LA RETORICA – Pensieri sciolti sull’italico idioma

di Gian Franco Carignani

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Certamente puó esserci capitato di assistere in TV al resoconto giornalistico dell’apertura dell’anno accademico di un’Università, cerimonia tradizionale e pomposa durante la quale, di fronte al Senato Accademico solennemente paludato con tanto di tocco ed ermellino, la platea deve sorbirsi l’interminabile prolusione di rito pronunciata dal Rettore, organo monocratico preposto al governo della istituzione accademica, il quale è, pure pomposamente, appellato come Magnifico, qualifica certamente riferita alle qualità morali e scientifiche piú che all’aspetto fisico, di solito penalizzato dall’età avanzata.

Rétore

La dotta e ridondante loquela è un’architettura oratoria di tutto rispetto: dopo i convenevoli di rito all’indirizzo delle autorità civili e religiose e degli illustri convenuti, prolude con l’immancabile apoteosi tributata alla cultura umanistica e scientifica, passando poi obbligatoriamente a magnificare i fasti dell’Accademia in questione, dilungandosi qui a dismisura qualora l’Istituzione vanti tradizioni molto antiche e sopratutto se la stessa ha formato, nel corso della sua storia, personalità di spicco nel panorama culturale, di solito elencandoli e magnificandoli tutti in ordine cronologico, per non creare graduatorie di merito che potrebbero irritare la suscettibilità degli eredi. Neppure deve mancare il florilegio delle citazioni testuali tratte dalle opere degli illustri Figli dell’Accademia, mirabili “strumenti del mestiere” atti a catturare l’attenzione e a diversificare i toni della dialettica. Infine, terminata la lettura della settantina di pagine dattiloscritte, il Magnifico Rettore dichiara solennemente ufficialmente aperto l’anno accademico dell’Università affidata alla sua reggenza.

Infatti egli si fregia del solenne appellativo di Rettore proprio perché egli “regge” le sorti dell’istituzione cui è preposto, e pertanto la sua attività si potrebbe definire “rettorica”, in analogia con quella del pittore che si definisce pittorica.

Invece questo è proprio del tutto sbagliato: la rettorica (o piú modernamente “retorica”) non attiene al Rettore bensí al Rétore dal quale, sin dai tempi dell’antica Grecia, essa deriva quale arte (o mestiere) di acconciare e strutturare prose o discorsi al fine di convincere gli interlocutori o piú semplicemente di profferire esternazioni verbali di ottima qualitá grammaticale, lessicale e sopratutto sintattica.

La retorica è indubbiamente un’arte, forbita e raffinata, subdola potrebbe dire qualcuno, da sempre strumento imprescindibile di qualsivoglia oratore, bagaglio culturale e strumentale di qualunque avvocato, dal grande principe del foro all’ultimo azzeccagarbugli di provincia, strumento necessario e indispensabile per chi necessita di rappresentare idee, concetti, teorie, ideologie o semplicemente guadagnare consensi, in particolare per chi dedica la sua vita all’attivitá politica.

E il rétore, sin dai tempi dell’antica Grecia, è proprio l’oratore, il maestro di eloquenza, colui che si serve della parola come strumento del suo lavoro, del suo mestiere, della sua arte, come il pittore usa il pennello o lo scultore, lo scalpello. È colui che, servendosi della parola, convenientemente strutturata sintatticamente secondo schemi teorico-pratici di costruzione del discorso, riesce a persuadere l’uditorio con tesi e prove inconcusse oppure riesce a convincere, ovvero vincere sulla massa soggiogandone l’autonomia di pensiero. Ebbene, tornando al caso del nostro Rettore, possiamo affermare che anche lui è un Rétore quando usa la Retorica per forbire le sue esternazioni di rito.

Ovviamente, come nel campo pittorico, che abbiamo già portato d’esempio, esistono teorie e tecniche specifiche per la gestione dei colori, delle forme, delle prospettive o dei vari materiali, anche per la retorica sono sorte sin dall’antichità, passando per il Medioevo, il Barocco e l’Ottocento fino ai giorni nostri, scuole che hanno sviluppato gli strumenti atti a gestire l’eloquenza asservita a coloro che necessitano di esporre le proprie idee con proprietá ed eleganza formale ma anche con efficacia, pathos e sopratutto convincimento dell’ascoltatore.

Ma allora che cos’è la retorica? Una scienza oppure un’arte, come forse incautamente abbiamo anticipato?

Secondo il nostro parere è in primo luogo una scienza in quanto studia e applica in maniera rigorosa i fenomeni del linguaggio e i loro effetti. A onor del vero, dobbiamo osservare che la perfetta padronanza della tecnica pittorica, della prospettiva, del chiaroscuro non produce automaticamente opere d’arte, mancando semplicemente la componente patologica (da “pathos”, emozione), il lato cerebrale dell’artista, inteso come “traduttore” di un proprio sentimento che viene materializzato e trasmesso tramite lo strumento “pittura”. Analogamente, nel campo musicale, la conoscenza della teoria, della forma, della tecnica contrappuntistica o della strumentazione orchestrale si per sé non genera automaticamente un bel brano musicale, potendosi scrivere una musica assolutamente insulsa e banale pur rimanendo nella piú totale perfezione accademica. Per avere l’opera d’arte é necessaria l’ispirazione, lo spunto tematico, il coinvolgimento intellettuale, l’avere insomma qualcosa da dire, da significare, un contenuto da esplicitare nel migliore dei modi, emozioni da trasmettere, che saranno acconciate, assemblate, veicolate, elaborate e rivestite grazie a quella forma e a quella tecnica di cui parlavamo.

È chiaro quindi come anche la retorica diventa arte quando non è solo un modo sofisticato, ricercato e artificioso di forgiar parole senza effetiva sostanza, ma diventa un vestimento elegante di un’idea nuda, una maniera di interpretare e presentare un concetto utilizzando prospettive e chiaroscuri, che l’oratore elabora secondo precise regole e utilizzando anche figure cosiddette appunto “retoriche”, trasmettendo all’uditore una sua particolare e personale interpretazione, mediante l’utilizzo di una tecnica e una forma di linguaggio forbita e appropriata.

Mi sorge spontaneo rammentare a questo proposito l’arte culinaria nella quale gli ingredienti di un piatto vengono accostati sapientemente dal cuoco per amalgamare sapori e profumi che generano “emozioni sensoriali”, del gusto per l’appunto. Per analogia, parlerei, nel caso della retorica, di “sensazioni uditive”.

Un arte, quella della retorica, che ha supportato lo sviluppo della cultura e della scienza, della filosofia, della letteratura fin dai tempi remoti dell’antichitá greca che ne ha rappresentato la culla. Ogni epoca successiva, in particolare quella romana e poi il Medio Evo, l’Umanesimo e il Rinascimento, il Barocco per arrivare al Romanticismo fino ai giorni nostri, ha visto fiorire scuole e trattati che hanno sí sviluppato la tecnica dialettica e oratoria, ma generando al contempo una sorta di sfiducia o di vera e propria repulsione per gli utilizzatori di questa pratica, visti come approfitatori, conquistatori del consenso comune con fini di prevaricazione specie nel campo politico, oppure come manipolatori della verità nel campo forense. Probabilmente questo atteggiamento dovuto all’immaginario collettivo ha portato all’abolizione dell’insegnamento e della pratica della retorica nelle scuole da circa un secolo a questa parte. La retorica ha finito per essere considerata uno strumento subdolo di convincimento a scopi utilitaristici o fuorvianti dalla realtá, sopratutto se utilizzata nell’agone politico o forense, una maniera di scrivere o di parlare pomposa, vacuamente ricercata, artificiosa, senza effettiva sostanza, un modo di pensare e di agire fondato solo su atteggiamenti formali, esteriori, avulsi dalla realtà e dalla concretezza. Tutto questo, oltre a sancire una semantica negativa attribuita alla parola in quetione, ha provocato l’ostracismo della disciplina retorica dall’ambito della cultura e dell’insegnamento, quando, nel 1859, fu cancellata ed estirpata dagli ordinamenti scolastici dell’Italia preunitaria, essendo stata fino ad allora presente nel corso di insegnamento secondario corrispondente all’odierno biennio liceale.

Possiamo pertanto affermare che la retorica pur mantenendo la sua primaria caratteristica e dignità di scienza, in quanto studia in maniera rigorosa i fenomeni e gli effetti del linguaggio e la loro articolazione, tuttavia ha dovuto pagare lo scotto dovuto alla sua componente etica, poiché la capacità di sfruttare ambiguità della lingua la rende un’arma potente, che richiede un codice morale per essere esercitata senza arrecare danni, e inoltre, ha subito una generalizzata demonizzazione per essere essa stessa una pratica sociale, dato che sin dall’antichità essa differenziava i potenti, quelli cioè che avevano il possesso dell’arte della persuasione, dai sudditi, coloro cioè che soccombono al potere ammaliante della parola.

Nonostante tutte queste considerazioni, io continuo a considerare la retorica come l’arte del linguaggio, uno strumento per usare correttamente la lingua italiana con proprietà sintattica ed eleganza strutturale e architettonico-letteraria. E questo, nonostante che oggigiorno si tenda scelleratamente a snaturare il nostro bell’idioma, la più bella e completa delle lingue romanze, nel nome di una accampata semplificazione ai fini di una maggiore comprensibilità e facilità di espressione. I primi attori di questo scempio, mi dispiace dirlo, sono proprio coloro che della parola fanno il proprio mestiere, i professionisti della comunicazione cioè, sia scritta che parlata, i quali sistematicamente fanno strage dei modi congiuntivi, sostituiti impunemente dagli indicativi assai più popolari e comprensibili, e dei giusti rapporti fra i tempi presenti e fra quelli passati, prossimi e remoti, quello cioè che passa comunemente sotto il nome di “consecutio temporum”.

https://it.wikipedia.org/wiki/Concordanza_dei_tempi

“”Carneade…. chi era costui?”” oppure “” C’era una volta…. – un Re? – diranno subito i miei piccoli lettori””, parafrasando sia il Manzoni che il Collodi. Ebbene, questa “diavoleria”, appena citata, altro non é che l’insieme delle regole che stabiliscono l’uso dei tempi e dei modi nei rapporti fra la frase principale e la frase secondaria, che la lingua italiana ha ereditato dalla “madre” latina antica. Proprio per essere buoni, oggi la potremmo chiamare “concordanza dei tempi”. Apparentemente può sembrare un po’ complessa e farraginosa, ma una volta sppreso il meccanismo, non si può fare a meno di usarla, a costo di sentirne un forte disagio.

Vi siete mai chiesti perché un Autore si legge meglio che un altro, a prescindere dalla storia narrata nel romanzo, o dal contenuto dell’articolo se è egli un giornalista? Parrebbe semplicistico, ma è solo perché “scrive meglio”; ma non perché è più semplice o è meno articolata la sua stesura, il suo modo di usare la lingua; si legge meglio perché utilizza in guisa magistrale, ma diciamo pure “normale”, la sintassi dell’italico idioma, applicando ad arte le regole della grammatica, della sintassi, del lessico, della retorica infine, e della concordanza dei tempi che costituiscono l’impalcatura su cui si regge qualsiasi prodotto letterario che si rispetti.

Non voglio, con queste mie righe, dar di piglio a una crociata contro la Stampa “congiuntivicida” o avverso scrittori sciatti che, all’insegna di una supposta pretestuosa immediatezza del comunicare, misconoscono l’uso della sia pur minimale punteggiatura. Però un richiamo lo voglio fare, concedetemelo: un appello, una raccomandazione a non deteriorare scientemente o sciattamente la bellezza dell’architettura linguistica che contraddistingue il nostro idioma, e sopratutto a non imbastardire la nostra lingua farcendola di xenofilia o creando neologismi ridicoli e improbabili quali il recente “petaloso”, assolutamente obbrobrioso, ma ufficialmente approvato niente meno che dall’Accademia della Crusca. Mi viene spontaneo di lamentarmi in coro con il buon vecchio Cicerone: “O tempora!, o mores!”.

Alla fine di questa mia serie di considerazioni sul buon uso della lingua, mi rammento che lo sproloquio ha avuto origine dall’orazione di apertura di un Anno Accademico, sviluppandosi poi, come spesso succede, per altre vie. Saluto quindi, con la dovuta deferenza, il nostro Magnifico Rettore e me ne vado a rileggere, per mio diletto, il racconto di Franz Kafka “Una relazione per una Accademia” che consiglio ovviamente anche a Voi. Un po’ strano, paradossale, a dire il vero, …altrimenti non sarebbe Kafka!

Gianfranco Carignani
Gianfranco Carignanihttp://francoartes.comunidades.net
Pescia1949, Martina Franca 2017. Toscano DOCG col salmastro dell’amata Versilia nelle vene. Musicista si puó dire da sempre (a 4 anni giá suonava la fisarmonica): Organista con particolare predilezione per gli antichi organi a trasmissione meccanica e per la musica italiana antica (secc. XVII e XVIII). Direttore di Coro, fondatore e direttore dell’Ensemble Vocale “Climacus” alla guida del quale ha tenuto concerti in varie città d’Italia; Compositore e arrangiatore di musica vocale e strumentale, vincitore del 1° premio nel Primo Concorso Internazionale “La canzone napoletana in polifonia” con l’arrangiamento per coro a 4 voci miste della brano “ I’ te vurria vasà “; è stato membro della Commissione Artistica dell’Associazione Cori della Toscana, interessandosi in particolare, oltre che dei problemi della didattica vocale rivolta a gruppi non professionistici, alla ricerca e al recupero degli eventi musicali di tradizione orale popolare sopratutto toscana. Innamorato dell’italico idioma, e supportato da una cultura classica basata sulle letterature greca, latina e italiana, storia dell’arte e della musica, si dedica volentieri allo studio delle tradizioni popolari che coinvolgano la musica assieme agli aspetti storici, antropologici e geoculturali, ricerca questa che si è rivitalizzata particolarmente una volta che si è trasferito stabilmente in Brasile, Paese fertilissimo in questo terreno culturale. Il est bel et bon (tra 1500 e 1700) Ensemble vocale e strumentale Climacus Articoli

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