La paura fa novanta…Credenze e tradizioni sulla morte

Mosè ci racconta che era proprio nel “diciassettesimo giorno del secondo mese”, quello in cui Noè costruì l’arca in attesa del Grande Diluvio. Tale data farebbe riferimento proprio al mese di novembre, mese in cui oggi si commemorano i defunti e fu proprio in onore di quei defunti che Dio stesso aveva annientato, con il fine di esorcizzare la paura di nuovi eventi simili. Da qui in poi, la storia, che è ovviamente sospesa fra religione e leggenda diventa un po’ più chiara e ci narra che questo rito nasce dall’abate benedettino Sant’Odilone di Cluny (Francia) che nel 998 fece risuonare le campane a morto dopo le preghiere del tramonto del 1° novembre, offrendo l’ecauristica “pro requie omnium defunctorum”, ovverosia per le anime di tutti i defunti“.

Sant’Odilone da Cluny

Un centinaio di monasteri dipendenti da quello di Cluny contribuirono al diffondersi di questa nuova usanza che in breve tempo fu adottata in tutta l’Europa del nord e nel 1311 divenne ufficiale per tutta la chiesa cattolica. Da quel giorno, il due novembre riempiamo i cimiteri di ogni dove, si arriva fino a quelli più sperduti dell’alta montagna garfagnina e proprio quei cimiteri che per il resto dell’anno vengono visitati da qualche vecchietta devota, quel giorno diventano luoghi di aggregazione talvolta becera e maleducata. Ma d’altronde siamo terra di tradizioni e le tradizioni vanno rispettate… Il culto dei morti d’altra parte è dentro la natura umana e i garfagnini questo culto l’avevano ben radicato dentro di sè, come tutte le culture contadine dei tempi che furono.

Gallicano inizi secolo scorso

Purtroppo negli anni andati le cause di morte in Garfagnana erano tantissime, le condizioni di vita delle fasce più basse erano miserevoli: la fame e condizioni igieniche scarse portavano a percentuali di morte altissime, per non parlare poi della forte mortalità infantile e sopratutto femminile: il parto era una delle maggiori cause e in pratica per tutto l’ottocento la familiarità con la morte andava a  braccetto con la vita che proseguiva, si moriva difatti più spesso nelle case che negli ospedali. Ed era per questo motivo che anche in Garfagnana si svilupparono credenze legate al triste evento. Esistevano quindi una serie rituali che si protraevano per giorni, mesi e anni a partire dall’usanza “di portare il lutto”. Il lutto si distingueva in due categorie: il lutto stretto e il mezzo lutto. Tutto aveva delle regole precise e imprescindibili; il lutto stretto durava sei mesi, più altri tre di mezzo lutto in caso di perdita del coniuge, dei genitori, dei suoceri e dei figli, il periodo si riduceva “solamente” a tre mesi (di lutto stretto) per fratelli, nonni, cognati, generi e nuore.

Lutto Stretto

Tale uso comportava gli abiti neri per le signore, ma non solo: questi abiti dovevano essere chiusi, accollati e severi, non si potevano portare ornamenti vari e addirittura nei casi più estremi non si poteva nemmeno mostrare il volto che doveva essere coperto da una velina; gli uomini in effetti avevano meno problemi: bastava un nastro nero intorno al cappello, una fascia al braccio ed eventualmente portare una striscia nera sul bavero della giacca. Con il mezzo lutto finalmente si ricominciava a respirare dopo mesi di lacrime e solitudine, l’abbigliamento si modificava e le signore si potevano vestire con colori sobri: grigio, viola e bianco, si potevano rimettere anelli ed eventuali collane, ma sarebbe stato ancora disdicevole partecipare alla feste di paese (questo per entrambi i sessi). Sussistevano altre consuetudini che oggi ci possono sembrare curiose e strambe ma che fino all’inizio del secolo passato erano considerate una prassi, come quella che narra che per ben nove giorni nella casa dello scomparso si ricevevano visite di parenti e amici più e più volte, figuriamoci lo strazio per i “dolenti”, che per lo stesso periodo non dovevano nemmeno cucinare, ma siccome dovevano pur campare ci pensavano i congiunti a portare cibi già pronti, una manifestazione d’affetto chiamata “consolazione”.

Un vecchio funerale

Quella che noi oggi considereremmo un’altra stranezza era quella di mettere una moneta in tasca al povero defunto, infatti oltre al classico rosario o alla medaglietta di un santo usava mettere anche un soldo che sarebbe servito al morto stesso per pagare il traghetto del fiume Giordano, questo secondo tradizione cristiana, nel rituale pagano il soldo serviva a Caronte per attraversare il fiume acheronteo che divideva il mondo dei vivi da quello dei morti, ma per mollare la povera anima a Caronte o ancor più giustamente a Dio esisteva un’altra usanza tipicamente casalinga che consisteva nel lasciare per tre giorni aperte le finestre o almeno una finestra di casa, perchè si diceva che nei tre giorni successivi alla dipartita del caro estinto la sua anima sarebbe rimasta ancora in casa, in questo modo avrebbe avuto così la possibilità di uscire e di salire in cielo. Sarebbe rimasta ancora in casa, per poi farvi ritorno proprio nella ricorrenza del 2 novembre, secondo quella  tradizione che era chiamata “Ben dì morti”, si diceva che proprio ogni ricorrenza dei defunti dal cimitero i morti tornavano nelle loro case uscendo dal cimitero in una lugubre fila, vestiti di cappa e cappuccio. Per accogliere le anime dei cari estinti nella case si accendevano i lumi e la mattina si abbandonavano di buon ora i letti per lasciare il posto alle loro anime stanche dopo il lungo viaggio dall’aldilà, proprio per questo motivo si lasciavano anche le finestre aperte per favorire le visite e si tirava la casa a lucido per fare bella figura, era abitudine lasciare delle mondine sul tavolo da cucina in modo che le buon anime si potessero anche sfamare e guai se per quei giorni si chiudevano a chiave cassapanche, armadi o cassetti, il morto in questo modo avrebbe avuto la possibilità di portare con sè qualcosa che si era dimenticato in vita. Anche i bambini venivano coinvolti a pieno titolo in questa ricorrenza e in una sorta di Halloween nostrano andavano di casa in casa a chiedere generi alimentari di ogni tipo: arance, noci, castagne, in cambio avrebbero pregato per i morti di quella casa. Passato il 2 novembre rimanevano gli altri giorni dell’anno e in questo caso Sant’Agostino spiegava che bisognava continuare a pregare per i morti anche al di fuori dei rispettivi anniversari e così i familiari continuavano le visite al camposanto portando fiori e i cosiddetti “lumini” votivi. Quei fiori hanno una tradizione antichissima che parte da rituali funebri lontanissimi, i fiori sono connessi alla sfera del sacro in virtù del legame arcaico con gli dei, gli dei infatti si potevano placare offrendo cibo e fiori, il significato cristiano naturalmente si discosta da credenze pagane e ci dice appunto che questo gesto ha un significato di tendere una mano a chi non c’è più: dire “ti penso”, “ti voglio bene”. Così poi come il lumino, anch’esso ha origini a dir poco remote, già gli etruschi e poi i romani accendevano candele sulle tombe e la loro luce era legata alla vittoria del bene contro il male, al trionfo della vita sulla la morte.

Del resto in qualsiasi modo la pensiamo la morte fa paura, a volte è vissuta come una liberazione, al tempo stesso anche queste tradizioni erano legate dal sentimento principale della vita: l’amore, l’amore perpetuo per un distacco irreversibile dalla persona cara. Usi e costumi che non erano altro che un perpetuarsi della memoria, perchè anche chi muore se continua a vivere nella propria testa non muore mai.

Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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