La fabbrica della Carità di Antonella Policastrese

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Non è che si possa obiettare alcunché sul valore della Misericordia, anche della sua estensione laica, tuttavia si sta forse facendo troppo abuso di quel termine e della relativa applicazione pratica nella vita di tutti i giorni. Si narra la Misericordia come se fosse l’unico e giusto approccio con l’enorme problema dei migranti. Allora delle due, una: o l’esodo di massa non è un problema, poiché rientra in una normalità che va semplicemente affrontata, offrendo ospitalità, lavoro e diritti a ciascun individuo tocchi le sponde dell’occidente europeo, oppure si tratta di una incredibile emergenza che non abbiamo modo di affrontare adeguatamente, visto che non siamo in condizione di offrire dignitosa ospitalità, lavoro e diritti, neppure ai cittadini italiani. Pertanto, soprattutto nel nostro Paese, ci troviamo dinanzi un inderogabile “ubi maior minor cessat” che è in assoluta contraddizione con il più alto concetto di misericordia. Ovvero: non possiamo affrontare in alcun modo le sofferenze della nostrana umanità dolente, fatta di poveri, giovani senza lavoro e diseredati, e prentendiamo di risolvere, soprattutto con il volontariato a pagamento, quelle di un popolo in cammino che entro il 2020 avrà raggiunto 250 milioni di unità. La carità perfetta è prerogativa di Dio, quella di cui l’uomo è capace non risolve definitivamente l’ordine temporale del “caritas e caritatis” cioè di quale due cose venga prima: verso i giovani senza lavoro e senza futuro, i poveri ed i diseredati di casa nostra, oppure verso coloro che migrano per guerra o per fame. Sant’Agostino diceva così: “Gli uomini vanno amati tutti allo stesso modo, ma siccome non puoi fare del bene a tutti, è consigliato di farlo a coloro che, secondo le circostanze di luogo e di tempo o per qualunque altra opportunità, sono eventualmente congiunti a te più strettamente”. Ma è che l’Italia, pur essendo la capitale del Cattolicesimo, è un paese di laici o forse di furbi che sanno trarre vantaggio temporale anche dalle disgrazie altrui. Pensate che tragedia sarebbe, al punto in cui siamo e con la crisi economica che non accenna a diminuire la presa, se all’improvviso non ci fosse più da lavorare nemmeno nella “fabbrica della misericordia e della carità”. Quanti alberghi chiuderebbero; quante cooperative di solidarietà tirerebbero le cuoia e quante migliaia di altri posti di lavoro andrebbero perduti. Forse significa questo affermare che i migranti garantiscono la pensione a milioni di italiani, dimenticando che se almeno tre milioni di nostri giovani trovassero lavoro; se ci fosse un turn-over occupazionale come era un tempo, avere diritto alla pensione non sarebbe più un problema per nessuno e ci sarebbe ricchezza sufficiente per garantire seriamente diritti, dignità e lavoro ai migranti e ancora meglio per andare a portare pace e prosperità nei loro luoghi devastati dalle guerre e dalla fame. Ma le cose non vanno affatto in questo senso; pretese e attese corrono su binari diversi, la misericordia è argomento di libri e pubblicazioni; il Decalogo è materia da show per guitti; l’ integrazione dei migranti come terapia non produce gli effetti sperati. Non potrebbe essere diversamente, giacché, ad esempio, gli ebrei vissero 400 anni da esuli in Egitto, sotto i faraoni, senza mai riuscire o volere integrarsi; così come non sarà mai possibile integrare, amalgamare e assimilare all’occidente 250 milioni di profughi, immigranti e rifugiati di fede musulmana. Forse saranno loro a integrare noi non islamici. Chi ha dileggiato i musulmani con scritte oscene sui muri dietro il Duomo di Crotone, forse non era mosso da fobie razziste e forse la sua avversità nei loro confronti nasce da cause più terra-terra. Si dice che un giorno qualcuno dei tanti migranti che vagano come anime del purgatorio, senza arte né parte, nei vicoli del centro storico, abbiano preso a calci, con l’intento di ucciderla, la cagnetta dell’autore delle scritte e che questi abbia reagito avendone pure la peggio. Perché quella povera bestia è l’unica cosa che rimane a quell’uomo; una preziosa irrinunciabile compagnia con la quale condivide, da italiano nato in Italia, crotonese di Crotone da generazioni, una sorta di loculo nei vicoli, pressoché sconosciuto alla misericordia “pret-a porter” mai così dilagante nell’era di Papa Francesco. Per dirla tutta: si fa presto a predicare misericordia ed a spiegare il significato dei Dieci Comandamenti; lo si può fare con un best-seller, come “Il nome di Dio è misericordia” scritto dal giornalista Andrea Tornelli, oppure in uno show televisivo da due milioni netti a puntata come ha fatto Roberto Benigni. E’ comunque un bene interrogarsi sulle ragioni dell’amore per il prossimo, purché non intervengano distinguo e priorità di sorta, specialmente in un’epoca in cui la fede si va affievolendo, la speranza è quasi spenta e la carità diventa pelosa.

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Antonella Policastrese
Antonella Policastresehttp://blogdiantonella.altervista.org
1995-1999 Redattrice della redazione giornalistica, con contratto di collaborazione libero-professionale presso “Radio Tele International” (R.T.I S.a.s) di Crotone. 1997-1998 Docente di Storia del Giornalismo nei corsi di formazione istituiti dalla Regione Calabria e svolti dall’Associazione “San Filippo Neri” O.n.l.u.s di Crotone. 1985-2000 Collaboratrice, con contratti di prestazione d’opera, presso le seguenti testate giornalistiche: “Calabria” mensile del Consiglio regionale della Calabria “Il Crotonese” trisettimanale di informazione della provincia di Crotone “Gazzetta del Sud” quotidiano di informazione della Calabria “Il Quotidiano” quotidiano di informazione regionale della Calabria. Apprezzate e recenzite inchieste giornalistiche televisive e a mezzo stampa per le testate per le quali ha collaborato e collabora. Suoi articoli e dossier sono stati riportati e menzionati da quotidiani e periodici di tiratura nazionale, quali Il Giorno, Stop, Raitre Regione e molti altri. Autrice inoltre di novelle e racconti. Articoli

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