Dossier: JFK DALLAS 1963

Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, Oswald, utilizzando lo pseudonimo di Lee Osborne, fece stampare tessere e volantini con lo slogan “Giù le mani da Cuba” con cui creò una fittizia filiale del Fair Play for Cuba Committee. Scrisse alla sede centrale del comitato a New York lettere fantasiose in cui dichiarava di aver raccolto attorno a sé nella nobile battaglia a difesa del regime di Castro decine di iscritti. Al tempo stesso, Oswald tentò di infiltrarsi in gruppi anticastristi, probabilmente con l’intento di raccogliere informazioni da offrire al governo cubano come prova della sua fede rivoluzionaria. All’inizio di agosto si presentò nel quartiere francese presso il bazar gestito da Carlos Bringuier, un feroce anticastrista, leader del Directorio Revolucionario Estudiantil, dichiarando di voler mettere a disposizione della lotta contro il regime di Castro la sua esperienza nella guerriglia, acquisita durante la ferma nei marine. A dimostrazione della propria buona fede gli donò la sua copia del manuale addestrativo del corpo dei marine.

Il maldestro tentativo di improvvisarsi spia tra le fila degli esiliati cubani ebbe vita breve. Pochi giorni dopo il loro incontro, Bringuier sorprese Oswald in Canal Street mentre era intento a distribuire volantini del Fair Play for Cuba Committee. L’alterco degenerò in una colluttazione che richiamò l’attenzione della polizia. Oswald, Bringuier ed un paio di altri esuli furono arrestati. Le accuse contro i cubani furono ritirate, Oswald invece fu condannato a pagare una multa di dieci dollari per disturbo della quiete pubblica dopo aver passato una notte in cella. All’agente dell’FBI con cui chiese di conferire, dichiarò, probabilmente per consolidare la sua immagine di marxista militante, di appartenere alla sezione di New Orleans del Fair Play for Cuba Committee, presieduta da A. J. Hidell, la falsa identità che aveva utilizzato per procurarsi le armi di cui andava così fiero.

Uno degli argomenti più seducenti a sostegno della tesi secondo cui Oswald sarebbe stato una marionetta nelle mani di astuti cospiratori è fornito da un timbro a mano apposto sui volantini distribuiti in Canal Street. L’edificio al 544 di Camp Street, indicato dal timbro come sede del Fair Play for Cuba Committee, presentava un secondo ingresso su Lafayette Street che conduceva all’ufficio di un investigatore privato: Guy Banister, un ex agente dell’FBI, leader della lega anticomunista dei Caraibi, implicato nell’organizzazione di campi di addestramento per i guerriglieri anticastristi. La coesistenza tra le stesse mura di una fasulla sezione del Fair Play for Cuba Committee e di una reale organizzazione anticastrista, finanziata dalla CIA, è per i complottisti una prova inoppugnabile della direzione occulta del bizzarro comportamento politico di Oswald a New Orleans. In assenza di solide prove del legame tra Oswald e Banister non si può tuttavia escludere la casualità per spiegare il mistero dell’indirizzo posto in calce ai volantini. Oswald, che lavorava presso la Reily Coffee Company, situata nelle vicinanze dell’ufficio di Banister, potrebbe aver scelto del tutto casualmente di collocare al 544 di Camp Street la sede fittizia della sua velleitaria organizzazione pro Castro che aveva un solo militante: lui stesso.

Difronte alla commissione Warren i massimi dirigenti di CIA, FBI e Secret Service giurarono che le loro rispettive agenzie non avevano mai reclutato né direttamente né indirettamente Oswald come agente o confidente. Certamente potrebbero aver mentito, la menzogna e la disinformazione fanno parte da sempre dell’arsenale dell’intelligence, a maggior ragione dei suoi spezzoni deviati, ma rimane inverosimile che un gruppo di congiurati ai vertici delle istituzioni americane abbia deciso di affidare le sorti di un ambizioso disegno eversivo ad un individuo fragile, instabile e psicotico come Oswald. I fatti provano che un solo tiratore sparò in Dealey Plaza, dunque se congiura vi fu ebbe come unico esecutore Oswald e non una o più squadre di efficienti killer a cui un capro espiatorio dalla mente debole avrebbe garantito fuga ed impunità.

Secondo la testimonianza di Silvia Odio, una giovane esule cubana, figlia di due oppositori incarcerati dal regime di Castro, l’approccio con Bringuier non sarebbe stato l’unico tentativo di Oswald di infiltrarsi nel movimento anticomunista. Una sera di settembre del 1963 avrebbero fatto visita alla Odio, presso la sua abitazione nei dintorni di Dallas, tre militanti anticastristi. Uno di essi si sarebbe presentato con il nome di Leon Oswald, successivamente avrebbe appreso che si trattava di un ex tiratore scelto dei marine, che si era guadagnato la stima dei suoi compagni dichiarandosi disposto ad uccidere il presidente Kennedy per punirlo del suo tradimento della causa cubana. Dopo l’assassinio del presidente la Odio riconobbe in Lee Harvey Oswald quel misterioso Leon che aveva conosciuto qualche settimana prima. Lo stato emotivamente disturbato della donna, sottoposta a cure psichiatriche per una grave forma di isteria, indusse l’FBI a considerare inattendibile il suo racconto.

La mite condanna inflittagli a New Orleans fu probabilmente accolta con soddisfazione da Oswald in quanto contribuiva a qualificarlo come un perseguitato politico, fornendogli, almeno così si immaginava, un prezioso viatico per Cuba. Con altrettanto compiacimento dovette accettare l’invito di una emittente televisiva locale a partecipare ad un dibattito con Bringuier, nel corso del quale fece sfoggio della sua fede marxista e del suo entusiasmo per Castro.

La maniacale determinazione di Oswald a lasciarsi alle spalle lo sfruttamento capitalistico da cui scaturivano tutti i suoi fallimenti allentava ogni giorno di più i suoi contatti con la realtà, impedendogli di valutare razionalmente le conseguenze dei suoi atti. Marina riferì alla commissione Warren che nell’agosto del 1963 il marito le confessò di progettare il dirottamento di un aereo su Cuba. Al netto rifiuto di Marina di diventare sua complice in un’azione così folle e disperata, Lee reagì elaborando una nuova contorta strategia.

Per mettere in atto il suo piano attese che Marina, ormai prossima al parto, si trasferisse ad Irving, non lontano da Dallas, presso Ruth Paine. Alla fine di settembre incassò l’indennità di disoccupazione che aveva maturato e salì su di un autobus diretto a Città del Messico, munito di un visto turistico, di ritagli di giornale riguardanti il suo arresto e la sua fantasiosa militanza per la rivoluzione castrista e di alcuni documenti rilasciati dal governo sovietico durante la permanenza a Minsk. Sperava di ottenere dall’ambasciata sovietica il visto per tornare a Mosca insieme alla sua famiglia. Con quel visto si illudeva di poter strappare all’ambasciata cubana l’autorizzazione a transitare all’Avana durante il viaggio verso l’Unione Sovietica. Una volta giunto all’Avana era certo che avrebbe trovato il modo di rimanerci per sempre. Non intendeva infatti tornare nella tetra ed opprimente Unione Sovietica, ma cominciare una nuova vita illuminata dal sole di Cuba, sotto la guida ispirata di Castro. L’attuazione del piano si rivelò però più complicata del previsto.

A Città del Messico Oswald fece la spola tra l’ambasciata sovietica e quella cubana, presentando ogni volta le sue credenziali di devoto militante comunista, senza tuttavia riscuotere troppo credito. Le autorità sovietiche presero tempo prima di concedere un visto ad un soggetto che aveva lottato un anno intero per abbandonare la patria del socialismo reale, che si era mostrata generosamente disposta ad accoglierlo. Di riflesso le autorità cubane rifiutarono di assumersi la responsabilità di rilasciare un visto di transito per un viaggio che Mosca non sembrava affatto intenzionata ad autorizzare tanto presto.

Il breve soggiorno a Città del Messico costituisce uno degli episodi più intricati e controversi della vita di Oswald. Durante la guerra fredda la capitale messicana era, come Berlino, un coacervo di spie dei due blocchi. I funzionari d’ambasciata sovietici e cubani a cui Oswald presentò le sue richieste erano, sotto copertura, agenti di alto rango dei servizi di intelligence, niente affatto estranei per ufficio all’organizzazione di operazioni spregiudicate, che contemplavano anche l’omicidio politico. Tale accertata circostanza ha suggerito ai complottisti gli scenari più inquietanti in cui spesso le suggestioni si sostituiscono ai riscontri effettivi.

Gli investigatori della commissione Warren appurarono che Oswald in Messico non ricevette né denaro, né documenti utili a crearsi una via di fuga verso il blocco comunista dopo l’assassinio, tuttavia furono costretti a trascurare alcuni indizi. Presso l’ambasciata cubana Oswald parlò con Silvia Tirado de Durán, una fervente comunista messicana impiegata nella diplomazia castrista ed indicata da alcune fonti come l’amante dell’ambasciatore, che si prodigò nel fornirgli assistenza. Prova di tanto zelo è la presenza del nome e del numero di telefono della Durán in un quadernetto rinvenuto tra gli oggetti personali di Oswald dopo la sua morte. Quando David Slawson e William Coleman, gli avvocati incaricati dalla commissione Warren di valutare l’esistenza di possibili mandanti internazionali dell’assassinio di Kennedy, si imbatterono nel nome della Durán si convinsero che la sua deposizione avrebbe potuto essere illuminante e preziosa. Chiesero quindi al presidente della corte suprema Earl Warren il permesso di interrogarla, ma dovettero rassegnarsi difronte ad un rifiuto categorico: in quanto notoriamente comunista la Durán era da considerarsi inattendibile. Inoltre, subito dopo la morte di Kennedy la polizia messicana si era già incaricata di interrogarla, senza ricavare alcun particolare che lasciasse supporre l’esistenza di un complotto. Probabilmente la decisione di Warren fu il risultato delle pressioni esercitate dalla CIA, preoccupata da un lato di allontanare il sospetto di un coinvolgimento di una potenza straniera nell’assassinio del presidente, e determinata dall’altro a non trovarsi costretta a rendere conto all’opinione pubblica americana dell’intensa attività di intelligence svolta in un paese amico come il Messico.

Nel suo recente libro, Anatomia di un assassinio, Philip Shenon ha raccolto più di un indizio su di una possibile fugace relazione tra Oswald e la Durán. Tale presunta relazione, peraltro smentita dalla stessa Durán nel corso di un’intervista rilasciata a Shenon, solleva dei sospetti, lasciando intravedere la capacità della CIA di intervenire efficacemente per orientare i lavori della Commissione Warren, ma non prova affatto che Oswald fu istigato da agenti sovietici o cubani ad uccidere Kennedy.

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