La cena di Trimalcione

“Arrivano all’istante delle anfore di cristallo accuratamente sigillate, che portano attaccate al collo etichette con la scritta: « Falerno Opimiano di cent’anni ». Mentre noi ci leggiamo tali scritte, Trimalcione batte le mani l’una con l’altra, e « Ahi, – esclama, – dunque il vino vive più a lungo dell’ometto! Ma allora diventiamo spugne. È vita il vino. E questo che offro è Opimiano garantito. Ieri non ne ho servito di così buono, e sì che le persone a cena erano di molto più riguardo ».[Uscita cafona anche se involontaria] Mentre noi dunque si beve, tutti in estasi in mezzo a quel lusso, arriva uno schiavo con uno scheletro d’argento, articolato in modo che le sue giunture e vertebre fossero disnodate e flessibili in ogni senso. Come lo getta sulla tavola una prima e una seconda volta, e la catena guizzante assume pose diverse, Trimalcione commenta:

« Ahi, che miseri siamo, che nulla a pesarlo è l’ometto!
Così saremo tutti quel giorno che l’Orco ci involi.
Perciò viva la vita, finché si può star bene ».

Non c’era più niente che avesse sapore, ma, giratomi verso di lui, per raccogliere tutte le informazioni che potevo, incomincio col prendere le cose alla lontana, informandomi chi sia quella donna ch’è sempre di corsa su e giù, « La moglie di Trimalcione, – risponde, – si chiama Fortunata, una che i soldi li misura a staia. E prima d’ora cos’era? Con rispetto parlando, un pezzo di pane dalle sue mani non lo avresti accettato. Ma oggi senza perché e percome è salita ai sette cieli ed è il factotum di Trimalcione. Alle corte, se a mezzo il mezzodì gli dice che fa buio, lui ci crede.
Che lui quanto ha non lo sa, straricco com’è, ma questa lupastra è la prima a veder tutto e quando meno te l’aspetti. Astemia, sobria, di buoni principi: tutt’oro quel che vedi. Però una linguaccia, una gazza loquace quando è a letto. Chi ama, ama; chi non ama, non ama. E lui, Trimalcione, ha terreni che ci spaziano i nibbi e soldi portinaio che un altro non ne ha con tutto un patrimonio. […].che ci crescono i soldi. Vi è più argenteria nel casotto del suo
[…]
Frullavano fole del genere, quando rientrò Trimalcione, che, asciugatosi la fronte, si lavò le mani con olio profumato. Poi, dopo un attimo di sospensione, « Amici, – disse, – vogliate scusarmi, ma già da molti giorni ho il ventre che non va. Né i medici ci si raccapezzano. Tuttavia mi ha fatto bene la scorza di melagrana e la resina all’aceto. Ma adesso, spero, saprà darsi di nuovo un contegno. Se no, mi viene un brontolio intorno allo stomaco, che pare un toro. Pertanto, se qualcuno di voi avrà da fare un bisogno, non c’è da vergognarsi. Nessuno di noi è nato d’un pezzo. A mio parere, non esiste una tortura come trattenersi. È la sola cosa che neanche Giove ha il potere di proibire. Eh, tu ridi, Fortunata, che di notte così spesso non mi lasci prender sonno! Ad ogni modo, qui nel triclinio io non proibisco a nessuno di fare i suoi comodi, che anche i medici proibiscono di trattenersi. E, se vi viene da fare qualcosa di più, fuori c’è tutto pronto: acqua, pitali, amminicoli vari. Credete a me, se il meteorismo raggiunge il cervello, produce flussioni anche nel resto del corpo. So di molti che ci son morti, a non voler guardare le cose in faccia».[A modo suo parlava di vaccini pure lui.]. Lo ringraziamo per la sua liberalità e comprensione, e poi subito freniamo il riso bevendo a piccoli sorsi. Né ancora sapevamo, dopo tante meraviglie, che noi, come dicono, si era solo a metà strada. E infatti, con le mense ripulite a suon di musica, vennero condotti nel triclinio tre maiali bianchi, adorni di cavezze e sonagliere, il primo dei quali, a detta del presentatore, era di due anni, di tre il secondo, ma già di sei il terzo. Io pensavo che fossero arrivati i saltimbanchi, e che adesso quei maiali, come avviene negli spettacoli per la strada, avrebbero fatto qualcosa di eccezionale. Ma Trimalcione, rotti gli indugi, « Quale di questi – disse – volete che all’istante vi facciano da cena? Che un pollo alla Penteo e altri cosi del genere i contadini li fanno, ma i miei cuochi anche i vitelli cotti in pentola sanno fare ». E subito manda a chiamare il cuoco, e, senza attendere la nostra scelta, dà ordine che si ammazzi il più anziano. Poi, ad alta voce: « Di che decuria sei? ».[Gli schiavi erano organizzati in decurie.]. Come quello gli risponde che è della quarantesima, « D’acquisto, -continua, – o nato in casa? ». « Né l’uno né l’altro, – dice il cuoco, – ma a te lasciato in testamento da Pansa ». « E allora sta’ attento – lui conchiude – a servir bene. Se no, ti faccio spedire nella decuria dei lacchè ». E il cuoco, mogio mogio davanti a tanta potenza, se ne andava in cucina tirato dall’arrosto.

 

Ancora non aveva tutto effuso, che un’alzata con un maiale gigantesco si insediò sulla tavola. Noi ci mettemmo a far le meraviglie per la sveltezza, ché nemmeno un pollo, giuravamo, si sarebbe potuto cucinare così in fretta, tanto più che nella fattispecie quel maiale ci sembrava molto più grosso del cinghiale di poco prima. Ma Trimalcione, dopo che l’ebbe esaminato ben bene,” O come? Come? – sbottò. – Questo porco non è stato sventrato? Proprio no, per dio! Qui, qui il cuoco nel mezzo “. Il cuoco con aria afflitta si ferma davanti alla tavola ed ammette che di sventrarlo lui se n’è dimenticato. « Come dimenticato? – Trimalcione esclama. – Pare quasi che non ci abbia messo pepe e comino. Spogliarlo! ». Non si perde un momento: il cuoco viene spogliato e se ne sta lì contrito in mezzo a due aguzzini, però tutti incominciano a intercedere e dire: « Son cose che càpitano. Ti preghiamo, lascialo andare! Se gli càpita di nuovo, più nessuno di noi pregherà per lui ».Io invece, di una severità veramente spietata, non riesco a trattenermi, ma chinato all’orecchio d’Agamennone, « Proprio un bel fannullone – gli sussurro – ha da essere questo schiavo. Chi andava a dimenticarsi di sventrare un maiale? No, per dio, non gli perdonerei, avesse avuto l’amnesia con un pesce ». Ma non Trimalcione, che, spianato il volto a un sorriso, « Avanti, – disse, – poiché hai la memoria così corta, sventralo davanti a noi ». Ricuperata la tunica, il cuoco afferra un coltello e con mano guardinga incide qua e là il ventre del maiale, Subito dai tagli, che via via si allargano sotto la spinta del ripieno, traboccano salsicciotti e ventresche.”.

Alcuni passi, tra i tanti interessanti, del Satyricon. E’ il festival della pacchianeria, un gusto – potremmo dire con un anacronismo – barocco, come di chi ha perduto il senso delle cose semplici, e mira a far parlare di sé, in quanto capace di un’opulenza teatrale, tipica delle persone incolte. Se fanno i soldi, ambiscono a circondarsi con il bello, ma di quello che loro intendono come tale, fatto di pompa magniloquente, di spreco, di sfoggio. E non manca nemmeno l’ambizione ad esibirsi come filosofi. Dice infatti uno degli invitati o infiltrati: “La vita è un giorno: ti giri e siamo già al tramonto.”. Alceo, poeta greco del VII secolo aveva detto: “Beviamo: perché aspettare le lucerne? Il giorno è lungo quanto un dito.”. Come chi pretende di farsi considerare poeta, perché si cimenta con le rime, come se fossero solo una questione di suono. E chi non fa i soldi, ammira tanto sfarzo, e sogna di poterlo fare un giorno. E questa è la situazione dell’Italia al tempo di Nerone, a sistema imperiale ormai consolidato. Il Satyricon, senza averlo come scopo, ci fornisce uno spaccato realistico della situazione dell’Italia a metà del I secolo dopo Cristo. Quello che era stato il territorio del rude ma sano italico, che aveva impegnato gli ostinati romani per 500 anni, prima di piegarsi al loro dominio, è ormai abitato da ruffiani, lenoni, baldracche, cacciatori di eredità, fattucchiere, scansafatiche, avventurieri. Ed i romani eccellono nel degrado: liberti ricchi a dismisura, il nobile carpe diem trasformato in un atteggiamento cinico, la virtù un’eccezione, il vizio la regola. Solo la granitica struttura organizzativa e l’esercito potente, e, prima di loro, una lingua dalla logica ferrea, potevano illudere sull’eternità di Roma. Ma ormai è un edificio cariato, e la fine è solo una questione di tempo.

Ad un certo punto della cena, il grossolano Trimalcione prende a baciare e ad accarezzare un ragazzino, al punto da suscitare nella moglie Fortunata una reazione gelosa e risentita. Il padrone di casa si irrita, copre di insulti la moglie, ricordandole di averla tolta via da un postribolo e l’aveva fatta diventare una signora. Poi davanti a tutti le scaglia contro una coppa di metallo pesante, e la colpisce in pieno viso. La poverina, indolenzita, prende a lamentarsi, soccorsa dai servi presenti in sala. E lui ad apostrofarla: che c’entrava la gelosia? Lui accarezzava e baciava il ragazzino mica per libidine, ma perché ha modi tali, da essere accattivante! E’ bene educato e tranquillo, perciò lo colmava di attenzioni! Per Fortunata è una tragedia, per i commensali non è nulla di importante. Come mai? Ancora valeva l’antichissimo sistema di valori mediterranei, secondo cui il registro tragico non è roba per la gente comune, ma per i grandi, i nobili, e ne possono derivare sconquassi. La tragedia di un uomo di bassa condizione di solito appare buffa, suscita il riso: è il registro del grottesco. Girava però già un libro rivoluzionario, che poi sarà chiamato Vangelo. Simone Pietro è un umile, un pescatore, e nell’orto del Getsemani il Maestro gli ha detto che prima che il gallo canti, lui, Pietro, lo rinnegherà tre volte. Arrivano le guardie e portano via Cristo, e Pietro li degue da lontano. Poi si ferma in una taverna, dove lo riconoscono: “Tu sei un seguace del Nazareno!”, glielo dicono tre volte e per tre volte nega. Subito canta il gallo e lui si ricorda delle parole di Gesù di poche ore prima. Allora ha vergogna di sé e piange. Ed è una tragedia, la tragedia di un umile. E non fa ridere, ma riflettere. Per la prima volta nella storia pagana la tragedia degli umili ha la dignità della tragedia umana. E’ una rivoluzione, una delle chiavi per intendere la diffusione del Cristianesimo.

Il Satyricon appartiene al genere del romanzo, nato in epoca alessandrina. E’ un’opera scritta in parte in prosa in parte in versi. Il romanzo di solito ha l’impianto del fumettone, diremmo una telenovela o un fotoromanzo. Il Satyricon invece è un’opera realistica, che ci restituisce un quadro desolante della realtà sociale dell’Italia e di Roma, anche se ci è giunto mutilo. Si incastona nella trama una novella, antica già al tempo di Petronio: la matrona di Efeso. Costei, ancora molto giovane e bella assai, di colpo resta vedova. Il suo dolore è inconsolabile, ed è determinata a lasciarsi morire. Segue il marito nel sepolcro e da lì non intende uscire. Anche una ancella, fedelissima della matrona, è deliberata a morire con l’amata padrona. Non mangiano né bevono, ma piangono notte e giorno e si strappano i capelli. Il caso vuole che lì vicino crocefiggano un malfattore, ed una guardia è messa a vigilare, perché i parenti del giustiziato non se lo portino via prima del tempo. Così, all’arrivo della notte, sente i lamenti e vede la luce provenire dal sepolcro lì da presso. Incuriosito si avvicina, sbircia dentro e vede la bellissima vedova. E’ notte, chi verrà a prendersi il cadavere in croce? Allora entra, s’informa, e si rammarica per lo spreco di tanta bellezza. Prova con le parole, ma né la vedova né l’ancella gli danno retta. Allora scarta la cena e l’offre alle due donne, e pensa che a insistere con l’ancella, forse… Così succede: l’ancella, meno motivata della matrona, accetta di mangiare qualcosa. E poi è fatale che si allei con il soldato, ed alla fine anche la vedova cede su tutta la linea, ma proprio tutta. Intanto i parenti del giustiziato hanno notato che la sorveglianza si è allentata, e si portano via il cadavere. Sul far del giorno il soldato esce dal sepolcro appagato e soddisfatto. Ma strabuzza gli occhi, quando vede che il condannato non c’è più. Allora rientra dalle due donne e si dispera: pagherà con la vita la negligenza. Allora la matrona ha un’idea: non vuole restare vedova due volte in pochi giorni, quindi esorta il soldato a prendere il cadavere del marito ed appenderlo alla croce. Per gli amministratori va tutto bene: un cadavere ‘era, un cadavere c’è. Il soldato salva la vita, e la vedova si è consolata. Solo la gente era disorientata, e non si spiegava come avesse fatto un morto a salire sulla croce.

Petronio era arbiter elegantiae presso Nerone, che non riteneva elegante nulla che Petronio non avesse approvato. Con ciò suscitò la gelosia di Tigellino, il liberto anima nera di Nerone, e Tigellino insinuò in Nerone la calunnia che Petronnio tramasse contro il principe. Nerone allora ordinò a Petronio di suicidarsi. E lui lo fece: si tagliò le arterie dei polsi e fece uscire un po’ di sangue. Poi si fasciò i tagli, ed andò a pranzo con gli amici. Poi ogni tanto riapriva i tagli e si dissanguava. Poi tornava a pranzo, e, invece di parlare dell’al di là, passò il tempo a mangiare e bere tra le barzellette. Voleva che la morte apparisse naturale, alla faccia del principe. Poi prese carta e penna, e scrisse una lettera di insulti a Nerone. Poi fracassò l’anello, perché non servisse a costruire denunce false contro altri poveri disgraziati. E così morì, facendosi beffe di Nerone e della morte.

Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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