Dossier: JFK DALLAS 1963

Oswald giudicò il viaggio in Messico un completo fallimento. Al suo rientro, con i pochi dollari che gli rimanevano prese in affitto, sotto falso nome, una stanza a Dallas, mentre Marina si rifiutò, almeno per il momento, di tornare a vivere con lui e rimase ad Irving presso l’amica Ruth Paine. Privato dell’illusione di poter iniziare una nuova vita a Cuba, senza un lavoro, con un matrimonio in sfacelo ed un’altra figlia in procinto di venire al mondo, Oswald si abbandonò alla disperazione. Trascorreva gran parte del suo tempo chiuso in camera a leggere libri presi in prestito alla biblioteca, senza impegnarsi troppo nella ricerca di un impiego. Durante il fine settimana raggiungeva Marina ad Irving nel tentativo di riconciliarsi con lei. A scuoterlo dalla sua apatia intervenne Ruth Paine che gli segnalò un posto vacante presso il Texas School Book Depository. Il 16 ottobre Oswald fu assunto e sembrò ritrovare l’ottimismo. Pochi giorni dopo Marina diede alla luce la sua seconda figlia, Rachel. Nelle settimane successive, pur impegnandosi nel nuovo lavoro Lee non accantonò la sua convulsa attività politica: scrisse al partito comunista degli Stati Uniti, partecipò a riunioni in difesa dei diritti civili, aprì una casella postale per ricevere la corrispondenza indirizzata al Fai Play for Cuba Committee.

All’inizio di novembre l’FBI, a cui non erano passati inosservati né il viaggio in Messico, né l’attivismo pro Cuba, si presentò ad Irving presso l’abitazione di Ruth Paine per aggiornare il suo dossier su Oswald. L’agente speciale James Hosty, incaricato di quella visita di routine ad un soggetto sospetto per le sue frequentazioni, ma di cui l’FBI ignorava l’indole violenta, non trovando Oswald in casa si limitò a parlare con Marina che rimase turbata da quel colloquio. Quando Oswald apprese della rinnovata attenzione dell’FBI nei suoi confronti reagì in modo scomposto, recandosi personalmente presso la sede del Bureau a Dallas. All’addetta alla reception, che in seguito lo avrebbe descritto come un pazzo dall’aspetto pericoloso, consegnò una nota di protesta in cui ammoniva l’FBI a smettere di importunare sua moglie, altrimenti avrebbe preso non meglio specificati provvedimenti. L’agente Hosty, oberato di lavoro, probabilmente non vide quell’appunto fino al 24 novembre, due giorni dopo la morte di Kennedy, quando il suo capo, Gordon Shanklin, lo convocò nel suo ufficio per ordinargli di distruggerlo. E così fece, eliminando la prova che l’FBI avrebbe potuto fermare Oswald prima che assassinasse il presidente. Se le parole minacciose di Oswald fossero state lette per tempo, forse il suo nome sarebbe stato inserito nell’elenco dei soggetti pericolosi da sottoporre a stretta sorveglianza in occasione della visita presidenziale.

E’ impossibile stabilire esattamente quando Oswald maturò la decisione di uccidere il presidente. L’unico fatto accertato è che il giorno prima che Kennedy giungesse a Dallas Oswald ebbe l’occasione di riprendersi il suo fucile che era nascosto, avvolto in una coperta, nel garage di Ruth Paine. Giovedì 21 novembre, contrariamente alle sue abitudini, si presentò a casa della Paine senza avvisare. Dopo il lavoro aveva chiesto un passaggio in auto ad un collega, Wesley Buell Frazier, che abitava con la sorella ad Irving, a meno di un isolato dai Paine. Per scusarsi di quella visita inattesa, Oswald disse di sentirsi solo, dal momento che il week-end precedente Ruth gli aveva negato la sua ospitalità, adducendo come scusa la festa organizzata per il compleanno di sua figlia.

Prima di cena Lee giocò con June in giardino, poi prese da parte Marina e le chiese con le lacrime agli occhi di tornare a vivere insieme a Dallas. Benché Marina lo amasse ancora ed intendesse riconciliarsi con lui, respinse con durezza la sua proposta. Dopo cena, mentre Ruth e Marina mettevano a letto i bambini, Oswald guardò la televisione, poi intorno alle nove, si ritirò per la notte visibilmente turbato. Il mattino seguente, pochi minuti dopo le sette, Lee fu svegliato da Marina, si vestì in fretta, prese un caffè, salutò la moglie, depose accanto al suo letto la fede nunziale e tutto il denaro di cui disponeva, 170 dollari, ed uscì di casa prima che anche Ruth si alzasse. Nessuno lo vide entrare in garage, ma quando si presentò sotto casa di Frazier per recarsi insieme a lui al lavoro teneva sotto braccio un lungo pacchetto, fatto di carta da imballaggio e nastro adesivo. Alla curiosità del collega rispose dicendo che conteneva le bacchette per una tenda.

Frazier e sua sorella videro il pacchetto di sfuggita e quando furono chiamati a stimarne la lunghezza ipotizzarono dimensioni insufficienti a contenere un Mannlicher-Carcano. L’imprecisione di tale valutazione è per i complottisti un indizio che induce a dubitare che Oswald la mattina del 22 novembre introdusse all’interno del deposito di libri il suo fucile. Con tutta evidenza si tratta di un indizio inconsistente, poiché nell’angolo sud-est del quinto piano, accanto alla finestra da cui l’assassino sparò, fu rinvenuto un pacchetto di carta da imballaggio e nastro adesivo delle dimensioni adatte a contenere un fucile Mannlicher- Carcano smontato. Gli esami condotti dai tecnici dell’FBI riscontrarono sulla carta del pacchetto, dello stesso tipo di quella in uso presso il Texas School Book Depository, le impronte digitali di Oswald. Per contro, nemmeno l’ombra di una bacchetta per le tende fu ritrovata in tutto l’edificio.

All’arrivo a destinazione Oswald parve impaziente di portare il suo lungo pacchetto all’interno del deposito di libri. Contrariamente al solito, non attese che Frazier terminasse di parcheggiare l’auto per poi incamminarsi insieme a lui verso l’ingresso, preferì precederlo a passo svelto. Un collega, Jack Dougherty, lo vide entrare dall’ingresso posteriore del deposito, ma non fece caso se avesse o meno sottobraccio un ingombrante pacchetto di carta marrone.

Il magazzino a cui Oswald era addetto si trovava al quinto piano dell’edificio, il suo lavoro consisteva nel preparare i colli da inviare al locale spedizioni del piano terra. Per tutta la mattina svolse normalmente la sua attività. Pochi minuti prima di mezzogiorno, un collega, Charles Givens, vide Oswald al quinto piano con un blocco di appunti in mano. Qualche minuto più tardi, un altro collega, Eddie Piper, lo incrociò in sala mensa.

Carolyn Anderson, la cui testimonianza non fu inserita nel rapporto della commissione Warren, dichiarò nel 1978 di essere certa di aver visto Oswald in sala mensa a mezzogiorno e un quarto e poi una decina di minuti dopo davanti al portone di ingresso. Anche accettando senza riserve tale tardiva testimonianza, Oswald avrebbe comunque avuto il tempo di raggiungere il quinto piano e di fare fuoco tre volte sul corteo presidenziale.

Come abbiamo già ricordato, Oswald ebbe tempo sufficiente anche per ridiscendere dal quinto piano in sala mensa ed incontrare il direttore Truly e l’agente Baker con la rivoltella in pugno. Baker descrisse l’espressione sul volto di Oswald nell’istante in cui gli intimò di identificarsi come sorpresa ma non impaurita. Non appena Baker e Truly uscirono dalla sala mensa Oswald acquistò una Coca-Cola dal distributore automatico e si avviò verso l’uscita principale, senza parlare con nessuno e senza neppure prendere la giacca. Un’impiegata, la signora Reid, lo incrociò nei corridoi del primo piano. Se si fosse diretto verso le uscite posteriori dell’edificio avrebbe incontrato i colleghi, Rackley e Romack, che si erano offerti di presidiarle. Giunto su Elm Street non ebbe difficoltà a confondersi tra la folla ancora scossa dalla tragedia a cui aveva appena assistito.

Il vicesceriffo Roger Craig fu tra i primi agenti di polizia ad accorrere al deposito di libri. Prima ai suoi superiori, poi all’FBI ed alla commissione Warren, ed infine anche al procuratore Garrison ed alla stampa, riferì di aver visto, pochi minuti dopo la sparatoria una Nash Rambler station wagon di colore chiaro con un portabagagli sul tetto caricare a bordo tre uomini usciti di corsa dalla porta posteriore del deposito di libri. L’auto, guidata da un soggetto dai tratti ispanici, aveva poi fatto marcia indietro fermandosi davanti all’ingresso su Elm Street per caricare a bordo un altro individuo, identificato da Craig come Oswald. Il vicesceriffo suggerì inoltre che la station wagon che aveva visto potesse essere quella di Ruth Paine.

Interrogata dalla commissione Warren, la Paine confermò di possedere una station wagon, specificando però che si trattava di una Chevrolet verde chiaro del 1955 e non di una Nash Rambler. Il racconto di Craig, accettato senza riserva da alcuni complottisti, è inattendibile non solo riguardo all’illazione di un coinvolgimento, seppure indiretto, della Paine nella fuga degli assassini. Al momento del suo arresto Oswald aveva infatti in tasca un biglietto convalidato dell’autobus che aveva preso per allontanarsi da Dealey Plaza. Pertanto è da escludere che Oswald si sia dileguato aiutato da fantomatici complici.

Mentre Oswald si allontanava indisturbato dalla scena del delitto, gli agenti di polizia giunti in prossimità del deposito di libri incominciarono a raccogliere le deposizioni dei testimoni oculari. Howard Brennan fu tra i primi a raccontare ciò che aveva visto. Sulla base delle sue indicazioni, all’uno meno un quarto, fu diffusa via radio a tutte le pattuglie una descrizione del presunto attentatore: un individuo di razza bianca, sui trent’anni, di corporatura snella, alto circa un metro e ottanta per settantacinque chili di peso, probabilmente armato di fucile.

Facendosi largo tra la folla Oswald si incamminò per Elm Street in direzione est, a qualche isolato dal deposito di libri bussò sulla portiera anteriore di un autobus di linea fermo nel traffico, l’autista, Cecil McWatters, lo fece salire a bordo. Oswald pagò il biglietto e prese posto a metà della vettura, senza passare inosservato. Uno dei passeggeri, Mary Bledsoe, che sei settimane prima gli aveva affittato una stanza per un breve periodo, lo riconobbe e notò il suo abbigliamento trasandato, indossava una camicia sportiva marrone sporca e bucata sulla manica destra, e l’espressione tesa del suo volto.

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