Il 9 agosto 1914, su carta intestata dell’esclusivo Athletic Club di Los Angeles, Charlie Chaplin scrisse al fratello Sydney a Londra per informarlo sugli ultimi sviluppi della sua folgorante carriera nel mondo del cinema. Da alcuni giorni la guerra divampava nella vecchia Europa ed i fanti di tutti gli eserciti appena mobilitati si illudevano di poter ritornare alle proprie case entro Natale. Dall’assolata California i primi bagliori della guerra apparivano lontanissimi, soprattutto a chi era impegnato a scalare rapidamente la vetta del successo: “Tutto il mio tempo se lo prende il cinema. Scrivo, dirigo, recito, e ti posso assicurare che è un grosso lavoro. Tutti i teatri scrivono il mio nome a lettere cubitali, tipo ‘Oggi Chas Chaplin’ e ti dico che in questo paese ho un grande successo al botteghino. I proprietari di sale mi dicono che ricevono almeno cinquanta lettere la settimana da uomini e donne in tutti i paesi del mondo. E’ magnifico se pensi che sono diventato popolare in poco tempo, e l’anno prossimo conto proprio di fare un mucchio di quattrini. Ho avuto un sacco di offerte a 500 la settimana con il 40% degli incassi, il che significa almeno mille dollari la settimana.”

La popolarità in ascesa, i favolosi incassi al botteghino, il moltiplicarsi di generose offere da parte degli uomini più potenti di Hollywood non lo distoglievano comunque dall’obiettivo di mettersi in proprio e di conquistare la propria indipendenza artistica oltreché guadagni ancora più grandi. In California c’era addirittura posto per un altro Chaplin che dopo una breve scrittura come attore avrebbe potuto sostenere il fratello minore nei suoi ambiziosi progetti: “Ti troverai bene qui, è un bel paese e l’aria è fresca mi fa un gran bene, ho un sacco di amici e vado a tutte le feste eccetera, e sto in uno dei migliori club della città dove vanno tutti i milionari, in poche parole me la passo proprio bene e passo il tempo in modo sano e piacevole e poi ho persino il mio maggiordomo, non c’è male eh? Però sto ancora risparmiando e da quando sono qui ho messo 4000 dollari in una banca 1200 in un’altra e 1500 a Londra, non male per avere venticinque anni e buona salute grazie a Dio. Sid fra poco saremo milionari. La salute va bene e sto persino acquistando un po’ di peso. (…) Spero non ti facciano combattere laggiù. Questa guerra è orribile. Bene, mi pare sia tutto. Ho appena finito un film di sei rulli con Marie Dressler, la grande star americana, e con me. E’ costato 50.000 dollari e io ci sono in tutto il film. E’ la cosa migliore che abbia fatto. Devo smettere adesso, comincio ad avere fame e proprio in questo secondo il mio maggiordomo mi dice che ci sono degli amici che sono venuti a prendermi in automobile per portarmi a mangiare sulla spiaggia. Buona notte Sid, un abbraccio a Minnie, il tuo affezionatissimo fratello Charlie.”

L’euforia per l’agiatezza appena raggiunta, dopo un’infanzia trascorsa nella miseria più nera, le brillanti prospettive di carriera, il sogno dell’indipendenza artisitica a portata di mano relegano ad una riga la più grande tragedia europea dall’età napoleonica: “Questa guerra è orribile.” E nulla più. Dopo appena cinque giorni dall’inizio del duello mortale tra le potenze europee era impossibile immaginare quanto grande sarebbe diventato quell’orrore, soprattutto per un giovane attore londinese che aveva appena fatto fortuna nella mecca del cinema.

Charles Spencer Chaplin era sbarcato sul nuovo continente alla fine di settembre del 1910 al seguito della compagnia teatrale di Fred Karno, il celebre impresario londinese di music hall. Aveva debuttato al Colonial Theatre di New York con una pantomima dal titolo The Wow-wows or a night in a London Secret Society . La critica ed il pubblico, pur apprezzando la vis comica del giovane Chaplin, nel ruolo di un elegante ubriaco capace di irresistibili capitomboli, avevano giudicato nel complesso piuttosto debole lo spettacolo. Tra alti e bassi la tournée era comunque proseguita per 21 mesi attraversando gli Stati Uniti, da Chicago a St. Louis, da Minneapolis a Kansas City, da Denver a Seattle, da Portland a San Francisco e Los Angeles. Nel giungo del 1912 la compagnia, di cui faceva parte anche un altro promettente giovane attore, Arthur Stanley Jefferson, destinato a grande fortuna con il nome d’arte di Stan Laurel (Stanlio), aveva fatto ritorno a Londra per poi riattraversare l’oceano nell’ottobre dello stesso anno. Nella seconda tournée americana la compagnia Karno aveva riproposto lo stesso spettacolo e l’accoglienza del pubblico non era stata affatto entusiastica. Soprattutto nelle città di provincia le situazioni paradossali che costituivano il meccanismo comico della pantomima lasciavano talvolta disorientato o indifferente il pubblico. Soltanto l’abilità acrobatica di Chaplin riusciva immancabilmente a strappare fragorose risate alla platea. Forse a New York, forse a Los Angeles, numerose e discordanti sono le ricostruzioni in proposito, tra il pubblico che si sbellicava non appena appariva in scena “l’ubriaco” aveva trovato posto un dirigente della New York Motion Pictures, forse Mack Sennet, forse Adam Kessel oppure suo fratello Charles. Chiunque avesse assistito alle risate in platea non aveva esitato un attimo prima di proporre una scrittura a quel buffissimo attore mingherlino. Il 4 agosto 1913, Chaplin aveva preso la penna per comunicare al fratello Syd che finalmente la sua carriera era giunta ad una svolta: “Oh, Syd, mi sembra di vederti! il tuo viso che si illumina mentre leggi, quei tuoi occhi scintillanti mentre decifri i miei scarabocchi che cosa mai sto per annunciarti! Ti dirò come stanno le cose. Ho avuto un’offerta da una casa di produzione cinematografica per un lungo periodo … (…) Si tratta della New York Motion Pictures Co, una delle ditte più serie ed affidabili degli Stati Uniti, hanno circa quattro compagnie, la Kay Bee, la Broncho e la Keystone per cui dovrei lavorare io. La Keystone è la compagnia comica. Io dovrei prendere il posto di Fred Mace, un nome molto importante nel cinema. Così ci puoi scommettere che hanno un’opinione piuttosto buona di me… . (…) Bene, abbiamo contrattato a lungo e poi ho dovuto condurre l’affare per iscritto e con l’aiuto di un dizionario ho redatto una bella lettera d’affari. Alla fine siamo giunti a questo accordo: un contratto di un anno con uno stipendio iniziale di 150 la settimana che dopo tre mesi, se me la cavo bene, diventeranno 175 e spesato di tutto a Los Angeles per l’intero periodo. Non so se tu abbia visto qualche film della Keystone, ma sono molto divertenti e hanno anche belle ragazze e così via. (…) Pensa, Syd, 35 sterline la settimana sono da prendere in seria considerazione, se solo ci lavoro per circa cinque anni saremo indipendenti per tutta la vita. Risparmierò fino all’osso.”

Senza intoppi il contratto era stato firmato nel settembre del 1913, in dicembre, dopo l’ultima rappresentazione con la compagnia Karno a Kansas city, Chaplin aveva raggiunto Los Angeles per iniziare il suo nuovo lavoro. Ad accoglierlo presso gli studi di Edendale aveva trovato Mack Sennett, un canadese oriundo irlandese che aveva assunto, in qualità di produttore, sceneggiatore e regista, la guida della Keystone fin dalla sua fondazione nell’estate del 1912. Dopo vari sfortunati tentativi di sfondare nel mondo del teatro e della commedia musicale, Sennett era approdato al cinema presso la casa di produzione Biograph, dove aveva potuto apprendere le tecniche della regia da un grande mestro come David Wark Griffith. Passato alla Keystone aveva sviluppato il suo gusto istintivo per le situazioni farsesche ed iperboliche, diventando in breve tempo uno dei padri dello slapstick, la comicità, che affondava le sue origini nella commedia dell’arte, basata sul linguaggio del corpo e sul moto perpetuo dei personaggi, come in un balletto sfrenato. Baruffe, capitomboli, pedate, martellate, torte in faccia e soprattutto inseguimenti, tra dame impennacchiate e monelli dispettosi, tra cani randagi ed azzimati gentiluomini in redingote, tra baffuti poliziotti che brandivano nodosi manganelli e sciagurati pasticcioni vittime del caso e della loro goffagine, erano diventati i tratti inconfondibili dei suoi film. Non esisteva una sceneggiatura, ma una situazione su cui si esercitava l’inesauribile improvvisazione degli attori che in un crescendo, capace di lasciare lo spettatore senza fiato, doveva sfociare nel catastrofico inseguimento finale. Nelle comiche, prodotte al ritmo forsennato di due la settimana, ricorrevano sempre le stesse location che fornivano innumerevoli variazioni alla stessa esile storia. I “park film”, i più economici e rapidi da girare, erano ambientati nel parco Westlake, nei pressi degli studi di Edendale, al centro della scena vi era una coppia di innamorati infastidita ora da un rivale geloso, ora da un monello, ora da un occhiuto poliziotto. Sennett amava anche inserire le sue comiche sullo sfondo di manifestazioni pubbliche, parate, gare sportive, corse di cavalli, in modo da poter sfruttare gratuitamente una folla di involontarie comparse. Più strutturati si presentavano invece i film girati in studio su di un set permanente: una grande stanza centrale con una camera a destra ed una sinistra che all’occorrenza potevano essere trasformate negli ambienti di una casa borghese, in un ufficio pubblico, in un ambulatorio medico, nella hall di un albergo ecc.. . La quarta tipologia di film era una combinazione di riprese esterne e di interni riprodotti in studio. Ovviamente era il prodotto più sofisticato che richiedeva i tempi di lavorazione più lunghi, cioè qualche giorno. Nel gennaio 1914, dopo alcune settimane di intenso apprendistato sui metodi di lavoro della Keystone, Chaplin aveva esordito proprio in un film della tipologia più elaborata, Making a living (Per guadagnarsi la vita), sotto la direzione di Henry Lehrman, un assistente di Sennett di origine viennese. Nessuno degli elementi che avrebbero costituito la maschera di Charlot aveva fatto la sua comparsa, la vis comica di Chaplin era risultata appena intuibile in qualche rapido gesto.

Deluso dalla sua prima prova davanti alla macchina da presa, Chaplin aveva deciso di costruirsi un personaggio dalle caratteristiche comiche più esasperate. Per farlo aveva incominciato a lavorare sul trucco e sul costume. Secondo la versione più accreditata, in un pomeriggio di pioggia nei camerini degli studi di Edendale avrebbe messo assieme alcuni indumenti abbandonati dai suoi colleghi, giocando sul contrasto tra ciò che si presentava troppo attillato e pretenzioso e ciò che era goffo ed informe: i pantaloni cascanti del pingue “Fatty” Arbuckle, la giacchetta del minuscolo Charles Avery, gli enormi scarponi di Ford Sterling, una minuscola bombetta del suocero di Arbuckle, una paio di baffi destinati a Mack Swain, ridotti alla dimensione di uno spazzolino da denti. Certamente l’esperienza maturata con la compagnia Karno gli era stata preziosa nell’accostare indumenti tanto grottescamente mal assortiti. Per mettere a punto la sua esilarante andatura Chaplin aveva fatto invece ricorso ai ricordi di infanzia, imitando un certo “Rummy” Binks, un disgraziato vecchietto afflitto da terribili reumatismi che accudiva i cavalli nel posteggio di carrozze situato nei pressi del pub gestito da un suo zio.

Nel febbraio 1914 in poco più di mezz’ora era stato girato Kid auto races at Venice (Charlot si distingue) in cui per la prima volta il buffo vagabondo destinato a far parlare di sé il mondo intero compariva impegnato a molestare una troupe intenta riprendere una gara di bambini su carrettini a rotelle. Già in aprile Chaplin aveva acquisito una tale padronanza della tecnica cinematografica da curare personalmente la regia dei suoi film, dando prova di una grande abilità nell’arte di raccontare per immagini. Dopo quel fortunato esordio erano seguite al ritmo serrato imposto da Sennett trentacinque pellicole in cui il vagabondo aveva man mano assunto tutti i suoi attributi comici, conquistando il pubblico americano. A poche settimane dalla prima apparizione di Chaplin sullo schermo i distributori avevano tempestato di ordini la Keystone. Nel giugno del 1914, mentre a Sarajevo Gavrilo Princip ed i suoi complici mettevano a punto i dettagli dell’attentato destinato a spingere l’Europa nel baratro della guerra, i suoi primi sette film erano giunti in Inghilterra, ottenendo una accoglienza trionfale. La stampa specializzata aveva giudicato Kid auto races at Venice il film più comico mai realizzato.

Chaplin, ormai noto da una sponda all’altra dell’oceano con il diminutivo ideato da Sennett di Chas Chaplin, non aveva tardato a rendersi conto del proprio valore commerciale. All’approssimarsi della scadenza del suo contratto aveva incominciato a guardarsi attorno nell’eventualità che la Keystone non fosse disposta a riconoscergli condizioni economiche ben più vantaggiose ed una maggiore indipendenza artistica.

La lettera indirizzata a Sid il 9 agosto 1914 fu scritta con ogni probabilità proprio all’indomani del rifiuto da parte della New York Motion Pictures di concedere condizioni più generose. Nei mesi successivi Sennett fu irremovibile sull’offerta di 400 dollari a settimana, pertanto nel novembre del 1914 Chaplin passò senza rimpianti alla Essanay, una compagnia di Chicago, di proprietà della star del cinema western “Boncho Billy” Anderson, disposta a riconoscergli la ragguardevole somma di 1250 dollari a settimana per quindici film da realizzare nel corso dell’anno. I dirigenti della Essanay non si mostrarono più sensibili alla qualità di quelli della Motion, i ritmi di lavoro rimasero convulsi ed i set essenziali come quelli degli studi di Edendale. A fare la differenza fu invece la crescita artistica di Chaplin che, pur accettando di girare le solite esili storielle, seppe moltiplicare le trovate comiche ed arricchire il suo personaggio di una dimensione patetica, malinconica e romantica destinata ad incantare il pubblico. Dopo l’esordio con His new job (Charlot principiante), realizzato nel febbraio del 1915 a Chicago, ottenne di poter lavorare negli studi californiani di Niles nei pressi di San Francisco, dove il clima mite era più favorevole alle riprese. Da Chicago portò con sé alcuni attori di cui apprezzava le caratteristiche comiche: lo strabico e baffuto Ben Turpin, Leo Whithe, specializzato nella caratterizzazione dell’elegantone sciocco, Bud Jamison, un colosso alto un metro ed ottanta per 120 chili di peso con cui creare grotteschi contrasti. Non tardò neppure a trovare in Edna Purviance, una giovane e bella segretaria notata per caso in un bar di San Francisco, una prima donna capace di non far rimpiangere al pubblico l’affascinante Mabel Normand con cui aveva recitato alla Keystone. Il sodalizio con Edna, con cui avrebbe girato trentacinque film nei successivi otto anni, non fu soltanto artistico, ma anche sentimentale.

Negli stessi mesi in cui Chaplin scopriva l’amore per Edna e regalava al pubblico momenti di puro divertimento con pellicole come The Champion (Charlot boxeur) in cui si improvvisava pugile, A nigth out (Charlot nottambulo) in cui riproponeva, in coppia con Turpin, il suo celebre numero dell’ubriaco, The tramp (Charlot vagabondo), in cui faceva la sua comparsa il finale malinconico sull’omino solitario che si allontana su di una strada polverosa, in Europa l’illusione di una guerra breve svaniva. Il piano Schlieffen si era impantanato, sul fronte occidentale un reticolo quasi ininterotto di trinceee si snodava ormai dalle Fiandre alla Svizzera; su quello orientale la situazione non si era cristallizzata, ma si combatteva accanitamente dal Mar Baltico ai Carpazi. Un corpo di spedizione alleato si preparava a sbarcare sulla penisola di Gallipoli, con l’obiettivo, sostenuto con convinzione dal Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, Sir Winston Churchill, di fiaccare la resistenza degli imperi centrali attaccando il loro alleato più debole: l’impero ottomano. L’Italia dopo nove mesi di neutralità si accingeva a rompere gli indugi ed a scendere in campo a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia per completare il suo processo di unificazione nazionale e conquistarsi finalmente un posto tra le grandi potenze. Gli Stati Uniti nel frattempo stavano a guardare, chiusi nel loro prudente isolazionismo, godendo dell’avvio di una fase di intenso sviluppo economico, oltreché della travolgente comicità di Chaplin.

La generosità americana a sostegno dell’Europa minacciata dal Kaiser e dai suoi alleati non si limitò alla fornitura di derrate alimentari, prestiti, materie prime, armi e munizioni, ma si estese anche alle risate. Le comiche di Chaplin una volta sbarcate in Inghilterra nel 1914 si diffusero in Francia ed in Italia come un potente antitodo agli orrori della guerra. Gli imperi centrali non poterono invece godere della corroborante comicità chapliniana, si rassegnarono ad affrontare il conflitto dilapidando tutte le loro riserve interne di risate. Intorno alla metà del 1915, il vagabondo fu ribattezzato Charlot dal distributore francese Jacques Haïk per renderlo ancor più familiare al grande pubblico. Al di là dei nomi, il personaggio ideato da Chaplin riusciva, da una parte all’altra dell’oceano, tra i reduci delle trincee come tra i lavoratori nel loro giorno di riposo, a strappare ben più di una risata, a fare breccia nei cuori con la sua romantica malinconia, addirittura a sollevare, quasi inconsapevolmente, temi sociali con una pungente ironia. Ad esempio in Work (Charlot apprendista), vestendo i panni di uno svagato decoratore vessato da un tirannico datore di lavoro, Chaplin offrì una rappresentazione dello sfruttamento del lavoro. Memorabili le sequenze iniziali in cui l’apprendista Charlot arranca su di una ripida salita, trascinando un traballante carretto ingombro di materiali, scale, pennelli, bidoni di vernice e quant’altro su cui troneggia il suo terribile boss munito di una frusta che non esita ad usare.

Nell’ultimo periodo della sua collaborazione con la Essanay Chaplin accarezzò l’idea di sviluppare questo filone sociale, sfruttando l’estremo realismo per dare corpo ad una comicità che fosse quanto più vicina possibile al suo pubblico. Lavorò al progetto di un lungometraggio intitolato Life, ma ben presto abbandonò le riprese, forse temendo di eccedere con i toni cupi. Non rinunciò comunque ad un certo dissacrante cinismo in Police (Charlot ladro). Il film si apre con Charlot che esce di prigione, una didascalia spiega il contesto: “ancora una volta in balia della infinita crudeltà del mondo”.

Sul finire del 1915, mentre sul fronte italiano si esaurivano senza alcun esito la terza e la quarta offensiva del generale Cadorna sull’Isonzo, le preoccupazioni artistiche di Chaplin si intrecciarono con quelle economiche. I 350.000 dollari offerti dalla Essanay per un rinnovo contrattuale di un anno esprimevano realisticamente il valore raggiunto dalla sua popolarità oppure rappresentavano poco più di una mancia in confronto alle dimensioni del suo successo? Trovò la risposta definitiva all’interrogativo che lo tormentava attraversando in treno gli Stati Uniti, ad ogni stazione tra Los Angeles e New York folle in tripudio erano assiepate ad accoglierlo. L’amore del pubblico per il suo personaggio appariva assoluto ed incondizionato. Il vagabondo era già diventato un’icona, i suoi tratti distintivi: bombetta, baffetti, bastoncino, scarponi, silhouette, andatura, ispiravano, nel vecchio e nel nuovo continente, canzoni, balli, cartoline, fumetti, spille, cartoni animati, bambolotti, giochi e persino dolciumi; un merchandising smisurato su cui i fratelli Chaplin tentarono, senza troppa fortuna, di affermare un diritto di sfruttamento in esclusiva.

Le grandi case di produzione, Universal, Famous Players, Vitagraph, Fox, Triangle, ovviamente non rimasero indifferenti, si affrettarono a contendersi il re Mida della celluloide, tempestandolo di offerte, una più generosa dell’altra. In questo gioco al rialzo si impose una compagnia fondata appena tre anni prima, la Mutual Film Corporation, con un’offerta di 670.000 dollari. Chaplin si dichiarò finalmente soddisfatto accettando la cifra più alta mai concessa fino ad allora ad una singola star.

Il contratto fu perfezionato il 26 febbraio 1916, cinque giorni prima, a Verdun, sulle sponde della Mosa, a circa 250 chilometri ad ovest di Parigi, le artiglierie tedesche avevano incominciato a martellare le posizioni francesi, annunciando una massiccia offensiva. Le sorti della battaglia oltreché della guerra apparivano quanto mai incerte. Fort Douamont, uno dei baluardi del sistema difensivo francese, era appena stato espuganto dalle truppe al comando del Kronprinz Guglielmo.

La Francia gettava nella mischia tutte le sue residue risorse e lottava per la vita, intanto i giornali americani, nelle pagine interne, si ingegnavano a proporre i più disparati termini di paragone per esprimere l’entità del compenso ottenuto da Chaplin. Secondo il Globe Commercial Advertiser di New York il comico inglese possedeva ormai “…tanto denaro da permettergli di comprare le uniformi nuove per tutto l’esercito alleato …” se solo l’avesse voluto. Il Picture-Play Magazine si avventurava in un calcolo ancora più ardito: “Se un uomo riesce a percepire un compenso annuo tanto al di sopra del mezzo milione di dollari che con quello che avanza potrebbe pagare lo stipendio al Segretario di stato per quattordici anni, vivere felice con quello che rimane per dodici mesi …, quell’uomo merita tutta la nostra fiducia.” La stessa Mutual si preoccupava di diffondere a scopo pubblicitario un curioso conteggio: “Ogni ora che passa fa cadere nelle tasche di Chaplin settansette dollari e cinquanta centesimi; e se gli servisse un nickelino per il tram, ci metterebbe solo due secondi per guadagnarlo.”

Tanto improvviso interesse per i guadagni di Chaplin finì per alimentare la leggenda della sua avarizia. A nulla servirono i suoi generosi assegni versati per opere di beneficienza. Un giornalista scrisse: “La sua unica stravaganza è un’auto a 12 cilindri: non si concede nemmeno il lusso di una moglie. Gioielli, cavalli di razza, compagnie rumorose, case di campagna, objects d’art e le altre costose manie dei ricchi più aggressivi non interessano questo giovane attore magrolino che in meno di 5 anni è passto dall’oscurità al rango del salariato più pagato del mondo… . Le sue spese lo scorso anno sono state notevolmente inferiori a 500 dollari e non ci sono indicazioni che il nuovo contratto gli abbia fatto girare la testa: caso mai lo ha spinto ad essere più parsimonioso. La sua teoria può non essere quella di vivere semplicemente e nutrire elevati pensieri, ma rimane il fatto che vive semplicemente, a meno che non sia qualcun altro a pagare il conto.”

Una volta raggiunta la ricchezza lo stile di vita di Chaplin non era poi così spartano, soprattutto a confronto di quello dei suoi coetani europei costretti a vestire l’uniforme ed a soffrire il freddo e la fame in trincea in attesa che un assalto decidesse della loro sorte, amava il lusso, ma non l’ostentazione, odiava lo sperpero, ma vestiva con ricercatezza, offriva di rado dei ricevimenti, ma non per questo rinunciava né alle comodità di una grande casa, né alle cure di un maggiordomo, né ad pittoresco chauffeur giapponese a cui affidare le sue fuori serie.

Le insinuazioni circa la sua avarizia accesero a loro volta l’interesse del pubblico sulle sue origini razziali. Già nel 1915 alla domanda di un giornalista a proposito della sua presunta ascendenza ebraica Chaplin aveva risposto cortesemente: “Non ho questa fortuna”. Non aveva mentito per opportunismo. Effettivamente, come ha dimostrato David Robinson dopo un’attenta analisi, anche risalendo di quattro generazioni tra i suoi antenati Chaplin non avrebbe potuto trovare legami con l’ebraismo. Tale smentita non era stata certo sufficiente a fugare ogni dubbio. Soprattutto dopo la firma del principesco contratto con la Mutual, i suoi capelli ricciuti, la fama di essere parsimonioso, di avere un gran fiuto per gli affari e la sua indubbia genialità convinsero una parte del pubblico e della critica ad attribuirgli un’origine ebraica. Ancora negli anni ’50 un autorevole storico del cinema come Georges Sadoul considerava l’origine ebraica di Chaplin come un dato assolutamente certo. Persino Hannah Arendt, in un saggio edito in Italia nel 1981 con il titolo “Il futuro alle spalle”, si è avventurata ad enfatizzare il profondo legame tra Chaplin e la cultura ebraica.

Anche la clausola sui rischi bellici prudentemente inserita dalla Mutual nel contratto ebbe pesanti ripercussioni sull’immagine pubblica di Chaplin. Tale clausola, corredata da un’assicurazione sulla vita del comico del valore di 250.000 dollari, prevedeva che Chaplin non potesse lasciare gli Stati Uniti senza l’autorizzazione della compagnia prima della scadenza del contratto annuale, in modo tale da evitare un eventuale arruolamento nell’esercito britannico. Nel gennaio del 1916 la Gran Bretagna aveva infatti introdotto la coscrizione obbligatoria per tutti i cittadini di età compresa tra i 18 ed i 41 anni, cessando di affidare le sue sorti unicamente all’arruolamento volontario che pure aveva fornito un consistente afflusso di uomini nelle file dell’esercito. Fin dall’agosto del 1914 il ministro della Guerra, il generale Kitchener, aveva promosso un’efficacissima campagna di stampa, di cui la sua stessa effigie era diventata il simbolo, che aveva portato alla costituzione in tutto l’impero dei Pals battalions, reparti costituiti da gruppi di amici, di compagni di scuola e di club, di colleghi d’ufficio o di fabbrica che avevano lasciato volontariamente le loro case per combattere fianco a fianco. Pertanto, ancor prima dell’introduzione della leva obbligatoria la posizione del comico rispetto alla guerra poteva apparire quanto meno sospetta all’opinione pubblica inglese, abituata a considerare come un imperativo morale la spontanea mobilitazione di tutti i giovani in età militare.

Lo sdegno manifestato, nel marzo del 1916, dall’influente quotidiano londinese Daily Mail per la clausola sui rischi bellici amareggiò profondamente Chaplin, ma non compromise la sua creatività artisitica. Non appena si insediò nel modernissmo studio Lone Star, messogli a completa disposizione dalla Mutual nel quartiere di Colegrave a Los Angeles, si immerse nuovamente in un lavoro frenetico e dimenticò, almeno per qualche tempo, maldicenze, accuse e polemiche. Con il primo film, The Floorwalker (Charlot commesso), mise insieme uno staff tecnico di prim’ordine, in cui spiccava l’ingegnoso operatore Roland Totheroh, ed una valida compagnia di interpreti. Edna Purviance rimase l’indiscussa prima donna, Leo White, lasciata la Essanay, tornò a vestire i panni del nobil uomo dai modi raffinati, Eric Campbell sostituì Bud Jameson nella parte del gigante dalla faccia feroce, Albert Austin, un vecchio routinier della Karno, arricchì con il suo volto patibolare la galleria dei possibili contrasti comici con il sorriso ineffabile di Charlot. L’ampia autonomia concessagli dalla Mutual gli consentì di adottare un metodo di lavoro scrupoloso, assolutamente rivoluzionario rispetto agli standard qualitativi della cinematografia dell’epoca. La scelta dell’ambientazione delle sue comiche non fu mai casuale, ma mirata ad ottenere precisi effetti comici. In un’intervista rilasciata al Los Angeles Sunday Times dichiarò: ”E’ facile … ambientare una gag esilarante in una sala da biliardo o in una panetteria; una stanza da bagno possiede un umorismo implicito; al solo pensiero di una bottega di un impagliatore di animali viene da ridacchiare; un taxi, ribattezzato per scherzo ‘la delizia del mariolo’, è potenzialmente buffo… .” Poteva far costruire, smontare, modificare e rimontare un set decine di volte prima di decidersi a girare e una volta realizzate le riprese poteva sperimentare infinite varianti della stessa scena finché non maturava la convinzione di aver raggiunto la perfezione. Tanta attenzione ai dettagli ed alle sfumature espressive sarebbe stata considerata dalla Essanay ed ancor più dalla Keystone un inutile spreco di pellicola e di dollari, al contrario Chaplin ne fece la sua cifra artistica.

Dopo aver costruito The Floorwalker intorno al potenziale comico della scala mobile di un grande magazzino, dopo aver sfruttato in The fireman (Charlot pompiere) pertiche, veicoli ed attrezzature antincendio per ricavarne irresistibili gag, Chaplin tornò in The vagabond (Il Vagabondo) a mettere in risalto gli aspetti romantici del suo personaggio. La sapiente miscela tra risate e sentimentalismo, tra realismo e trasposizione della realtà continuava ad incantare il pubblico, anche in Europa, dove la guerra aveva ormai assunto le proporzioni di una inutile strage di cui nessuno era più in grado di prevedere la fine. Nel tentativo di alleggerire la pressione tedesca su Verdun l’alto comando alleato aveva lanciato un’offensiva lungo il fiume Somme, in Piccardia. La prima giornata di battaglia, il 1° luglio 1916, era costata all’esercito britannico circa 20.000 morti ed oltre 40.000 feriti.

L’estrema cura produttiva di Chaplin non pregiudicò gli impegni assunti con la Mutual: a ritmo mensile nuove comiche affluirono alle sale. Il personaggio di Charlot venne declinato in tutte le sue sfaccettature, offrendo nuove occasioni di espressione al virtuosismo comico di Chaplin ora nelle vesti del solito ubriaco in One A.M. (Charlot rientra tardi), ora in quelle di un impiegato del banco dei pegni che ausculta una sveglia come se fosse un paziente in The Pawnshop (Charlot usuraio), oppure in quelle di un flessuoso pattinatore in The rink (Charlot pattinatore).

Nell’autunno del 1916, quando il bilancio finale dell’offensiva sulla Somme registrava per gli anglo-francesi circa 620.000 perdite tra morti e feriti, nella valanga di ringraziamenti, lodi, dichiarazioni d’amore, richieste di denaro e proposte di matrimonio che ogni giorno intasava la casella postale di Chaplin incominciarono a comparire anonimi insulti e piume bianche, simbolo di codardia. Prima dell’istituzione della coscrizione obbligatoria per le strade di Londra si aggiravano gruppi di zelanti fanciulle pronte a consegnare una piuma bianca a tutti i giovani che ancora non si fossero arruolati.

L’atteggiamento ostile di una parte del pubblico inglese crebbe nel corso del 1917, fomentato dalla stampa, in particolare dal Daily Mail, di proprietà di Lord Northcliffe, probabilmente animato da un rancore personale nei confronti del comico. Il gruppo editoriale a cui faceva capo il Daily Mail aveva infatti incautamente acquistato i diritti per la pubblicazione in Gran Bretagna di una biografia non autorizzata di Chaplin. L’opera, che si annunciava come un best seller, era stata ricavata mescolando elementi di pura invenzione, come ad esempio la nascita di Charlie in territorio francese, con dichiarazioni autentiche rilasciate da Chaplin nel corso di una lunga intervista ad un giornale di San Francisco. Messo a conoscenza della pubblicazione di un’opera che giudicava lesiva della sua immagine ed offensiva per la sua famiglia, Chaplin diede immediatamente mandato ai suoi legali di intervenire. La sentenza di un giudice di New York pose termine alla questione, condannando la casa editrice americana per calunnia e diffamazione a mezzo stampa. Lord Northcliffe si trovò quindi proprietario dei diritti di un libro che non poteva dare alle stampe e non esitò a vendicarsi, dipingendo Chaplin come un vigliacco che accumulava immense ricchezze mentre il suo paese si stava dissanguando sul fronte occidentale.

Nel giugno del 1917, quando ormai gli Stati Uniti avevano messo da parte il loro tradizionale isolazionismo per schierarsi contro la Germania, Lord Northcliffe dalle colonne di uno dei suoi giornali lanciò un velenoso attacco: “Anche se di esile corporatura, Charles Chaplin è ben saldo sulle gambe, come dimostrano le sue acrobazie sullo schermo; e il modo con cui corre su e giù per le scale fa pensare che sarebbe bravissimo ad arrampicarsi sull’albero maestro al fischio del nostromo. Nei trentaquattro mesi di guerra, pare che Chaplin abbia guadagnato molto più di 125.000 sterline…(…) E’ stato affermato che Chaplin ha investito 25.000 sterline nel prestito di guerra britannico, ma la voce non ha avuto conferma. Del resto come può Chaplin negare al suo paese il suo denaro e i suoi servigi? Se Charlie si arruolerà, com’è suo dovere, almeno altri trenta cittadini britannici di età adeguata che stanno ora lavorando come artisiti negli Stati Uniti non avranno più scuse per starsene lontani dall’esercito del loro paese. Nessuno vuole che Chaplin si arruoli se i medici militari lo troveranno inabile al servizio, ma fino a che non si sottopone alla visita rimarrà il sospetto che si consideri dotato di speciali privilegi e autorizzato ad eludere le responsabilità dei comuni cittadini britannici. Forse il noto attore dello schermo non avrà avuto il tempo di pensarci, e sarà dunque grato che una simile occasione si sia presentata per ricordarglielo. Charlie con l’uniforme kaki sarebbe senza dubbio una delle figure più popolari dell’esercito… . E se risultasse inabile al servizio in trincea, potrebbe fare un ammirevole lavoro nell’intrattenere le truppe. In ogni caso, è dovere di Charlie Chaplin quello di arruolarsi e di mostrarsi fiero delle sue origini britanniche. Pensiamo naturalmente alla forza del suo esempio, non al valore intrinseco del suo eventuale contributo. Vinceremo anche se senza Charlie, ma, come direbbero milioni di suoi ammiratori, preferiremmo vincere con lui.”

Nonostante la mobilitazione patriottica seguita alla dichiarazione di guerra alla Germania, le insinuazioni di Lord Northcliffe non allontanarono il pubblico americano dalle sale in cui si proiettavano le ultime avventure del vagabondo. In diverse località degli Stati Uniti i gestori dei cinema si lamentarono di essere costretti a rinforzare le poltrone, messe a dura prova dalle scomposte risate suscitate dalle comiche chapliniane. Anche tra i fanti europei in trincea la popolarità di Charlot rimase intatta, anzi addirittura crebbe, tanto che l’alto comando britannico si sentì in dovere di introdurre il formale divieto per i soldati di portare i baffetti alla Charlot: ne andava della serietà della guerra. Alcuni medici militari arrivarono ad attribuire a Charlot effetti taumaturgici: le sue gag potevano spingere feriti immobilizzati a letto a scattare improvvisamente in piedi, sospinti da irrefrenabili risate.

Easy street (La strada della paura), The cure (La cura miracolosa), The immigrant (L’emigrante) riscossero un enorme successo, rafforzando la determinazione di Chaplin a diventare un regista indipendente e produttore di sé stesso. Nel giugno del 1917, mentre la prima divisione americana si accingeva a sbarcare sul suolo francese, Chaplin firmò con la First National Exhibitor’s Circuit, una società appena costituitasi con l’intento di insidiare il monopolio distributivo della Paramount, un lucroso contratto che gli garantiva uno stipendio di oltre un milione di dollari l’anno ed una completa indipendenza artistica e produttiva.

La cifra di un milione di dollari non suscitò eccessivo clamore poiché un’altra star, Mary Pickford, l’aveva già ottenuta l’anno precedente, tuttavia Chaplin non poté continuare ad ignorare le accuse di codardia. Nell’agosto del 1917, mentre stava ultimando, ancora per la Mutual, le riprese di The adventurer (L’evaso), ritenne opportuno rilasciare una dichiarazione alla stampa: “Sono prontissimo a rispondere al richiamo del mio paese e sarò lieto di svolgere il mio servizio militare nei modi che le autorità riteranno più utili e opportuni, ma come migliaia di altri cittadini britannici debbo aspettare gli ordini della nostra ambasciata a Washington. Nel frattempo, ho investito duecentocinquantamila dollari nei titoli di guerra inglesi e americani… . Mi sono iscritto all’ufficio leva, e non ho chiesto esenzioni né favori. Se mi avessero chiamato sarei andato al fronte come qualunque altro cittadino che ama il suo paese. Per ora, aspetto ordini dal governo britannico tramite l’ambasciatore.”.

L’ambasciata britannica si affrettò a fornire ulteriori chiarimenti per placare le polemiche: “Non cosidereremo renitente il signor Chaplin, almeno finché non riceveremo istruzioni di mettere in atto la coscrizione obbligatoria e finché non avrà rifiutato di combattere. Ovviamente il signor Chaplin potrebbe presentarsi come volontario, ma riteniamo che possa essere più utile al paese guadagnando molto denaro e investendendolo in prestiti di guerra, specialmente in un momento in cui non risulta vi sia un bisogno pressante di truppe fresche da mandare in trincea. Ci sono modi e modi di fare il proprio dovere, e non può definirsi renitente o codardo chi sottoscrive con grande generosità ai prestiti bellici e alla Croce Rossa, affermando nel contempo di essere pronto ad andare in trincea non appena verrà chiamato.”.

Le piume bianche continuarono tuttavia ad essere recapite a Chaplin e non scomparvero neppure quando una commissione medica lo dichiarò inabile al servizio militare per insufficienza di peso. I giornali, a cominciare a quelli di Lord Northcliffe, furono però costretti a cessare ogni campagna denigratoria nei suoi confronti.

Terminate le riprese di The adventurer, Chaplin si concesse una lunga vacanza alle Hawaii, la prima dopo anni di intenso lavoro. Edna lo accompagnò nella vana speranza di riaccendere la passione in una relazione che si stava ormai spegnendo. La mente di Charlie era infatti assorbita dai progetti per la realizzazione del suo nuovo studio, situato in una delle zone più prestigiose di Hollywood, all’angolo tra il Sunset Boulevard e La Brea Avenue. Nell’autunno del 1917 diede l’avvio ai lavori che terminarono nel gennaio dell’anno successivo. Non fece economie, investì oltre 500.000 dollari per dotarsi di una struttura all’avanguardia dal punto di vista tecnico. Curò persino l’aspetto estetico dello studio, al posto delle solite baracche in cui ricavare magazzini, camerini, ed uffici fece edificare dei graziosi cottage in stile inglese, che ottennero l’apprezzamento della raffinata élite di La Brea.

Pochi giorni dopo l’inaugurazione del nuovo studio iniziò la lavorazione di I should whorry, destinato a diventare celebre con il titolo definitivo di Dog’s life (Vita da cani). Ancora una volta Chaplin seppe fondere realismo e comicità accostando la lotta per la sopravvivenza del vagabondo a quella di un buffo cane randagio. Il film uscì nelle sale americane nell’aprile del 1918, in quei giorni l’azzardo strategico di Ludendorff e di Hindemburg sembrava avere successo. Le forze dell’Intesa, in cui il contributo delle truppe americane era ancora marginale, si stavano ritirando su tutto il fronte occidentale, abbandonando sul terreno uomini e materiali: da meno di un mese la Germania aveva lanciato l’offensiva di primavera. Il crollo della russia zarista, dopo la rivoluzione bolscevica del novembre 1917, aveva reso disponibili all’alto comando tedesco preziose risorse con cui tentare di risolvere il conflitto.

L’imprevedibile colpo di coda del militarismo tedesco, che non si rassegnava alla sconfitta ed anzi si mostrava quanto mai determinato a trionfare, convinse il presidente Wilson a lanciare la terza campagna a favore del prestito di guerra. Il compito di convincere il popolo americano a contribuire con i propri risparmi allo sforzo bellico ed alla difesa degli ideali democratici fu affidato alle stelle più luminose di Hollywood: Mary Pickford, l’attrice più pagata e desiderata d’America, Douglas Fairbanks, l’incarnazione dell’eroe romantico ed avventuroso, e Charlie Chaplin, la maschera comica che aveva conquistato il mondo intero. A Washington i tre attori attraversarono trionfalmente le vie della città sino ad un campo da football, dove li attendeva una folla in delirio. L’emozione di dover prendere la parola difronte ad un pubblico così vasto tradì Chaplin che si rese protagonista di una involontaria gag cadendo dal palco e travolgendo un giovane vicesegretario alla Marina, Franklin Delano Roosevelt, all’epoca ancora ben saldo sulle gambe. A New York oltre trentamila persone si accalcarono all’incrocio tra Broadway e Wall Street per acclamare i loro idoli. Amplificato da un megafono Chaplin trovò il coraggio di arringare la folla: “Chiedo a voi qui presenti di dimenticare tutto sulle percentuali di questo terzo prestito di guerra. La vita umana è in pericolo, e nessuno deve preoccuparsi del tasso d’interesse che i buoni possono fruttare né di quel che si può guadagnare acquistandoli. C’è bisogno di denaro per sostenere il grande esercito e la marina dello zio Sam. In questo momento la Germania sta prendendo il sopravvento, e noi dobbiamo avere i dollari che ci permetteranno di intervenire in Europa e di cacciare quel vecchio diavolo del Kaiser fuori dalla Francia!” Dopo il successo di New York le stelle si separarono, Charlie proseguì per gli stati del sud, dalla Virginia al Missisippi, Douglas e Mary, marito e moglie, si occuparono invece della propaganda nel nord del paese.

L’atmosfera patriottica respirata in quel mese trascorso attraversando gli Stati Uniti convinse Chaplin a mettere in cantiere un progetto che accarezzava da tempo: ambientare una comica tra il fango delle trincee. La sfida di strappare risate su di una tragedia come la guerra che stava insaguinando il pianeta si rivelò molto ardua. Alla fine di maggio del 1918, con il titolo provvisorio di Camouflage, diede il primo ciak, seguendo un abbozzo di sceneggiatura che prevedeva tre atti: la vita civile di Charlot, oppresso da una moglie tanto dispotica da fargli accogliere la cartolina precetto come un’insperata liberazione, la visita di leva, preludio alla dura vita del fronte, ed infine un banchetto offerto dai leader dell’Intesa in onore del coraggio di Charlot che da solo era stato capace di catturare niente meno che il Kaiser. Nell’ultimo fotogramma le pedate di un feroce sergente istruttore avrebbero dovuto risvegliare la recluta Charlot dai suoi assurdi sogni di gloria.

Le scene della vita civile e della visita medica, benché conservino ancora oggi una certa verve, non convinsero del tutto Chaplin che decise di tagliarle subito dopo averle girate, sostenendo i costi di oltre un mese di lavorazione sprecato. Mutò quindi il titolo in Shoulder arms (Charlot soldato) e stravolse la storia che aveva ideato, scegliendo coraggiosamente di incentrare la narrazione sulla trasposizione in chiave comica della vita quotidiana dei fanti in trincea. Senza badare a spese fece realizzare una perfetta riproduzione delle fangose trincee del fronte occidentale, affidando alla comicità surreale del soldato Charlot il delicato compito di controbilanciare il crudo realismo della scenografia. Il vagabondo in uniforme kaki, ma con le consuete scarpacce fuori misura, affronta le privazioni della guerra con una trappola per topi appesa al taschino ed una grattugia su cui strofinare la schiena quando i pidocchi si fanno troppo molesti; semina il panico tra i feroci unni lanciando sulle loro teste un formaggio puzzolente ricevuto come sgradito dono; riesce ad addormentarsi placidamente in un ricovero allagato, dopo aver sprimacciato il guanciale e soffiato sulla candella che galleggia sull’acqua, ad infastidirlo è soltanto il russare di un commilotone; stappa bottiglie ed accende sigarette sfruttando l’infallibile precisione dei cecchini nemici; anticipando le gesta del sergente York, cattura frotte di giganteschi tedeschi comandati da un irascibile ufficiale poco più alto di un bambino, si mostra generoso regalando sigarette ai prigionieri, ma somministra una sonora sculacciata all’ufficiale tracotante; si camuffa da albero e si avventura nella terra di nessuno, salva la virtù di una ragazza francese, interpretata dall’immancabile Edna, e finisce per prendere in trappola il Kaiser, Hindemburg ed il principe ereditario: poi si desta dal sogno e si ritrova al campo di addestramento reclute.

Terminate le riprese, ulteriormente rallentate dalla produzione di The bond (Il prestito), un breve e anodino film di propaganda a sostegno del prestito di guerra, Chaplin fu colto da un improvviso ripensamento, temette di aver goffamente parodiato l’atrocità della guerra, arrivando persino a meditare di distruggere tutto il girato. Si rese conto dell’errore che stava per commettere solo quando il suo amico fraterno Douglas Fairbanks rise fino alle lacrime in occcasione della prima proiezione privata. Le sue risate anticiparono quelle di milioni di spettatori in tutto il mondo.

Shoulder arms uscì nelle sale il 20 ottobre 1918, quando le forze alleate stavano per trionfare sugli imperi centrali, ottenendo subito un clamoroso successo, forse uno dei più grandi della carriera di Chaplin. Il critico francese Louis Delluc scrisse: “Questo film giustifica tutte le speranza del cinema. Siamo veramente nel campo del prodigioso dell’illimitato…” Con minor enfasi, ma con altrettanta sincerità, milioni di combattenti che avevano vissuto orrori e sofferenze tributarono al vagabondo la loro eterna riconoscenza per essere riuscito a portare un barlume di gioia nei momenti più tragici della loro esistenza. Ai loro occhi, indossando l’uniforme ed imbracciando il fucile Charlot aveva contribuito alla vittoria finale più di chiunque altro.

 

Bibliografia

CHARLES CHAPLIN, La mia autobiografia, Milano, Mondadori, 1964

CHARLIE CHAPLIN (a cura di K. J. HAYES), Opinioni di un vagabondo. Mezzo secolo di interviste, Roma, Edizioni minimum fax, 2007.

DAVID ROBINSON, Chaplin. La vita e l’arte, Venezia, Marsilio, 1987.

DAVID ROBINSON, Chaplin. Un uomo chiamato Charlot, Trieste, Electa Gallimard, 1995.

GEORGES SADOUL, Vita di Charlot, Torino, Einuadi, 1952.

GIORGIO CREMONINI, Charlie Chaplin, Milano, Editrice Il Castoro, 1995.

KENNETH ANGER, Hollywood Babilonia, Milano, Adelphi, 1979.

MARTIN GILBERT, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1998

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