Tra tutte le scuse possibili per non fare un bel nulla, l’afa è una delle più consolidate. Amo molto l’afa, l’eccesso di calore e umidità, non tanto in sé, ma perché è rivelatrice. D’inverno, il freddo e la necessità di scaldarsi un po’ fanno assumere anche ai più consolidati fannulloni un’aria vagamente indaffarata e responsabile. L’afa, per contro, li rivela nella loro reale natura di zombie: sguardo allucinato, abbigliamento indicibile e ridotto – ahinoi! – ai minimi termini, con tenute da spiaggia anche nel bel mezzo dei centri cittadini; camminata faticosa e pesante, come da chi non abbia mai svolto attività fisica, occhi perduti nel vuoto, quel vuoto che in quegli occhi c’è sempre, ma che solo l’afa rivela appieno, per l’appunto, nella sua assoluta vuotaggine.
       L’afa rivela l’esistenza, in ciascuno di noi, di varie componenti di aplomb, estetico ed ovviamente etico. La prima riguarda l’abbigliamento, che può essere elegantissimo anche nell’afa più totale, se solo si rispettano alcune elementari regole formali; la seconda è che, essendo una condizione climatica (molto relativamente) estrema, ci impone delle reazioni immediate, che possono andare dallo squagliamento senza volontà di resistenza alcuna al rifiuto della sola idea dell’afa stessa, come quantité negligéable.
       Personalmente, non sono solito prendere in considerazione le condizioni meteo, quali che siano, ma amo l’afa perché vedo che abbassa le difese delle persone e – da entomologo quale mi ritengo – le rende più naturali, più reali, più prossime alla nudità non solo fisica, ma soprattutto morale. Rivela la sostanziale inconsistenza di molti, l’incapacità più o meno totale di adattarsi a un indispensabile rigore formale.
       Quando tutti si sbattono al mare o in piscina o alla ricerca del fresco, io continuo a fare tutto esattamente come prima, comprese le mio ore di tennis a inizio pomeriggio. Non vedo perché dovrei mutare comportamenti solo perché c’è afa, o lavorare di meno perché in ufficio o in casa si soffoca. Cerco di temprarmi, di migliorarmi, di studiare, di prepararmi a tempi che si annunciano non facili. E soprattutto – come sempre – non faccio nulla di quello che sono soliti fare gli altri, a cominciare dai noiosissimi discorsi sul caldo atroce… Qualcuno a luglio preferirebbe la neve, o semplicemente se la aspetterebbe…?
Piero Visani
 
 

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