La fine delle fonti energetiche fossili è (purtroppo) ancora lontana

Una delle principali obiezioni alla riduzione dei gas serra è legata all’approvvigionamento energetico: a fronte di una domanda sempre maggiore di energia, i sistemi per produrla sono per la maggior parte assolutamente non sostenibili. E le promesse fatte dai paesi maggiormente industrializzati quasi sempre non corrispondono a verità.
In paesi dove si pensava che il peso delle pressioni ambientaliste fosse rilevante, in realtà il ricorso alle fonti energetiche fossili più inquinanti è massiccio. E continuerà ad esserlo ancora per molti anni a venire. Ad ammetterlo è stato il primo ministro australiano Malcolm Turnbull difende il carbone che ha definito il carbone parte fondamentale del mix energetico del Paese negli anni a venire. “Per molti, molti, molti decenni” le fonti fossili saranno fondamentali in Australia, ha detto il premier in un’intervista radiofonica, mentre in Senato si parlava di “green lawfare”, una legge che punta a limitare sostanzialmente le battaglie legali dei gruppi ambientalisti. “Rispetto a quello di altri Paesi, il carbone australiano è più pulito”, avrebbe detto Turnbull, dimenticando che questa fonte energetica è tra quelle a maggior impatto sull’ambiente non solo per le emissioni che avvengono durante la combustione, ma anche per lo spreco di risorse idriche di acqua dolce che comporta l’estrazione. La verità è un’altra e l’Australia lo sa bene: “Se blocchiamo le esportazioni, domani semplicemente saremo costretti ad aumentare le importazioni da Paesi come Indonesia, Colombia, Cina”.
Lo stesso avviene nella “verde” Europa, che in barba alle continue rassicurazioni sul rispetto delle promesse fatte a Parigi due anni fa, in occasione della COP21, continua a produrre energia utilizzando il carbone. Anzi lo finanzia pure. È quanto emerge da uno studio riguardante dieci paesi (Francia, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Regno Unito) e i cui risultati sono stati diffusi il mese scorso. In barba agli impegni sottoscritti questi paesi continuano a supportare e agevolare in qualche modo il consumo di carbone come fonte energetica. Un sostegno che ha comportato una spesa media di 6.3 miliardi di Euro l’anno nel periodo dal 2005 al 2016.
E anche chi ha cercato di staccarsi dalle fonti energetiche legate ai combustibili fossili, non lo ha fatto per tutelare l’ambiente. La Francia, ad esempio, è uno dei paesi che, da molto tempo, ricorre all’energia nucleare giustificandola come fonte energetica con minori emissioni di gas serra. Ciò che i francesi si guardano bene da dire è che i rischi legati al nucleare sono elevatissimi (lo dimostra il fatto che in alcune zone alla popolazione vengono distribuite regolarmente compresse di ioduro di potassio, che dovrebbero servire a ridurre accumulo nella tiroide di iodio radioattivo inalato attraverso le vie respiratorie).
Negli ultimi anni, gli incidenti sono stati numerosi e la maggior parte è dovuta al fatto che molte delle centrali attive in Francia e sul territorio europeo sono ormai vecchie e obsolete: secondo i dati IAEA-PRIS, l’età media delle centrali del vecchio continente è superiore ai trent’anni (30,6). La maggior parte di questi reattori sono concentrati nei Paesi dell’Europa occidentale; solo 19 reattori sono distribuiti fra gli Stati che facevano parte dei satelliti URSS e che recentemente sono entrati nell’UE (dati European Nuclear Society). Le centrali nucleari europee sono state costruite in tre ondate negli anni ‘60 e ‘70 e poi negli anni ’80. Di queste ben 66 hanno tra i 31 e i 40 anni e 5 addirittura sono ancora più vecchie. Un dato, quello relativo all’età, in questo caso fondamentale. Come ha dichiarato Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ed ex ricercatore dell’Enea, poco dopo l’incidente di Fukushima (i cui effetti sono ancora oggi evidenti), più un reattore nucleare è vecchio, più è distante dagli standard di sicurezza attuali. In molti reattori in Francia (ma anche in altri paesi come in Belgio) le analisi approfondite condotte dopo Fukushima hanno mostrato migliaia di crepe. Eppure molti di quei reattori sono stati recentemente riaccesi.
Un problema e un rischio concreto per l’ambiente e per la salute dei cittadini che alla base ha un solo motivo: i soldi. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, per smantellare queste centrali e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro, ma le somme attualmente disponibili sono circa un terzo (105,1 miliardi di euro). Ciò significa che ai paesi che hanno questi vecchi catorci mancano i soldi per spegnere i reattori e trattarli in sicurezza. Per questo, si preferisce continuare a sfruttarli sperando che non avvenga mai un incidente grave.
Una situazione non diversa da quella che sta avvenendo anche in molti dei 99 reattori nucleari attualmente in funzione negli Stati Uniti d’America. Anche qui l’energia nucleare (che contribuisce al 60 per cento dell’energia carbon-free americana) è costretta a fare i conti con impianti obsoleti e poco redditizi: nelle ultime settimane, ad esempio, la Exelon Corporation, dell’impianto “Three Mile Island” in Pennsylvania, ha annunciato l’intenzione di chiudere i battenti entro il 2019 a meno che lo stato non contribuisca alle spese. La centrale divenne famosa per l’incidente nucleare del 1979, il più grave avvenuto negli Usa.

Una situazione che il membri dell’Unione conoscono bene. Salvo poi continuare a sorridere e a dire ai cittadini che l’Europa sta lavorando per ridurre i rischi per l’ambiente…..

C. Alessandro Mauceri
C. Alessandro Mauceri
Da oltre trent’anni si occupa di problematiche legate all’ambiente e allo sviluppo sostenibile, nonché di internazionalizzazione. È autore di diversi libri, tra cui Moneta Mortale e Finta democrazia. Le sue ricerche e i suoi articoli sono pubblicati su numerosi giornali, in Italia e all’estero. Articoli

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