LA DEMOCRAZIA

E’ stato inventato dai greci antichi il vocabolo, ed anche quello che significa è invenzione tutta greca. Nasce e si sviluppa nel periodo che comprende il medio evo ellenico (1200-900) e la successiva epoca arcaica (900-500). Non c’era mai stato nulla di simile prima, né c’era in quel periodo in alcun posto del mondo conosciuto. Per la verità una realizzazione per certi versi simile e nello stesso periodo si verificava con la fondazione di Roma (753), ma stiamo parlando di un’area allora del tutto marginale, poco conosciuta, e di sicuro non ci sono stati scambi di influssi. Tutto il mondo era sempre stato strutturato con delle monarchie più o meno teocratiche, quindi i greci non hanno avuto ALCUN MODELLO , a cui ispirarsi.
La parola è stata coniata mettendo insieme due termini: KRATOS (=potere: vedi aristo-crazia, demo-crazia, pluto-crazia, geronto-crazia, eccetera), e DEMOS. Il dizionario lo traduce con POPOLO, ma l’indicazione è un po’ ambigua. Se dico popolo italiano oggi, intendo tutti coloro che hanno una carta d’identità rilasciata dalla Repubblica italiana, dal ricco al barbone. DEMOS invece per tutta l’antichità ha designato una CLASSE SOCIALE. Nelle città greche le classi sociali erano due: 1. àristoi (i migliori, gli ottimi, e quindi per forza di cose una minoranza, padrona della vita in quanto proprietaria delle terre degli attrezzi e degli animali, quindi classe economica dominante; per conseguenza dominava anche nella politica e nella cultura); 2. Demos, padrone di nulla, subordinato economicamente politicamente e culturalmente, e quindi dipendente in toto, ed era la larga maggioranza. Così all’inizio. I rapporti dialettici tra le due classi attraversano tre fasi:
A) una prima fase di forte preponderanza degli àristoi sul demos, un dominio che si nota da molti particolari, di cui mi piace mettere in evidenza quello che sembra meno importante, ed invece è una spia eccezionale: LA LINGUA. I pochi riescono ad imporre ai molti una scala di valori, evidente anche sul piano lessicale: i nobili sono àristoi, gli ottimi, i migliori; ma anche kalòi kài agathòi, belli e buoni ( un nobile, per natura, non può essere brutto e cattivo); il nobile ha qualcosa che l’altro non ha, una genealogia: egli ha il ghenos (=la stirpe), di solito iniziato da un eroe, uno insomma gomito a gomito con gli dèi. Attenzione che ghenos ha per radice GEN, la medesima del latino GEN-S (=famiglia patrizia), e di GEN-US (generazione), e poi di GEN-EROS-US, di GEN-TIL-IS (ricordare che San Paolo scrive ai romani chiamandoli GENTILI; e Dante, riferendosi a Beatrice dice: “Tanto GENTILE – =nobile- e tanto onesta pare…”). Insomma i padroni impongono ai dipendenti, e questi se ne convincono, i loro valori: solo i nobili sono ottimi e migliori, belli e buoni, gentili e generosi: si creava il consenso, così. Ed i dipendenti nascono in questo clima, ne assorbono i succhi, tanto più che il mondo dei nobili è oggetto del canto di grandi poeti. Dal lato della vita materiale succede un fatto gravido di conseguenze: la riduzione di larghe parti della popolazione in schiavitù per debiti. La mancanza di mezzi materiali costringeva molti demotici a chiedere prestiti agli àristoi, e, non avendo da dare altre garanzie per la restituzione del prestito, ipotecavano la loro persona, e poi quella dei loro familiari. Andavano a lavorare per saldare il debito dalla mattina alla sera, e questo impediva loro di dotarsi del denaro per vivere, e quindi erano costretti a chiedere altri prestiti, in una catena negativa senza fine. Insomma diventavano schiavi.

Cos’è la schiavitù? E’ UN RAPPORTO DI PROPRIETA’ PRIVATA SU ESSERI UMANI DA PARTE DI ALTRI ESSERI UMANI. Lo schiavo è della medesima categoria degli animali domestici e degli attrezzi da lavoro, che sono sotto la tutela assoluta del padrone, che ne può fare ciò che vuole, anche ucciderli. La nascita del fenomeno la si fa risalire all’ottavo secolo a.C. presso i coltivatori della vite e produttori di vino dell’isola di Chio. Quindi, quando la Bibbia parla degli ebrei in Egitto, e dice dell’intenzione del faraone di farli schiavi, dice una cosa errata: la schiavitù non esisteva ancora, e con tale nome indica, errando, quello che propriamente si chiama LAVORO COATTO, tipico del modo di produzione antico orientale, comune ai micenei, come agli egizi e a tutti i regni antichi, nei quali il lavoro era fortemente centralizzato e comunitario, con scarsa proprietà privata. La schiavitù, invece, è tipica di un tipo di economia gestita in autonomia ed individuale, basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione della vita. Schiavi compresi.

Il circuito delle mura racchiudeva uno spazio fisico, ma anche psicologico, perché dava il senso di appartenere ad una comunità, con i suoi limiti e le sue tutele, nonché con la sua cultura (=modo di vivere e di sentire). All’interno delle mura c’era uno spazio aperto, l’AGORA’ smile emoticon luogo di riunione), pensato perl’ASSEMBLEA GENERALE (ecclesìa), ma poi anche piazza e mercato. All’ecclesìa partecipavano tutti i cittadini maschi e maggiorenni, ma solo gli àristoi potevano dire la loro. Non mancava mai la statua della dea Peithò (Persuasione): sono arrivato all’agorà con una idea in testa e torno a casa con altre idee. Come mai? È stata Peithò! C’era poi lo spazio sacro, di solito sull’acropoli: un recinto sacro, con tempio, altare fuori dal tempio e pertinenze. Ciò che era DAVANTI (in latino e greco PRO-) al recinto (dunque fuori) non era sacro, ma PRO-FANO (in latino tempio si dice anche FANUM). Le assemblee con i discorsi contrapposti, i simposi aristocratici allietati dai cantori, che narravano le gesta degli eroi (spesso capostipiti degli àristoi), e la paideia (educazione), ma anche giornali TV cinema pubblicità erano la fabbrica del consenso. Il raro dissenso veniva prontamente represso (vedi l’episodio di Tersite nell’Iliade). Ed avvennero due scelte importanti: l’adozione dell’alfabeto letterale, ripreso con modifiche dai fenici, e quella della moneta, sull’esempio dei lidi: non si chiusero a riccio, come alcuni vorrebbero per noi oggi.
Il sistema per molti decenni produsse incrementi nell’economia, accompagnati da incrementi demografici. Ma le condizioni di ferrea subordinazione e di schiavitù di molti del demos indussero all’emigrazione (pare di stare ai giorni nostri), e molti partirono per l’avventura, e questa era la fondazione di città, e noi erroneamente le chiamiamo COLONIE (apoikìai), ovunque.
B) ben presto nelle apoikìai mutarono i rapporti economici: non più la terra a dare la ricchezza (non ce n’era), ma il commercio. Inevitabilmente mutarono anche i rapporti politici e poi culturali. Si fecero acuti i contrasti tra àristoi e demos, ed il demos diede la spallata finale mediante l’apporto dei tiranni. In questa fase tiranno è positivo per la democrazia. Acquisterà il senso che gli diamo noi per colpa dei tiranni di Sicilia e Magna Grecia dell’epoca successiva (i soliti italiani!). I tiranni tentarono di fondare dinastie, ma non riuscì a nessuno. E finalmente il demos fondò il suo potere: la demo-crazia! Nel periodo precedente gli àristoi erano tra loro in rapporto di uguaglianza, e questo fecero anche i democratici; tra gli àristoi vigevano il diritto di dire tutto (parresìa) e di parlare uguale per tutti (isegorìa), e così fu anche tra i democratici. Questa rivoluzione politica mosse come un’onda dalle colonie verso la madrepatria. Gli spartani, come ho detto due settimane fa, giocarono di anticipo, ed i nobili di Sparta imposero il duro regime da caserma, che trasformò l’intero Peloponneso in una prigione immensa a cielo aperto. Per mantenere questo status, gli spartani condannarono se stessi per diversi secoli ad una vita dura ed aspra, finché Sparta non si consumò dall’interno, e cadde sotto la dominazione macedone prima e romana poi.
Il potere lo puoi mantenere con la forza, ma non deve essere un bel vivere, con il fucile sempre in mano. La ricchezza ha un senso, se ti garantisce quella che secondo te è una bella vita. Ad Atene gli aristoi tentarono un’altra strada. Solone, politico e poeta, uno dei sette saggi dell’antichità, provò con una manovra alla gattopardo: cambiamo tutto (l’involucro), ma non cambiamo nulla (il contenuto). Eliminò le barriere sociali (in teoria, perché nella pratica resistettero), legalizzando il passaggio da una classe all’altra, se c’erano le condizioni economiche ( che so? Diventi ricco con il superenalotto, e allora sali la scala sociale), e la possibilità di matrimoni interclassisti, prima esclusi. Ma, soprattutto, promulgò una legge, con cui si aboliva la schiavitù per debiti.

Un caso di INSIDER TRADING ad Atene. Molti parenti ed amici di Solone acquistarono terre su terre, dando in garanzia per la restituzione del debito la propria persona e quella dei familiari. Sapevano che Solone stava per abolire la schiavitù per debiti? E lui, nel caso, era d’accordo? Il recente fresco fresco caso della Banca Etruria – di cui vice presidente è il padre della ministra Boschi – ci riporta all’epoca di Solone, con tanti cari saluti a chi guarda alla Storia come ad una cosa inutile, come al resto della cultura (la cultuva non si mangia, ha detto un sapientone di nome Tremonti, con ciò aprendo uno squarcio sul suo mondo interiore alla vista di tutti). Vedremo cosa emergerà. Insider trading: l’inglese edulcora i contenuti, ma è la truffa o la frode (uso i due termini non nel linguaggio giuridico, ma etico) commessa da delinquenti in giacca e cravatta, in possesso di informazioni, destinate a restare riservate. Nel caso di Atene, molti perdettero le loro ricchezze ed altrettanti si ritrovarono ricchi per insider trading. Al giorno d’oggi il risultato non cambia: chi intasca e chi viene truffato, per la conoscenza di informazioni riservate.

Ma Solone riuscì solo a rimandare di poco la tirannide ad Atene. Infatti di lì a poco Pisistrato si impadronì del potere. Tentò poi di trasmetterlo ai figli, ma Ipparco fu ucciso per gelosia omosessuale, ed Ippia dovette fuggire in Persia.
C) il vero fondatore della democrazia ateniese fu Clìstene, dopo la fuga di Ippia. Divise la popolazione in dieci circoscrizioni (chiamate demi), componendo ognuna con 1/3 di contadini e montagnoli, 1/3 di abitanti della costa, ed 1/3 di cittadini: così facendo diluiva ed annullava la contrapposizione tra i tre settori. Ogni anno ogni singolo demo faceva l’assemblea elettorale: operava la docimasia dei candidati, e ne eleggeva 50: 50 eletti x 10 demi = 500, la bulè o consiglio dei 500: questo era il parlamento, che dava gli indirizzi politici alla città. Un demo a turno per ogni decimo dell’anno faceva la funzione del governo, per le delibere pratiche ad esecuzione del volere della bulè (questo periodo si chiamava pritania, i componenti erano i prìtani e l’edificio il pritaneo), ma la messa in pratica del tutto era compito degli arconti, uno dei quali era l’arconte eponimo, cioè colui che dava il nome all’anno (per le datazioni, ad esempio). Le cariche, tranne quelle che prevedevano una netta competenza tecnica, erano attribuite per SORTEGGIO! E’ mai pensabile in Italia oggi? Ed il referendum sull’euro su quale competenza dei cittadini si basa? Perché ciò fosse, e la città non ne avesse danno, era necessario che tutti fossero in grado di svolgere funzioni pubbliche. E fin dalla scuola si preparava il cittadino, non solo addestrandolo alla conoscenza delle leggi e della Costituzione, ma esercitando il suo cervello con le materie umanistiche, che allargano la mente e la rendono elastica ed idonea ad affrontare problemi d’ogni specie. In Italia oggi si sta andando nella direzione esattamente opposta: segno che non si vogliono cittadini pensanti. La paideia ateniese mirava a formare i cittadini, potenziando le tendenze positive del giovane e smussandone il più possibile quelle negative. Il sistema ha funzionato, ed Atene è cresciuta in tutto, fino all’avvento di Pericle. Ma non ha saputo , il sistema, adeguarsi ai cambiamenti da lui stesso indotti. Quindi Pericle, quindi la guerra con Sparta, quindi il crepuscolo.
Oggi in Italia la docimasia si fa nelle segreterie dei partiti, e talora nelle camere da letto: con la nuova legge si prevede l’elezione di 630 deputati, dei quali circa 390 saranno nominati dai partiti e solo 240 eletti con le preferenze dei votanti. La nostra paideia sta virando dalla parte sbagliata, nella direzione della formazione dell’uomo ad una dimensione, homo oeconomicus, produttore/consumatore, poco utile alla democrazia, in quanto addestrato in materie tecniche con feroce ridimensionamento di quelle umanistiche. A questo scopo (un cittadino che non sa porre domande) si sta per portare a compimento uno scempio gravissimo: la trasformazione degli istituti scolastici in fondazioni, con la decisiva partecipazione economica dei privati, secondo un vecchio progetto di Silvio, portato a compimento da Matteo. Poveri i vostri figli e nipoti! E povera Italia! Però abbiamo il tablet ed il tom tom…

ANCORA QUALCOSA SULLA DEMOCRAZIA GRECA

A. Fase iniziale
All’inizio dell’epoca arcaica greca (900-500 a.C.) la polis ellenica è governata dagli àristoi, i migliori, e quindi i pochi. Nel loro gruppo, che dirige la città, hanno una condizione di uguaglianza, che nei dibattiti nell’agorà si manifesta con la PARRESI’A smile emoticon diritto di parlare di tutto, come oggi da noi in teoria nel Parlamento), e con la ISEGORI’A smile emoticon uguale diritto per tutti di intervenire). Per TUTTI, si intende gli aristocratici, perché il demos può solo assistere e farsi sentire, ma non con interventi individuali (vedi nell’Iliade l’episodio di Tersite). Tra gli appartenenti alla classe economicamente (proprietari terrieri) dominante (ma anche culturalmente: si faccia mente locale a quanto ho già detto sulla lingua e sui poeti) il rapporto è di due tipi: di ERIS smile emoticon contesa, contrapposizione, gara), per cui ogni componente del gruppo tende ad affermarsi sugli altri e ad imporre la propria personalità (aretè, cioè virtù maschile, anche guerriera); ma poi di FILI’A, cioè di amicizia, di leale rapporto, di spirito di classe, che tende a riaffermare l’enorme distanza tra NOI e LORO (il demos). Finché la base dell’economia (e della vita) resta legata alla terra, questo sistema va avanti, e produce effetti positivi, tanto che c’è l’incremento sia produttivo che demografico. Ma per i non àristoi le condizioni di vita erano piuttosto dure, e qui sta una delle radici del fenomeno migratorio e “coloniale”. Ma, finché il sistema fu valido, il problema per gli àristoi era quello di trovare quel sottilissimo PUNTO DI EQUILIBRIO, atto a dare alla comunità aristocratica la possibilità del massimo di concorrenza, e nello stesso tempo il massimo di coesione di classe, così che il pubblico non prevaricasse il privato e viceversa.
B. Fase intermedia, la tirannide
La ripresa dei contatti con il mondo “estero”, dovuta all’inizio dei traffici e soprattutto al fenomeno “coloniale” minò ed infine ruppe questa sistemazione delle cose, che pareva immutabile, ed invece non lo era. Nelle “colonie” di Asia Minore si verificarono due fatti, che in breve provocarono il cambiamento: il contatto con culture diverse, e per molti aspetti più evolute della greca, , contatto grazie al quale fu inevitabile una revisione dell’insieme della cultura finora dominante, con ragguardevoli conseguenze pratiche; e la nascita di fatto automatica del ceto intermedio tra àristoi e demos, quello dei mercanti. Tra gli àristoi il punto di equilibrio tra l’uno e la comunità fu trovato con relativa facilità, grazie al fatto che i moventi in fin dei conti erano i medesimi per tutti. Nelle mutate condizioni, moventi ed obiettivi per àristoi e demos (di cui i mercanti sono parte) sono inconciliabili, e per conseguenza il punto di equilibrio in tale situazione risulta impossibile. Lo incarnarono i tiranni, ma con una netta e marcata propensione per il demos. Non raramente si giunse alla cacciata o all’esilio volontario per gli àristoi (è il caso, ad esempio, di due poeti, Saffo ed Alceo, clandestini non a Lampedusa ma in Sicilia, e, se fosse stato per qualcuno, non ci sarebbero mai arrivati: meglio riflettere, prima di parlare con la pancia piena!). Molti àristoi, però, restarono nella polis, a fare da polo dialettico con il demos nel dibattito cittadino. Non di rado ripresero il primato, ma dovettero gestirlo secondo le nuove regole democratiche.
C. Fase finale o della piena democrazia
La riforma di Clistene (vedi l’ultimo post di domenica scorsa) segnò la piena attuazione della riforma democratica, ed il mondo greco divenne un CASO UNICO nell’antichità, quando per tradizione il sistema universalmente e saldamente diffuso era quello monarchico, autocratico e piramidale. La parresìa e la isegorìa, che nella prima fase riguardavano solo la cerchia ristretta degli àristoi, ora regolano la vita dell’intero gruppo degli aventi diritto all’agorà, cioè i maschi adulti ed in possesso dei pieni diritti civili. Principio base del vivere greco era che ognuno era libero di fare ciò che voleva, senza dover ubbidire agli ordini di una autorità precostituita ed incombente, con l’unico limite delle leggi della città. I giovani erano istruiti (paideia) con la poesia, specialmente omerica, con la filosofia e con l’oratoria; ed erano preparati all’ingresso nella vita adulta e pubblica, con l’apprendimento della scrittura, delle tradizioni , e delle leggi della città. Molte cariche si attribuivano per sorteggio, e TUTTI dovevano avere le competenze per rivestirle. La ERIS e la FILIA che avevano governato l’epoca aristocratica, tornano in scena, ma ora la platea è allargata a tutti i politai, gli abitanti della polis. Si pone dunque di nuovo il problema della ricerca dell’equilibrio tra diritti dell’individuo e diritti della collettività. Si cerca quel punto sottilissimo, da cui derivano il massimo di libertà individuale ed il massimo di tutela della comunità. Qualsiasi soluzione che mortifichi uno dei due momenti, non va bene, e si deve tornare all’equilibrio, o a cercarlo ancora. Il cittadino ha due occasioni per esprimersi: quella pubblica (per cui tutti sono competenti dei fatti e dei problemi della città, ed ha nell’ecclesìa nell’agorà il punto più alto): e quella privata (privato in greco si dice idiotes, vedi il post di tre domeniche fa), quella cioè dell’amministrazione della casa e di chi vi vive. Finché l’equilibrio tra questi due momenti fu conservato, difeso, incrementato, la polis prosperò e si ingrandì. Ma l’aumento abbastanza rapido di ricchezza (grazie alla totale libertà di impresa), non fu accompagnato da analogo ed adeguato pregresso politico, ed il momento privato si prese sempre più spazio. L’arricchimento personale (con ciò che ne consegue in termini di condizioni materiali di vita) indusse a ridurre nella mente dei cittadini lo spazio del pubblico, a vantaggio degli affari privati. Ma, siccome la città andava governata, ecco allora che si cerca l’uomo della provvidenza (nessuno si illuda: non è MAI esistito nella Storia, e su questo accetto scommesse), il buon padre che si fa carico di tutti i problemi, togliendo i pensieri dal panorama dei cittadini, suoi figli, quello che (chissà perché?) si sacrifica per il nostro bene (!). Così ci fu Pericle (vedi il relativo post), ed un disastro dopo l’altro, e fece da modello, ma quello che venne fuori fu la demagogia, la guerra del Peloponneso, la sconfitta contro Sparta, il crepuscolo della polis, fino all’arrivo dei macedoni e dei romani. Fine della storia greca antica!

COME DOVE E QUANDO E’ NATA LA DEMOCRAZIA?

In un giorno, non sappiamo quale, di un anno, non sappiamo quale, nei dintorni del 1180 prima di Cristo, giungeva a conclusione l’assedio, se non lungo di certo faticoso, della città. Gli assalitori penetrarono assatanati dall’odore del sangue, come bestie carnivore, benché fossero esseri umani, e sciorinarono il campionario consueto in circostanze del genere, anche ai tempi nostri, che vagheggiamo come i più civili di sempre: ammazzamenti indiscriminati (uomini o animali era lo stesso), stuprarono, saccheggiarono, derubarono, fecero schiavi. Non era la II guerra mondiale, né quella in Bosnia, né le guerre del golfo e successive. I conquistatori si facevano chiamare Achei, o anche Danai, oppure sporadicamente Greci, ma NOI li chiamiamo Micenei. Doveva trattarsi di una coalizione di insediamenti micenei sulla costa anatolica, forse con la partecipazione di contingenti provenienti dalla Grecia. Troia si chiamava la città presa, una città ricca e potente, famosa perché ricca e potente. E quella data fu anch’essa presa come inizio della datazione (ma non era l’unica) della storia in uso presso i greci, come per noi il presunto anno della nascita di Cristo.
Il mondo miceneo era costituito da una miriade di comunità, autonome l’una dall’altra: una zona pianeggiante, punteggiata da villaggi torno torno ad una collina fortificata (in greco ASTU), ed all’interno della fortezza, da noi chiamata PALAZZO sul modello cretese, il re al culmine e poi gli altri. Anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale funzionava una piramide: nella pianura gli uomini comuni, gli esecutori degli ordini del re, i più, e poi, man mano che si saliva nell’ordine gerarchico e sociale, si restringeva il numero e cresceva l’importanza. Al sommo c’era il re (ANAX), massima autorità civile, comandante in capo degli armati, sommo sacerdote. In certi casi il re vantava la propria discendenza dal dio. In ogni modo era l’unico ad avere il potere di colloquiare con il dio, all’interno di una sala appartata del palazzo: ne veniva fuori e comunicava alla comunità la volontà che il dio diceva a lui, e solo a lui. Gli altri non avevano nemmeno i templi, e la religione praticata era di tipo naturalistico ed animistico. Il re, invece, era il tramite tra uomo e dio, tra cielo e terra, tra mondo umano e mondo divino. Era il tramite ed anche il garante del favore divino per tutti. Quindi guai a toccarlo, anzi lo si doveva far vivere, e vivere pure bene, perché la comunità non perdesse questo legame, indispensabile per la vita individuale e collettiva.
La caduta di Troia fece tanto più scalpore, quanto più la città era famosa. Gli artefici dell’impresa tornarono a casa e raccontarono, ampliando come sempre, quando si fa qualcosa di grande, specie se chi ti ascolta non ti può contraddire. E intorno al fatto clamoroso nacquero componimenti poetici di tipo epico, che fecero da calamita per altri componimenti epici preesistenti. Finché, in epoca successiva, quella arcaica, qualcuno non organizzò tutta questa materia, e nacquero e si diffusero due poemi, e furono la base dell’EDUCAZIONE greca e non solo, anzi furono uno dei fattori e degli elementi del senso di appartenenza nazionale dei greci antichi, ed i due poemi si chiamano ILIADE ed ODISSEA, e li attribuirono ad Omero. Ma di Omero ce ne furono due……
Ma un fatto improvviso ed inatteso fece sì che l’eco della caduta di Troia si dilatasse e moltiplicasse fuor di misura, tanto che, pur essendosi verificata pochi decenni prima, il tracollo generale che ci fu di colpo, e l’abbassamento repentino delle condizioni di vita fecero sì che quei fatti nell’impressione e nella memoria si trasferissero a velocità vertiginosa nelle regioni lontane della memoria, della nostalgia e del mito. Che era successo? Non lo sappiamo. Ci risulta solo che tutto crollò di schianto, e le condizioni materiali di vita subirono un abbassamento repentino e diffuso nella regione greca. E la ceramica sta lì a dimostrarlo: quanto raffinata e derivata dai modelli cretesi era quella prima del crollo, tanto rozza appare al confronto quella successiva al crollo (confronta le foto). Le ipotesi sono varie, ma quella che più mi convince, parla di un violento e diffuso sciame sismico. Ed i palazzi erano crollati, e sotto le macerie ci erano rimasti il re la sua famiglia e tutti i dignitari che ci vivevano dentro. La morte del re dimostrava che si doveva cambiare sistema.
Tra i superstiti i più numerosi erano proprio i più umili, quelli che vivevano in pianura. Di qui in poi vi prospetto una ricostruzione immaginaria, visto che non ci sono evidenze storiche. Ma è molto probabile che sia andata così come scrivo. Immagino che i superstiti, desolati e smarriti, si siano radunati, ed erano confusi, perché privi della catena di comando a cui erano abituati. La morte del re e degli altri dignitari era la prova evidente che il dio gli aveva girato le spalle: poteva mai un dio permettere questa fine ai suoi favoriti? Non lo erano più, questo era chiaro. Sì, ma CHE FARE?
Questa semplice domanda, che appare ovvia, in quel tempo non lo era, anzi segnava l’inizio di una storia del tutto diversa dalla precedente, E DA QUELLA DELLE ZONE CIRCOSTANTI ANCHE PER IL FUTURO. Vivere si doveva pur vivere, ma non c’era più chi desse gli ordini. Decisero allora di spartirsi le terre, e gli attrezzi, e gli animali. Decisero. Ma come? DIBATTENDO ED INFINE VOTANDO. Era stato gettato il seme della democrazia, e non lo sapevano: non c’era più UNO a dare gli ordini, ma se li diedero da soli, come si fa tra UGUALI. Poi – si sa come va la vita su questo porco mondo – eventi facilmente immaginabili fecero sì che le terre si concentrassero nelle mani di pochi, i quali da questo processo derivarono la convinzione di essere i MIGLIORI (àristoi) costringendo gli altri a crederlo , e nacque la DIFFERENZIAZIOINE SOCIALE, su base economica. Tutto ciò si è verificato nell’arco di tre secoli, dal 1200 al 900 a.C., periodo che noi chiamiamo MEDIO EVO ELLENICO. L’estrema scarsezza di dati su questo periodo ci induce a parlare di Medio Evo. Ed il termine sa di barbarie, inciviltà, regresso a chissà cosa. Ma prendiamo il nostro medio evo: se non avessimo altre notizie, e ci arrivassero da quell’epoca solo Dante Giotto il romanico il gotico ed il Comune, come faremmo a dire che è stato un’epoca barbara? Allo stesso modo può essere pensato come barbaro un periodo da cui poi emergono Omero, l’approccio RAZIONALE alle cose e la polis? E soprattutto la DEMOCRAZIA? CIO’ CHE NON CONOSCIAMO SIAMO PROPENSI A VEDERLO COME NEGATIVO: l’ignoranza ci rende diffidenti, ottusi ed a volte cattivi verso gli altri, se diversi da noi. Ma è solo irrazionale paura, figlia della NON conoscenza. Ignoriamo? Quindi barbarie, quindi medio evo. Qui riprendo la narrazione storica, per quel che si può.
Si tratta di una democrazia ancora embrionale, ma è un passaggio fondamentale. Hanno diritto a parlare e decidere solo gli àristoi, i migliori, i ricchi, i padroni della vita in quanto padroni delle terre e di ciò che serve a vivere. Costituiscono una CASTA, rigidamente ESCLUSIVA, e per decidere convocano l’assemblea, a cui presenziano anche gli altri, il DEMOS, che può solo applaudire rumoreggiare ridere o fischiare, ma non intervenire. Tra gli àristoi vige il PRINCIPIO DELLA PARITA’. Ed un principio, una volta che ha radicato, è di importanza straordinaria, perché spesso porta ad importanti ed impensati sviluppi. Personalmente non ho problemi, quindi, a fare QUESTIONI DI PRINCIPIO. Il rapporto tra gli aristoi è di conflitto e contesa (ERIS), ma poi, dopo che il voto ha dato la vittoria ad uno, il gruppo si ricompone in un rapporto di solidarietà (FILìA), sancita nel SIMPOSIO, durante il quale si tessono gli elogi del vincitore, che però riconosce la valentia dell’avversario. Ed il rapporto è di stima e solidarietà reciproca.
E le cose vanno avanti così, finché non interviene il fatto nuovo. La chiusura verso l’esterno, che s’era determinata nel medio evo ellenico, termina, ed i greci tornano a mettere le navi in mare. Per tutta la durata dell’epoca arcaica (900-500 il periodo successivo al medio evo), ed anche dopo, i greci fondano città in tutto il Mediterraneo, che noi chiamiamo COLONIE, con un termine errato. E nelle colonie i rapporti economici e sociali mutano radicalmente: non ci sono più le terre, a far da base all’economia, ma il commercio. E nasce così una nuova categoria economica e sociale, quella dei mercanti. Questi abbastanza presto sono in grado di esibire una ricchezza maggiore di quella fondiaria, e pongono il problema della direzione politica nelle colonie. Va da sé che gli àristoi non cedono facilmente il loro potere, e quindi si determina un periodo di tensioni e conflitti: gli àristoi arroccati nelle loro posizioni, ed il demos (mercanti e gli altri) a reclamare spazi politici nuovi. A volte si chiamano degli arbitri, persone note per la loro saggezza, e non di rado questi approfittano della loro posizione: forti dell’appoggio del demos, mettono in minoranza gli àristoi, e si fanno proclamare TIRANNI. Quindi in epoca arcaica la tirannide è propedeutica alla democrazia. Morti i tiranni, il DEMOS prende il POTERE (in greco KRATOS): E’ LA DEMOCRAZIA. Nel frattempo in epoca arcaica i greci imparano: la statuaria dagli egizi, l’uso della moneta dai lidi, e dai fenici la scrittura alfabetica, passata poi agli etruschi ed ai romani, e poi a noi. Ed oggi al mondo con il web.
La democrazia diviene più compiuta, quando si passa ad una nuova legislazione sull’omicidio. Ancora in epoca arcaica la morte violenta di uno di un clan familiare era un fatto privato, tra la famiglia del morto e quella dell’uccisore. Tu hai versato il sangue della mia famiglia, ed io verso quello della tua: insomma la faida. La polis, però, comincia a fare sacrifici collettivi: quindi tutti si nutrono della stessa vittima, sacra tra l’altro, e nelle vene di tutti scorre il sangue prodotto dallo stesso cibo , per giunta santificato dal rito religioso. Quindi, se tu versi il sangue di uno, hai versato il sangue di tutti. Allora il problema della punizione dell’omicida riguarda tutta la comunità cittadina, e si va a colpire il vero colpevole e non un familiare. E questo è legge, è NOMOS!
Quindi in DEMOCRAZIA deve esserci il regno della LEGGE, del NOMOS, che DEVE essere uguale per tutti. Quando uno si mette al di fuori della legge, è un fuorilegge, ma, quando si mette al di sopra della legge, è una seria minaccia e MORTALE per la democrazia. Così stabilirono i nostri nonni greci, e ribadirono ancor meglio e di più i nostri padri romani: DURA LEX, SED LEX.
Il passaggio dal regime aristocratico a quello democratico, attraverso la tappa della tirannide filodemocratica, coinvolse quasi tutte le città greche. E la più importante eccezione (per il ruolo avuto poi nella storia) è stata Sparta. I nobili spartani (gli SPARTIATI), videro l’onda avvicinarsi alla Grecia, e giocarono d’anticipo. Irrigidirono il loro sistema, con gli spartiati padroni di tutto, gli altri (ILOTI) destinati al servizio ed alla mezzadria, e gli abitanti della costa (PERIECI) assolutamente privi di rilevanza. Tutto il Peloponneso era sotto il controllo di Sparta, ed il regime di vita spartano (severo, come sappiamo fin dalle elementari), austero e guerresco aveva come obiettivo il MANTENIMENTO della posizione dominante per gli aristocratici spartani. Il Peloponneso divenne una dura caserma, ma non come la Prussia di Federico il Grande, che vagheggiava le conquiste in un sogno di grandezza, che tanto bene (?!) ha fatto POI (e ancora oggi) all’Europa ed al mondo. Il potente esercito spartano aveva una sola ragion d’essere: non una politica espansionistica, ma il rigido ed inflessibile controllo delle varie regioni del Peloponneso, specie la Messenia, la più ribelle, nell’ottica di un regime e di una regione chiusi. Sempre ho domandato agli studenti, quale tra Sparta ed Atene fosse più incline ad avventure belliche, e la risposta invariabilmente era : “Sparta!”. Ed io a scandalizzarli, dicendo “Atene”. Ci insegnano che Sparta è forte in armi, e Atene è la città delle arti. E ci si confondono le idee. E’ tutto vero, ma a Sparta l’esercito deve STARE in patria, per impedire o soffocare le rivolte, mentre gli ateniesi (vedi il post su Pericle) hanno una fame inesauribile di nuovi mercati e di nuove risorse, da accaparrare con le buone o con LE CATTIVE. Temistocle aveva creato la classe media, Pericle l’aveva sterilizzata e messa in mora. E, dopo la sua morte, la gestione populista ed assembleare aveva portato alla catastrofe.
E il mondo nostro, quello di oggi, pare avviato a replicare il modello organizzativo e sociale della caserma spartana, o dell’umanesimo ateniese? Vi lascio con questo interrogativo di poco conto. Siamo più Sparta o Atene? Quale fine sta facendo la classe media, quella più simile ad Atene? Perché dovremmo, allora, in blocco finire diversamente?

di Fulvio Marino

Fulvio Marino


Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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