La morte di Cavour

Il conte di Cavour, una delle menti politiche più lucide del suo tempo, morì in preda al delirio. Come scrisse il fratello Gustavo gli fu fatale “un attacco delle nostre terribili febbri periodiche”; nulla di più banale in un’epoca in cui la scienza medica era ancora impotente. Tanto banale da eccitare la fantasia popolare ed alimentare leggende che attribuivano l’improvvisa morte dello statista ora al veleno di Napoleone III, assetato di vendetta dopo essere stato raggirato, ora alla maledizione divina, tanto invocata da “Civiltà cattolica”.

Entrambe le leggende contengono un riflesso dell’immagine pubblica, del mito di Cavour: lo scaltro politico sempre impegnato a tessere trame, lo spregiudicato anticlericale, incurante dei diritti secolari della Chiesa cattolica e del pontefice. Un pallido riflesso e niente di più.

A privare il neonato Regno d’Italia della sua guida più intelligente e lungimirante non furono né il veleno francese né gli strali divini, ma la malaria, malattia dall’eziologia ancora misteriosa nel 1861. Soltanto nel 1880 Leveran avrebbe identificato il parassita responsabile della trasmissione all’uomo del plasmodio della malaria.

E’ lecito supporre che Cavour avesse contratto l’infezione molti anni prima nelle sue risaie di Leri, nel vercellese. Negli ultimi quindici anni della sua vita era stato colpito da brevi indisposizioni; episodi che si rinnovavano varie volte nell’anno, duravano alcuni giorni e, trattati con salassi, venivano superati senza particolari difficoltà. Una lieve indisposizione fu registrata poco prima del 10 novembre 1860; un episodio più grave si ebbe nei giorni del Natale successivo, suscitando qualche preoccupazione. Anche i sintomi manifestatisi la sera del 29 maggio 1861 parvero riconducibili ad una delle solite indisposizioni.

Mercoledì 29 maggio, dopo una lunga e turbolenta discussione alla Camera sul riconoscimento dei servizi prestati dagli ufficiali che avevano combattuto a Roma nel 1849 e sulle spese eccedenti i bilanci del 1860, Cavour rincasò, come annota sua nipote, la marchesa Giuseppina Alfieri, triste, stanco e preoccupato. Uno stato d’animo divenuto abituale negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’aspro scontro, in aprile, con Garibaldi sulla spinosa questione dello scioglimento dell’esercito dei volontari garibaldini. Negli ultimi anni si descriveva come un uomo in lotta con “difficoltà molte, immense, terribili” oppresso talora dalla sensazione d’essere precocemente invecchiato: “vecchiaia prematura, cagionata da dolori morali d’impareggiabile amarezza”. Un’esistenza su cui gravava il peso “delle troppe fatiche mentali, delle agitazioni di spirito, dei disgusti divorati in silenzio”. Tale stato di prostrazione, che certamente contribuì all’aggravarsi della sua malattia, era indotto dai ritmi massacranti di lavoro ai cui si sottoponeva. Cavour era solito mettersi al lavoro alle quattro del mattino, alle cinque al più tardi. Qualche lettera di carattere privato, una a Corio, l’amministratore delle tenute di famiglia, una di affari magari ai banchieri De la Rüe di Genova, una ai cugini di Ginevra, altre a Parigi o a Londra. Più tardi una breve colazione al Ministero. Gli affari correnti, le corrispondenze ordinarie, le petizioni, le grane. Alle dieci alla Camera o al Senato, qualche intervento, un discorso. E poi l’ascolto impaziente della retorica populista e avvocatesca dei Brofferio, dei Valerio, dei Depretis. La seduta è tolta. Poi al Cambio, il ristorante difronte alla Camera dei Deputati, per un pranzo veloce; subito di nuovo al Ministero: principi, ambasciatori, ammiragli, generali…

A stemperare gli affanni della politica contribuiva ben poco la serenità familiare. I rapporti con il fratello Gustavo erano da tempo tesi e non solo per le ragioni politiche che li contrapponevano, ma anche per più prosaiche questioni di interesse. Gustavo non perdeva infatti occasione per accusare il fratello di sperperare il denaro di famiglia in futili spese di rappresentanza, con ossessiva ripetitività invocava, sostenuto dal segretario Rinaldi, oculatezza ed economia, sino a far sentire Camillo come un estraneo nella casa paterna.

L’unica oasi in un deserto fatto di lavoro, preoccupazioni e responsabilità era Bianca Ronzani, la ballerina di origine magiara o forse prussiana con cui dal 1856 intratteneva una relazione sentimentale. Bianca era giunta a Torino al seguito del marito, il triestino Domenico Ronzani, ballerino, mimo, coreografo ed impresario prima del Teatro Nazionale e poi del Teatro Regio. Secondo la testimonianza di Michelangelo Castelli, Cavour conobbe la Ronzani al suo ritorno dal Congresso di Parigi del 1856. La giovane e piacente ballerina aveva chiesto udienza al Presidente del Consiglio per implorare sovvenzioni statali per risollevare le esauste finanze del Teatro Regio, amministrato dal marito. Gli argomenti della signora furono evidentemente tanto convincenti da indurre Cavour, in qualità di ministro delle Finanze, a concedere le sovvenzioni richieste. La generosità del conte, forse non del tutto disinteressata, non fu comunque sufficiente a salvare Domenico Ronzani dalla bancarotta. Nel 1858, per sottrarsi ai creditori ed alle azioni giudiziarie, il Rozani riparò a Genova e qui si imbarcò in fretta e furia su di un piroscafo diretto in Sud America. Bianca invece rimase a Torino, forse per interesse, forse per amore.

Della relazione tra il conte di Cavour e Bianca Berta di Valentino Sevierz-Ymar in Ronzani sappiamo ben poco. Una parte, forse quella più piccante e rivelatrice, del carteggio tra i due amanti è andata perduta. Nel 1894 Costantino Nigra acquistò a Vienna presso l’antiquario Alessandro Posonyi 24 lettere indirizzate da Cavour alla Ronzani e le distrusse con l’assenso degli eredi e del re d’Italia, ritenendole scandalose poiché “inspirate da una violenta passione, scritte con imprevidente abbandono, piene di particolari del carattere più intimo …”.

Ignoriamo quanta della violenta passione attribuita a Cavour dalle moralistiche osservazioni di Nigra fosse sinceramente ricambiata dalla Ronzani. Un fatto però è certo: nel maggio 1860 Cavour le fece dono di una proprietà del valore di 23.000 Lire e di un ricco mobilio per renderla più confortevole. Altrettanto certo è che, poco dopo la morte del conte, la Ronzani si sbarazzò dei doni dell’amante. Con il denaro racimolato si trasferì, pare in compagnia di un giovane rumeno o magiaro, a Parigi, dove morì in miseria nel 1863. Nei due testamenti di Cavour non c’è invece traccia di alcun lascito alla Ronzani. Non è tuttavia da escludere che il nipote Ainardo, suo erede, forse sulla base di istruzioni riservate dello zio, abbia provveduto ad elargire denaro alla Ronzani, ottenendo magari in cambio quella cinquantina di lettere che costituiscono il casto carteggio giunto sino a noi.

Quel 29 maggio 1861, dopo una ennesima giornata fitta di impegni, Cavour cenò come al solito con il fratello Gustavo e con il nipote Ainardo. Il resoconto della nipote Giuseppina Alfieri ci informa che: “…mangiò di buon appetito, parlò della discussione del giorno, si intrattenne di affari di famiglia, e, fra le altre cose, raccomandò a mio padre di restaurare il castello di Santena. ‘E’ là – soggiunse – dove voglio riposare un giorno, vicino ai miei’.”. Dopo cena andò a fumare un sigaro sul terrazzo, ma preso da leggeri brividi, preferì rientrare in salotto e presto si ritirò nel suo appartamento per la notte.

Qui il racconto della devota nipote differisce, forse per pudore nei confronti della relazione clandestina dello zio, da quanto riportato nei suoi ricordi da Michelangelo Castelli, secondo cui dopo cena Cavour avrebbe fatto visita a Bianca Ronzani, sistemata, a spese del conte, in una graziosa villetta ai piedi della collina torinese. Si trattenne pochi minuti, si mostrò di umore nero, era nervoso e soprattutto accaldato. Si fece servire una bibita gelata e si congedò per tornare in carrozza a palazzo Cavour.

E’ inutile dire che quell’insignificante particolare della bibita gelata ad occhi avidi di complotti e di trame misteriose potrebbe apparire come un indizio rivelatore. Difronte a tali occhi apparirebbe, questa volta in abiti ottocenteschi ed a ruoli invertiti, la famosa scena de Il sospetto di Alfred Hitchcock in cui un sinistro Cary Grant si appresta ad avvelenare una solare Joan Fontaine offrendole un bicchiere di latte che emette una luce livida. Goffi e sprovveduti professionisti del mistero ad ogni costo potrebbero imbastire intere trasmissioni televisive su questo dettaglio. La storia però è ben altro, torniamo dunque ai fatti con buona pace dei cacciatori di misteri.

Secondo il racconto della nipote Giuseppina, nella notte del 29 maggio ad un malessere indefinito del conte seguirono prima un vomito violento, poi acuti dolori intestinali. Temendo un attacco apoplettico, Cavour mandò immediatamente a chiamare il dottor Rossi, allievo del dottor Tarella che per più di vent’anni aveva curato la famiglia. Rossi cercò prima di tutto di fermare il vomito, ma non ebbe successo. Ordinò quindi un primo salasso che parve sortire benefici effetti. Il mattino seguente ne fu applicato un secondo ed il pomeriggio un terzo.

La pratica del salasso era comune a tutta la medicina del tempo, ogni qual volta si sospettava che un eccesso di sangue opprimesse il malato oppure fosse in corso un attacco di apoplessia, cioè una emorragia a carico di organi interni. La scuola medica torinese non faceva eccezione, anzi aveva fatto del salasso il suo credo, sino al punto da considerarlo una sorta di rimedio universale, come ci informa l’arguta madame d’Agoult, più nota con il nom de plume di Daniel Stern, che durante il suo soggiorno a Torino conobbe il dottor Alessandro Riberi, medico di corte ed indiscusso luminare subalpino, lasciandocene un ritratto professionale eloquentissimo: “…salassava magistralmente, salassava ancora e sempre”.

La febbre, alta per tutto il giorno, svanì nel corso della notte. Venerdì 31 maggio Cavour si svegliò lucido ed in forze; contro il parere del dottor Rossi volle convocare i ministri per definire le questioni più urgenti. Dopo il consiglio dei ministri, si trattenne a lungo con Nigra e con Artom e trovò persino un po’ di tempo da dedicare alla nipote Giuseppina. Nella notte tornarono prima i brividi, poi la febbre alta ed il delirio. All’alba il dottor Rossi tentò di contrastare la febbre somministrando il chinino, ma il conte non riuscì a trattenerlo.

Fin dal seicento l’estratto della corteccia dell’albero della china era impiegato come farmaco contro le febbri, ma nel 1861 la scienza medica ancora ignorava che il chinino fosse anche un rimedio specifico contro la malaria. E’ pertanto lecito supporre che quel chinino somministrato dal dottor Rossi all’alba del 1° giugno, al solo scopo di contrastare la febbre, avrebbe potuto salvare la vita del conte se il suo corpo fosse riuscito a trattenerlo. Ma così non fu.

Vanificato ogni effetto del chinino, il giorno successivo Rossi praticò due nuovi salassi che contribuirono a debilitare ulteriormente il fisico già provato del conte.

La mattina del 2 giugno, nonostante la febbre fosse calata, il più cupo pessimismo si impossessò dei familiari e dei domestici del conte. La nipote Giuseppina trovò lo zio “pallido, abbattuto, assorto”, le mani fredde “come marmo”. Qualche ora più tardi la febbre tornò violentissima e con essa il delirio. Con il respiro affannato, bruciante di febbre, Cavour ripercorreva con voce stentorea i momento cruciali del Risorgimento, con frasi bruscamente interrotte esponeva i suoi progetti per il futuro, in preda all’angoscia esprimeva il timore che la notizia della sua malattia potesse danneggiare il successo del prestito di 500 milioni che lo stato era sul punto di contrarre.

Il lunedì mattina il delirio perdurava, il respiro del conte era sempre più breve, la sua sete implacabile nonostante il ghiaccio tritato che gli veniva somministrato. Il precipitare delle situazione convinse il dottor Rossi a chiedere un consulto. Venne convocato il dottor Maffoni, nel frattempo, su insistenza dello stesso Cavour, fu praticato l’ennesimo salasso. Il chirurgo praticò una nuova incisione “…ma il sangue non sgorgò: a forza di comprimere la vena, giunsero ad estrarre due o tre once di sangue nero e coagulato.”.

Inizialmente Cavour rifiutò con decisione l’ipotesi di ascoltare il parere del dottor Maffoni, poi però finì per cedere alla suppliche dei familiari. Accolse i medici al suo capezzale esortandoli a guarirlo in fretta; “Ho l’Italia sulle braccia – aggiunse in preda al delirio – il tempo è prezioso. Domani debbo essere a Bardonecchia, per visitare, col signor Bixio e con altri amici di Parigi, i lavori del Moncenisio.”.

Rossi e Maffoni convennero sulla diagnosi: “congestione con minaccia di versamento al cervello”, e sulla terapia: salassi per scongiurare il rischio di emorragie interne e chinino per contrastare la febbre. Dato l’evidente stato confusionale del conte, prescrissero una forte dose di solfato di chinino liquido da somministrare in tre volte nell’arco della giornata.

Giuseppina convinse lo zio a trangugiare, nonostante la ripugnanza che provava, il chinino, ma ancora una volta il suo corpo si ribellò. Un vomito violento si presentò ad ogni tentativo di somministrazione del chinino. La febbre ed il delirio pertanto rimasero incontrastati.

In serata, quando ormai le condizioni di Cavour apparivano disperate, giunse in visita l’erede al trono, il principe di Carignano, che tentò con frasi di circostanza di infondere ottimismo nei familiari.

All’alba i medici non potendo contare sugli effetti benefici del chinino ricorsero agli impacchi: senape alle gambe, per riattivare la circolazione, e ghiaccio sul capo per alleviare la febbre. Rimedi esterni ben poco efficaci, adottati soltanto per dare un po’ di sollievo al moribondo e lasciare qualche spiraglio di speranza ai familiari.

Anche Luigi Carlo Farini, che in passato si era preso cura della salute del conte, fu consultato, ma non seppe proporre rimedi che non fossero già stati sperimentati senza successo.

Nel corso della giornata di martedì 4 giugno la notizia della malattia del conte si diffuse in tutta la città. Una folla “cupa, silenziosa, desolata” di torinesi si strinse attorno a palazzo Cavour, ma nessuna buona notizia poté confortarla. Nella notte le condizioni del conte precipitarono, al mattino i medici spensero ogni flebile speranza residua e consigliarono di preparare il moribondo a prendere le sue ultime disposizioni terrene. Come precedentemente richiesto dallo stesso Cavour, fu mandato a chiamare padre Giacomo da Poirino della Chiesa della Madonna degli Angeli.

Anche in articulo mortis l’istinto politico cavouriano trovò modo di esprimersi per neutralizzare la propaganda clericale. Subito dopo il colloquio con padre Giacomo Cavour chiese di parlare con Farini a cui, come rivela la nipote Giuseppina, confidò a futura memoria: “Mi sono confessato ed ho ricevuto l’assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e non ho mai fatto male a nessuno.”.

La morte da buon cristiano di Cavour non mancò di irritare papa Pio IX che convocò a Roma padre Giacomo e lo sospese a divinis per aver assolto senza ritrattazione lo statista che era stato colpito dalla scomunica del 26 marzo 1860 contro gli usurpatori degli Stati pontifici.

Giuseppina non si rassegnò al peggio neppure dopo la visita di padre Giacomo, supplicò lo zio di accettare un ulteriore consulto medico e questi, per non dispiacerle, acconsentì. Il dottor Riberi, luminare per antonomasia della medicina subalpina, fu mandato a chiamare alle otto del mattino; si presentò a palazzo soltanto alle cinque del pomeriggio per confermare con tutta la sua autorevolezza la diagnosi dei colleghi: “…infiammazione alla base del cervello, prodotta da afflussi di sangue alla testa…”. In quanto alla terapia, Riberi si limitò a consigliare di somministrare al conte un po’ di brodo, poiché il polso era debolissimo.

Verso le nove di sera giunse a palazzo Vittorio Emanuele II. Nonostante la febbre altissima Cavour riconobbe il suo re, ma non riuscì a formulare un discorso coerente. Le preoccupazioni degli ultimi mesi di governo affiorarono in modo convulso: “Oh sire! Io ho molte cose da comunicare a V.M., molte carte da mostrarle: ma son troppo ammalato; mi sarà impossibile di recarmi a visitare la M. V.; ma io le manderò Farini domani, che le parlerà di tutto in particolare. V. M. ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L’Imperatore è molto buono per noi ora, sì, molto buono. E i nostri poveri Napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi.”.

Dopo essersi congedato dal suo primo ministro con una stretta di mano, il re chiese al dottor Riberi di tentare “…una cavata di sangue alla jugulare, o di mettere alcune sanguisughe dietro le orecchie per liberare il cervello…”, ma ricevette un dotto rifiuto: il conte era ormai troppo debole anche per i più strenui sostenitori del salasso terapeutico.

Nella notte Cavour continuò a parlare in tono concitato con voce alta e limpida, come se tenesse un immaginario discorso difronte al Parlamento. Così Michelangelo Castelli descrive in una lettera a Massimo d’Azeglio le ultime ore di agonia dell’artefice dell’Unità d’Italia: “Riconosceva le persone, rispondeva giusto, ma dopo poche parole divagava subito. Si alzava, sedeva sul letto con la più grande sveltezza, sempre rivoltandosi; i suoi atteggiamenti erano quelli che aveva abituali, rideva spesso, alito fresco, fisionomia non alterata, e faceva gesto corrispondente, ma sempre frasi tronche (…) parlò sino ad un’ora prima della morte. Aveva voce alta e limpida, l’ultima notte i suoi discorsi erano più seguitati, sempre politici; nessuno lo intese mai pronunziare una parola di odio, di rancore; tutti i sentimenti suoi erano di amicizia, di stima, di compatimento, di speranza!”

Dall’imperativo di “fare gli italiani”, educandoli alla libertà, senza cadere nella tentazione di ricorrere allo stato d’assedio, al compiacimento di aver ottenuto con l’unificazione un risultato che sembrava impossibile, dal ruolo della Prussia di Bismarck nella politica europea, alla previsione del tramonto della casa d’Asburgo, sino agli interrogativi sulla guerra civile americana: questi erano, secondo il resoconto della nipote Giuseppina, i pensieri frammentari che affollavano il cervello di Cavour nelle sue ultime ore. Non un’unica drammatica sentenza politica come lascito ai posteri, ma una folla di interrogativi, di problemi aperti da affrontare, l’ultimo estremo riflesso di una mente brillante e curiosa.

Nel delirio spaziava dai grandi temi della politica nazionale ed internazionale sino alle minuzie dell’amministrazione. Giuseppina Alfieri annota: “Poi mio zio mi domandò dove erano alloggiati i diversi corpi del nostro esercito, dove si trovavano parecchi militari suoi amici; ed io, disfatta dalla commozione, risposi male alle sue domande. Egli mi guardò con affetto e tristezza e mi disse: ‘Piccina, tu non sai quello che mi dici: un momento fa mi dicevi che il generale P. comandava a Parma: come è che adesso è a Bologna?’ Soffocata, uscii dalla camera per piangere”.

Verso l’alba di giovedì 6 giugno 1861 la voce del conte che sino ad allora era stata alta e limpida incominciò ad affievolirsi. Un sudore freddo gli ricoprì il corpo e la fronte, un insistente dolore si manifestò al braccio sinistro. Il dottor Maffoni tentò allora di rinfrancare il malato prima somministrandogli una tazza di brodo ed un bicchiere di vino, poi applicando sul suo corpo impiastri e pezze scottanti. Nessun rimedio sortì qualche effetto, il polso rimase debolissimo e la sua facoltà di parola divenne ancora più difficoltosa.

Fu mandato a chiamare padre Giacomo che gli somministrò l’estrema unzione. La nipote Giuseppina afferma che suo zio ebbe ancora la forza di accogliere il religioso pronunciando le sue ultime parole: “Frate, Frate, libera Chiesa in libero Stato!”.

Poco più tardi, intorno alle sette del mattino, due deboli rantoli annunciarono la morte di Cavour.

ROBERTO POGGI

roberto_poggi@yahoo.it


BIBLIOGRAFIA

ROSARIO ROMEO, Vita di Cavour, Bari, Laterza, 1984.

LETIZIA E MAURIZIO CORGNATI, Camillo Cavour tra passione e ragione, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1999.

WILLIAM DE LA RIVE, Il conte di Cavour. Racconti e memorie, Santena, 2003.

MICHELANGELO CASTELLI, Ricordi (1847-75), Torino, Roux, 1888.

ANONIMO, Cavour avvelenato da Napoleone III, Torino, 1872.

JEAN-CHARLES SOURNIA, Storia della medicina, Bari, Edizioni Dedalo, 1994.

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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