“La scienza dei poveri”. L’uso degli “erbi” nella medicina popolare

“Il Signore ha creato i medicamenti dalla terra, l’uomo saggio non li disprezza”. 

La Bibbia parla chiaro, anche dai frutti della terra si possono trovare rimedi efficaci per la salute del nostro corpo. I vecchi garfagnini questo lo sapevano bene. La terra di Garfagnana è immersa nella natura e la natura stessa oltre agli “erbi boni” da mettere in tavola ne forniva altrettanti per la cura del corpo. Il tempo e la scienza moderna classificò queste pratiche con il nome di “medicina popolare”, alcuni detrattori invece non esitarono a chiamarla “la scienza dei poveri”. Ma fu proprio questa scienza povera a dare sollievo a dolori e ai malesseri fisici dei garfagnini, infatti, in tal senso la nostra terra era considerata una delle culle della medicina popolare. D’altronde esistevamo le due caratteristiche principali per sviluppare questa attività: una moltitudine di erbe adatte e… la povertà. I medici erano una rarità e molti dei medicinali basici non erano ancora stati brevettati e quelli che esistevano costavano cari e allora la gente cercava di districarsi come meglio poteva nel complicato mondo medico, curando piccole e grandi malattie con rimedi rudimentali. I migliori “medici” erano gli anziani della casa (o del vicinato), gli eccellenti rimedi e le terapie più efficaci facevano parte del loro bagaglio culturale, erano usanze che si tramandavano da generazione in generazione e l’esperienza e l’osservazione della natura aveva fatto il resto. In effetti questi medicamenti vedono la sua origine dalla notte dei tempi. Il primo requisito che influì su queste usanze fu l’istinto dell’uomo stesso, che individuò e separò le specie delle erbe velenose da quelle mangerecce, in secondo luogo osservando gli animali riuscì a capire ancor di più quali fossero le erbe curative. Purtroppo con il passar dei secoli anche in questo campo, com’è brutta consuetudine (anche ai giorni nostri) ci si rivolse ai maghi “capaci di allontanare tutti i malanni della terra”, spesso con risultati drammatici, a riprova che pure la cosiddetta medicina popolare doveva essere praticata con sapienza. A discapito di questi maghi e fattucchiere ci pensò però Santa Romana Chiesa e se fino a quel momento (anche se con i pericoli che abbiamo letto) la medicina con gli “erbi” era prodigata e praticata, nel XVI secolo subì una brusca frenata: decotti, tisane, tinture ed unguenti vari furono messi al bando, secondo l’inquisizione certe medicine andavano a braccetto con la magia; il Concilio di Trento rubricò tutte le pratiche sanitarie e le cure popolari sotto la voce  “Superstitiones”, per cui l’arte medica era vietata ai prelati, agli ebrei e alle donne, anche se a onor del vero la stessa Chiesa non disdegnava l’uso delle erbe per preparare potenti sedativi nei processi di stregoneria: la Belladonna e il Giusquiamo agivano sul sistema nervoso e costringevano le imputate a confessare ciò che si sarebbe voluto.


L’inquisizione

Per grazia di Dio i tempi passarono e come sempre dopo la notte torna sempre il giorno e l’uso degli “erbi” per scopo terapeutico riprese auge, proprio grazie a quella Chiesa che prima l’aveva osteggiato. Sono i monaci che con una sorta di ufficializzazione impartirono il sapere delle erbe curative, vennero trascritti in dei Codici di rara bellezza e vennero realizzati giardini di erbe medicinali di tutto rispetto. Fu proprio in quel periodo che in Garfagnana, anche grazie alla sapienza diquesti frati si sviluppò pienamente l’uso delle erbe come rimedio per i malanni. Gli antichi rimedi della medicina popolare fatta con le erbe e le piante erano tantissimi, alcuni efficaci, altri effettivamente inutili e alcuni se non trattati con dovizia risultavano anche dannosi alla salute, non era nemmeno casuale la raccolta di queste erbe che secondo tradizione garfagnina non potevano essere raccolte in tutti i periodi dell’anno; una buona parte di esse doveva essere selezionata nelle notti di luna piena o in ricorrenze di santi o festività religiose: ad esempio l’alloro doveva essere colto il primo venerdì di marzo, la camomilla il 17 maggio per San Pasquale, mentre una buona parte di esse doveva essere selezionata  tra il 21 e il 24 giugno, non era una scelta casuale o legata alla benevolenza dei santi, il raccolto degli erbi aveva infatti  un fondamento scientifico, dal momento che la maggior parte di queste aveva la sua massima concentrazione dei suoi principi attivi proprio in quel determinato periodo dell’anno. Le loro preparazioni erano molteplici, si passava da un semplice impacco, ai decotti, infusioni, sciroppi, tinture e oli vari. Impossibile quindi elencare la montagna di erbe mediche che abbiamo nella valle, proviamo però a fare un piccolissimo viaggio fra queste.

 

Alloro

Abbiamo parlato qualche riga sopra dell’alloro, ecco l’alloro è un vero toccasana, le sue foglie sono ricche di principi attivi dalle proprietà antisettiche, antiossidanti e digestive, ma guardiamo nello specifico e vediamo che una volta le sue foglie venivano essiccate e sminuzzate e se si avevano disturbi digestivi importanti che creavano anche forti mal di testa, bastava versare un cucchiaino di queste foglie d’alloro in una tazza d’acqua, lasciarle riposare qualche minuto, filtrare il tutto e bere, il suo potere anti fermentativo avrebbe liberato sicuramente lo stomaco. La borraggine era invece l’aspirina del tempo che fu, infatti era ed è una pianticella che contiene una buona quantità di vitamina, in particolare vitamina C e sali minerali (sopratutto potassio),


La borraggine

buon rimedio quindi per la tosse, inoltre ha proprietà antipiretiche e sudorifiche, l’antica ricetta diceva che si doveva preparare un vino depurativo, mettendo in infusione le sue cime fiorite in mezzo litro di vino, si filtrava e se ne bevevano tre-quattro bicchierini al giorno, addolciti con un po’ di zucchero (se c’era). Una pianta adatta un po’ a tutti i mali era il ginepro, questo infatti è un arbusto dalle incredibili virtù. La corteccia di questa pianta veniva bruciata e con la sua cenere mescolata all’acqua si otteneva una sostanza che dava beneficio alla lebbra e alla rogna. In Garfagnana venne usato particolarmente nel XVII secolo, quando la peste fece una vera e propria ecatombe.

Il ginepro

Finite queste pestilenze il suo uso fu per malattie ben più leggere e le sue bacche davano sollievo alle bronchite, la loro azione dilata i bronchi favorendo di fatto la respirazione; il loro uso era  poi particolarmente caro alle donne, si dice che regolarizzasse il ciclo mestruale e ne attenuava i fastidi, l’infuso di ginepro era ideale anche per le artriti e i dolori muscolari. Che dire poi dell’Erba di San Giovanni?

L’erba di San Giovanni

Tradizionalmente quest'”erbo” veniva utilizzato in olio per trattare ferite e ustioni, grazie al suo potere antinfiammatorio, cicatrizzante e rigenerativo della pelle, ma non solo, veniva utilizzato anche come disinfettante, a quanto pare aveva anche un’azione antidepressiva. Invece il nome di questa pianticella è tutto un programma; lo conosciamo tutti come “Piscialetto”, in realtà si chiama Tarassaco, questa pianta stimola la diuresi e svolge un’ottima azione drenante, utile per le lievi infezioni delle vie urinarie.

Il piscialetto

 

Ebbene si, non è scherzo ma il pungitopo può curare anche l’emorroidi, non certo con le bacche, ne tantomeno con le sue foglie appuntite, ma bensì con il rizoma (n.d.r: modificazione del fusto della pianta): si dice che alleviasse il prurito. Come se non bastasse il pungitopo

Il pungitopo

(oltre che usarlo come ornamento natalizio), la medicina popolare garfagnina lo consigliava anche sotto forma di decotto (amarissimo a quanto si dice) come antiinfiammatorio o come rimedio per le gambe gonfie. Chiudiamo con il cosiddetto “cavolo di San Viano” (cavolo montano), erba tipica della zona di Vagli, il suo nome lo prende proprio da questo santo eremita, che abitava nelle aspre montagne sopra il paese, questa pianticella gli fu mandata in dono dal Signore per sfamarlo;

Il cavolo di San Viano

il vegetale però non dava sollievo solo alla fame ma aveva un’altra curiosa particolarità, nei tempi lontani le sue foglie erano considerate come un vero e proprio cerotto naturale, infatti se leggermente pestate erano un ottimo cicatrizzante per le piccole ferite, era un toccasana anche per le punture d’insetti.

Insomma, potrei riempire pagine e pagine sui benefici degli erbi garfagnini, d’altra parte la saggezza dei nostri vecchi era infinita come questo sapere antico che si può riassumere tutto in un semplice detto: “l’acqua di monte e l’erbe di campo da tutti i mali ci danno scampo”

Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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