La storia è bellissima e poco conosciuta e nasce dai più nobili sentimenti quali l’amore e la pietà umana. Tale oggetto infatti fu inventato da due amici:Turri Pellegrino da Castelnuovo Garfagnana e Agostino Fantoni di Fivizzano, per alleviare le sofferenze della contessina Carolina diventata cieca. Una storia di altri altri tempi ben documentata e tutta da leggere che ridisegna la storia di questa rivoluzionaria invenzione.

Una lettera di Carolina battuta con la macchina da scrivere di Fantoni Turri

Possiamo dirlo senza ombra di dubbio che in fondo il p.c da cui scriviamo non è che l’evoluzione naturale della macchina da scrivere e quindi l’antenata dei moderni computer. Perchè questo pensiero? Proprio nei giorni passati un amico conoscendo la mia passione per la storia mi domandò se sapevo niente a proposito dell’invenzione della macchina da scrivere, poichè aveva un confuso e lontano ricordo che tale invenzione fosse opera di un garfagnino. Ad onor del vero presi le sue parole con un po’ di sufficienza e scetticismo, dicendogli che niente conoscevo al riguardo ma che comunque mi sarei documentato. Giorni dopo mi ritornarono alla mente le sue parole e per pura curiosità cominciai a ricercare qualcosa sull’argomento e in effetti come si suol dire mi “si aprì un mondo” ed ebbi clamorosamente in parte conferma delle sue parole. Tale storia ha scombinato quello che davo per certo, cioè che la macchina da scrivere in Italia fu brevettata da Giuseppe Ravizza nel 1855, questo apparecchio era denominato “cembalo scrivano”, così chiamato perchè dotato di tastiera simile a quella di un clavicembalo. L’avvocato Ravizza nel corso degli anni creò ben 17 modelli, purtroppo però non riuscì mai a trovare uno sponsor che ne sostenesse una produzione industriale, ciò non accadde all’americano

La macchina da scrivere di Ravizza

Cristopher Latham Shoeles che presentò la sua trovata nientedimeno che alla fabbrica d’armi Remington. I fratelli Remington non erano convinti dell’invenzione ma stipularono comunque un contratto con Sholes, che per dodicimila dollari cedette tutti i suoi diritti. La macchina da scrivere nel 1876 cominciò così la sua produzione industriale e la sua diffusione in scala mondiale. Questo era tutto quello che sapevo su questa scoperta, e non immaginavo certo che la Garfagnana entrasse a buon titolo in questa invenzione. Ma bando ai preamboli andiamo subito al nocciolo della questione e raccontiamo questa storia che si sviluppa e trova nuove documentazioni nel corso degli anni. La vicenda nasce dai più nobili sentimenti, quali l’amore e la pietà umana. Siamo agli inizi del 1800 e il protagonista di questi fatti è anche Pellegrino Turri da Castelnuovo Garfagnana. Il Turri nacque nel capoluogo garfagnino da una famiglia nobile nel 1765, da giovanotto si trasferì a Reggio Emilia dove faceva parte delle Guardie Nobili del Duca di Modena con il grado di brigadiere, lì conobbe il conte Agostino Fantoni di Fivizzano, diventarono grandi amici, tanto che Pellegrino diventò uno di casa. In questa casa di Reggio Emilia Pellegrino Turri fece conoscenza anche con la sorella del conte, la contessina Carolina, tra i due nacque dapprima un’affettuosa amicizia che a quanto pare si trasformò ben presto in amore. Questa relazione non partì sotto una buona stella, le cose non cominciarono bene dal punto di vista della salute, tant’è che la vista della contessina andava via via sempre peggiorando a causa di una brutta malattia che la portò in giovane età alla completa cecità.

Pellegrino Turri

L’innamorato si impietosì di fronte all’infermità e nel 1802 decise di mettere in pratica la sua eccentricità, il suo ingegno e sopratutto i suoi studi meccanici per rendere più facile e autonoma la vita alla contessa cieca, creando un macchinario che permettesse alla ragazza di scrivere senza ricorrere all’aiuto di intermediari e che sopratutto in quel modo potesse proseguire la corrispondenza privata con l’amato garfagnino, facendo si, che la relazione potesse continuare. Questa per anni è stata la versione e la convinzione originaria, cioè che la paternità della macchina da scrivere fosse da attribuire al Turri, e in parte è vero ed è confermato, ma studi recentissimi (2010) ridisegnano nuovamente questa storia. Il ricercatore fivizzanese Rino Barbieri spulciando l’Archivio Fantoni conservato a sua volta nell’Archivio di Stato di Massa ha trovato documenti inconfutabili che assegnano l’invenzione primaria non a Pellegrino Turri, ma all’amico Conte Agostino Fantoni, fratello della contessina cieca. A testimonianza di quanto detto ci sono anche alcune lettere battute con la macchina da scrivere in questione che dissipano ogni dubbio e che sono consultabili presso l’ Archivio Storico di Reggio Emilia. Questi a seguire sono poi gli stralci di lettere datate 1802 (quindi prima di Ravizza e di Sholes) che non lasciano alcun se o alcun ma in sospeso sulla questione della paternità dell’invenzione. La lettera è inviata dallo stesso Agostino Fantoni allo zio Giovanni. “Ti do avviso che ho inventato uno strumento onde l’Anna (n.d.r: nome completo della contessina Anna Carolina Fantoni)possa scrivere liberamente, se in questa settimana verrà il legnaiolo per la posta ventura ti scriverà di proprio pugno, mi struggo di vedere come riuscirà in pratica la mia idea, ma mi lusingo da alcuni tentativi fatti che riuscirà perfettamente” e in un’altra successiva lettera sempre scritta allo zio si dice ancora: “l’istrumento per scrivere a occhi chiusi non lo potuto far ancora eseguire da un maestro che finora ho atteso invano e questo non è lavoro da effettuarsi senza l’assistenza di chi lo ha ideato, un informe abbozzo da me fatto ti produsse quelle due righe dell’Anna…in questi ultimi giorni ho trovato il modo per fare il gambo alle lettere T.D.B.Q che finora non avevo potuto trovare”.

Lettera battuta da Carolina con la macchina Fantoni Turri

Questa invece è una lettera che scrive la contessina per interposta persona allo zio ed a un certo punto dice:“…spero di scrivervi due versi con il metodo di Agostino…” e ancora una testimonianza scritta da Glauco Masi editore di Livorno dove si sottolinea che il conte Agostino è molto preso nelle sue cose in quei giorni tanto che:”Agostino è un gran pezzo che non mi scrive ne so il perchè, ho piacere che abbia trovato la maniera per far scrivere l’Annina, così potesse trovar quelle di guarirla dai suoi incomodi, povera ragazza!” ed infine una nuova missiva di un amico di Agostino, tale Baldassar Vetri (ingegnere e matematico in quel di Pisa) che scrive sempre allo zio Giovanni: “…l’ingegnosissima invenzione del tanto caro al mio cuore Agostino…” e ancora:“…egli si è reso caro e memorabile all’umanità…”.
Il marchingegno fu poi messo in pratica e non immaginiamoci certo una moderna macchina da scrivere ma piuttosto pensiamo ad un qualcosa di primitivo e al tempo stesso efficiente con un telaio certamente in legno (o forse in metallo), rimane il fatto che la contessina Carolina definì questa strana macchina “la tavoletta” o con il più ricercato appellativo di “la preziosa stamperia”. Probabilmente dentro questa piccola struttura in legno si potevano far scorrere dei quadratini anch’essi di legno che portavano in incisione traforata le diverse lettere dell’alfabeto riconoscibili al tatto. La scrittura avveniva mediante un’asticella che seguiva la fessura delle lettere allineate nel binario a formare le parole, inoltre si può notare nelle missive rimaste ai posteri che i caratteri sono privi di apostrofi e punteggiatura varia e le lettere impresse sono tutte maiuscole.
Ma dopo tutto questo vi domanderete voi, Pellegrino Turri da Castelnuovo Garfagnana, allora che cosa c’entra? Eccome se c’entra! Come abbiamo letto non fu l’originario inventore di tale prodigio ma perfezionò l’invenzione dell’amico in maniera molto significativa e profonda, inventando di fatto quella che diventò negli anni a venire la celeberrima carta carbone. Di questa invenzione il Turri ne può assumere pienamente la paternità. Già nel 1802 la “carta nera” così come era chiamata, fornì efficacemente alla “preziosa stamperia”

l’inchiostro,in modo che si potessero leggere nitidamente tutte le lettere che in origine erano semplicemente traforate.

Il brevetto della carta carbone di Wedgwood, invenzione “rubata” a Turri

La funzione della “carta nera” era praticamente quella che tutti oggi ancora conosciamo e consisteva in una carta rivestita da uno strato di inchiostro asciutto, di solito unito a della cera. Anche qui però qualcuno fu più furbo e lesto del nostro concittadino e come si sa sono i brevetti che danno la primogenitura a un idea e così l’inglese Ralph Wedgwood il 7 ottobre 1807 depositò l’esclusiva della cosiddetta carta copiativa.
E per gli amanti del pettegolezzo come prosegui la storia fra Pellegrino e la contessina? A quanto se ne sa nel 1808 la contessa madre Maddalena Fantoni scrive al benemerito garfagnino facendogli capire che sua figlia avrebbe avuto bisogno di un marito…la macchina da scrivere per quanto utile e dilettevole non le bastava più: “Le basterebbe un uomo– scriveva la contessa- passati i quarant’anni (n.d.r: Turri al tempo ne aveva 43…), ben mantenuto, che non le faccia mancare da mangiare, nè da vestire, senza sforzi e che fosse di bona morale; non occorre poi tanta nobiltà, non importerebbe neppure in Reggio, ma anche in quei paesi circonvicini. Lei desidererebbe questo marito: io desidero che riesca a trovarglielo…”. L’ingegnoso Pellegrino Turri dopo il velato (ma neanche troppo…) invito, con dispiacere non se la sentì di portare avanti la relazione, la differenza di età era troppa, fu così che ognuno prese strade diverse. La contessina trovò comunque l’agognato marito nella persona del trentenne Domenico Ravani Pollai, le nozze ebbero luogo il 23 ottobre 1809. Pellegrino Turri morì diciannove anni dopo quel matrimonio, era il 1828, mentre Carolina spirò nel 1841 a Reggio Emilia, lasciando alcuni figli i quali due giorni dopo la morte della madre donarono a Giuseppe Turri, figlio di Pellegrino la famosa macchina da scrivere in segno di profonda riconoscenza per quanto aveva fatto il padre. Di quella “preziosa stamperia” non rimase niente e niente è arrivato ad oggi. Il figlio di Pellegrino Turri verosimilmente la smarrì e forse la gettò ritenendola cosa inutile, di quel congegno di legno e ferro non è rimasto nemmeno un disegno.

Il libro

Tuttavia ci vollero più di venti anni prima che fosse apportata qualche modifica alla “macchina”, ci volle più di mezzo secolo prima che in Italia se ne costruissero più modelli e ci vollero più di settanta anni prima che prendesse il via una produzione industriale in America. Nella nostra Garfagnana e nella vicina Lunigiana eravamo arrivati prima di tutti e fu un’altra occasione persa per far primeggiare su tutti il nostro genio italico.
Per chiudere in modo completo quest’articolo segnalo che su questa vicenda addirittura è stato scritto anche un apprezzato romanzo che si intitola “Le parole perdute”(titolo originale “The blind contessa’s new machine” ovvero “La nuova macchina della contessa cieca”) scritto da Carey Wallace (scrittrice americana) edito da Frassinelli, la storia ricalca verosimilmente il caso, con i nomi originali,i fatti di Pellegrino e Carolina e la miracolosa macchina da scrivere.

Ringrazio per l’ispirazione a questo articolo l’amico Alessandro Veneziano

Bibliografia

  • Documentazione Rino Barbieri
  • Typewriter-macchine da scrivere
  • Archivio di Stato Reggio Emilia
  • La prima macchina da scrivere fu costruita in Garfagnana. Almiro Giannotti “La Garfagnana” n°6/1979

Paolo Marzi

http://paolomarzi.blogspot.de


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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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