1948)

I deputati della maggioranza democristiana pensano in gruppo; procedono tenendosi per mano come i cordoni della forza pubblica. (Milano 16 ottobre 1949)

C’è una sola grande moda: la giovinezza. (Milano 24 novembre 1949)

Torni, torni da noi, si faccia rivedere. Ridiamo tanto con lei” mi dice la padrona di casa. “No, non ritornerò più. Non è necessario che io ritorni: il cretino che vi ha sempre divertito ve lo lascio qui, per sempre.” (Milano 26 novembre 1949)

Dice M: “la libertà di stampa è necessaria soltanto ai giornalisti che non sanno scrivere.” (Milano 26 novembre 1949)

Cercava la rivoluzione e trovò l’agiatezza. (Milano 1 gennaio, 1950)

Sul Giornale di Trieste, un Tale scrive cose senza senso a proposito del mio libro. Ma, a un tratto, gli sfugge questa battuta: “L. dice sempre il vero, mai la verità”. Non è male. (Milano 11 ottobre 1950)

Ci stivamamo tantissimo e ci annoiavamo tantissimo (Milano 11 ottobre 1950)

Leggo il secondo volume delle Memorie di Churchill. Quellio che salta fuori a ogni riga, quell’io scritto a lettere minuscole ma pensato in grande, quell’io con il sigaro in bocca, alla fine spinge a sperare in una vittoria di Hitler. Non per nulla: per dare una lezione di modestia a Churchill. (Milano 13 ottobre 1950)

I suoi elogi mi restarono sulla giacca come macchie di unto. (Milano,18 novembre 1950)

N.: alla sua penna sono appesi una moglie, diversi figli, una madre e una serva. Bisogna tenerne conto, quando si giudica la sua prosa. (Milano, 27 novembre 1950)

Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa. (Milano 20 gennaio, 1951)

Guardava la sua proprietà terriera con l’occhio di chi l’ha rubata di fresco. (Imola, 19 agosto, 1951)

Per contribuire alla mia immortalità, la signora, mi consigliò di togliere una virgola al mio libro. Era la sola cosa che sarebbe passata ai posteri. (Milano, 1 marzo, 1952)

Il piacere di dispiacere a chi si vuol far piacere (Milano 5 agosto 1953)

Un lieve prurito all’anima, come se la sfiorassero le ciglia di un angelo” dice monsignore a donna G. (Milano 6 agosto, 1953)

Non pagare i debiti, ma versare grosse lacrime di acconto ai creditori. (Milano, 13 febbraio, 1954)

Incontro Moravia con la moglie al Salvini. Lui: “Io sono un uomo infelice”. Lei: “Tu infelice? Sei felicissimo. L’infelice sono io!” Felici tutti e due di essere infelicissimi. (Milano 10 novembre 1954)

Le belle lettere d’amore si scrivono a chi non si ama” dice A. “Io stesso, che ne ho scritte tante, quando sono davvero innamorato, ricopio quelle vecchie, scritte a donne di cui non mi importava un granchè. “(Milano 13 novembre, 1954)

Senta: le sue idee sono troppo chiare e precise. Ritorni un altro giorno, con più confusione in testa, con più estro. “(Milano 13 novembre, 1954)

Siamo uniti da una reciproca antipatia che non riusciamo a sfogare. (Milano, 22 novembre, 1954)

I generali non sanno che le battaglia le vincono gli storici. (Milano, 22 novembre, 1954)

Dice C. “Non è che io l’ami. E’ che non riesco a guarire dall’abitudine di amarla.” (Milano, 16 dicembre, 1954)

Il conte L. dice: “Questa casa è troppo graziosa”. Felice del suo avverbio, mi guarda a lungo in attesa di un mio cenno di approvazione. “Neanche se viene giù il diavolo ti sorrido” penso. Anzi digrigno i denti come chi senta un acuto dolore. Smarrito, il conte guarda altrove. (Milano 15 marzo, 1955)

Ieri sera, in casa R. : scambio di idee prese a prestito tra gente che presta i quattrini al venti per cento. (Milano 15 marzo, 1955)

Posò il suo vecchio uovo di capitalista in un nido d’infanzia operaia, e ne venne fuori un finanziamento governativo (Milano 15 marzo, 1955)

La sua ombra, signora, non porta le mutande. (Milano 21 marzo, 1955)

Oh, poter credere nella giustizia divina per direttissima. (Milano 24 marzo, 1955)

Un matrimonio d’amore: amano tutti e due i cani barboni. (Milano 24 marzo, 1955)

Montanelli: un misantropo che cerca compagnia per sentirsi ancora più solo. (Milano 27 marzo, 1955)

La virtù affascina, ma c’è sempre in noi la speranza di corromperla. (Milano 1 aprile, 1955)

Chiamo al telefono D. dopo molti sforzi per non farlo. Odo la sua voce bassa, cupa. Stacco il ricevitore. E’ come se avessi preso un fernet. L’antipatia che ho per lui mi rinfranca. (Milano 16 aprile, 1955)

Le labbra della vecchia signora C. sembrano un pezzetto di manzo crudo gettato sul marmo di una vecchia tomba. (Milano, 17 aprile, 1955)

Si è tristi anche perchè la tristezza ci lascia” dice M. (Milano 12 maggio, 1955)

Italia 1955: avvolta in una pelliccia di benessere, ma con i piedi scalzi (Milano 21 agosto, 1955)

In trattoria. L’avvocato O. finge di non vedermi, ma le sue orecchie mi fissano. (Roma 1 settembre 1955)

Dice la contessa P.B.: “L’intelligenza, lei lo sa, ama gli inviti a pranzo” (Roma 22 settembre 1955)

Mi mostra i suoi figli, e li illustra con aggettivi tanto dolciastri che non posso fare a meno di chiedergli: “Posso assaggiarne uno?” (Milano 7 ottobre, 1955)

Non abbiamo più nulla di nuovo da dire: il nuovo è già tutto prenotato dai vecchi che vogliono ringiovanire. (Milano 12 ottobre, 1955)

Mentivo, ma il personaggio che rappresentavo era sincero. (Milano 17 ottobre 1955)

Soltanto le donne stupide ispirano; perchè ci irritano” dice A. (Milano 27 ottobre 1955)

Libertà di opinioni in un paese senza opinioni. (Milano 23 novembre 1955)

Carrà: quanta pittura ha scritto, e quanta poca ne ha dipinta. (Milano 3 gennaio 1956)

Per indisposizione del dittatore la democrazia si replica. (Milano 13 aprile 1956)

Incontrato ieri sera il solito cronista mondano povero, con le scarpe risuolate, che segnava sul notes i cognomi dei notabili con l’aria di chi stende un elenco di pignoramento. (Milano 22 aprile 1956)

Al cocktail dell’albergo Continentale. Le signore sorridevano, mostrando i fili di prosciutto rimasti impigliati tra i denti. (Milano, 5 maggio, 1956)

P. inveiva contro gli ebrei, senza accorgersi che lo vedevamo di profilo. (Milano, 7 maggio, 1956)

Vorrei qualcosa di diverso, ma che non fosse troppo diverso da quello che credo possa essere diverso” dice la contessa D. (Milano, 17 maggio, 1956)

Abuso di potere, mitigato dal consenso popolare: ecco l’ideale della nostra democrazia. (Milano, 28 maggio, 1956)

L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere chiamati. (Milano, 3 giugno 1956)

Non credeva in Dio, credeva nella comodità di credere in Dio. (Milano, 6 giugno 1956)

L’italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica. (Milano, 11 agosto, 1956)

Un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione. (Imola, 13 agosto 1956)

A uno scultore: “Le sue statue sono parlanti, ma non sanno cosa dire.” (Milano 3 ottobre 1956)

Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi. (Milano, 8 gennaio, 1957)

Quando penso a lei, sento l’odore della pipa di suo marito”, dice L. (Milano 13 gennaio, 1957)

Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo. (Milano, 18 febbraio, 1957)

Un vero giornalista: spiega benissimo quello che non sa (Milano, 22 marzo, 1957)

La nuova donna di servizio ha capito al volo che non abbiamo il piglio e il decoro dei veri padroni: ci aiuta, non ci serve. (Milano, 15 aprile, 1956)

I figli che studiano a voce alta nell’altra stanza, dicono un rosario alla mio giovinezza. (Milano, 30 giugno 1957)

Quando potremo dire tutta la verità non la ricorderemo più. (Milano, 6 agosto, 1957)

 

LEO LONGANESI La sua signora, Taccuino, 1957

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