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Dossier: JFK DALLAS 1963

Dopo un calvario burocratico durato più di un anno, la famiglia Oswald poté finalmente raggiungere, nel giugno del 1962, gli Stati Uniti. Al suo arrivo in patria Lee fu interrogato dall’FBI per stabilire se potesse costituire una minaccia per la sicurezza nazionale. A parte l’atteggiamento arrogante dell’intervistato, gli agenti del Bureau non segnalarono nulla di preoccupante. Si accontentarono della promessa di Oswald di contattarli prontamente qualora funzionari del governo sovietico lo avessero avvicinato.

Seguendo il consiglio di suo fratello Robert, Lee decise di stabilirsi in Texas a Fort Worth, non lontano da sua madre. Il calore famigliare ed il benessere materiale che Marina aveva sperato di trovare negli Stati Uniti si rivelarono un’illusione. Suo marito odiava la madre e mal sopportava le sue intromissioni nella loro vita, limitava anche i contatti con il fratello, aveva difficoltà a trovare un lavoro stabile ed a provvedere ai bisogni più elementari di sua figlia. Le ristrettezze economiche finirono per minare l’armonia della coppia, nel comportamento di Lee riaffiorarono la frustrazione e l’aggressività. Gli episodi di violenza ai danni di Marina prima sporadici si fecero via via più frequenti.

L’unica valida protezione contro l’emarginazione e l’indigenza fu offerta agli Oswald dalla comunità russa di Fort Woth e di Dallas che quasi li adottò. Più dei vestiti, dei generi alimentari e del denaro che riceveva Marina apprezzava l’opportunità di sfogare nella sua lingua la propria profonda infelicità. I De Mohrenschildt furono tra i più solleciti nel prestare assistenza e sostegno alla giovane coppia. A George De Mohrenschildt, un benestante ingegnere petrolifero nato nella Russia zarista da una famiglia della piccola nobiltà, poi emigrata per sfuggire alla persecuzione comunista, Marina parve un’anima persa che non conosceva una sola parola d’inglese e la piccola June una bambina dall’aspetto malaticcio, costretta a vivere in un ambiente orribile. Persino per Lee, un ragazzo scostante ed introverso, privo di cultura e di prospettive, provò una certa compassione, nonostante sua moglie portasse talvolta addosso i segni evidenti delle percosse subite. Riconosceva a Lee l’attenuante della provocazione, Marina infatti non perdeva occasione per farsi beffe del marito, rinfacciandogli pubblicamente, con grande imbarazzo della signora De Mohrenschildt, il suo scarso interesse per il sesso.

Nell’ottobre del 1962, Lee lasciò Marina a Fort Worth presso una famiglia di amici di origine russa e si recò a Dallas dove trovò un impiego presso una tipografia. La breve separazione tuttavia non giovò alla coppia. Non appena tornarono a vivere insieme a Dallas i litigi si fecero più frequenti e violenti di prima, tanto che De Mohrenschildt si sentì in dovere di intervenire per aiutare Marina ad allontanarsi nuovamente dal marito.

Nel febbraio del 1963 in occasione di una cena organizzata dai De Mohrenschildt Lee e Marina conobbero Ruth Paine. Da poco separata dal marito Michael, un ingegnere impiegato presso la Bell Helicopter, con due figli in tenera età ed un vivo interesse per la lingua e la cultura russa, Ruth trovò in Marina un’amica ed una confidente. Ad avvicinarle non fu soltanto la lingua comune, ma anche la solidarietà tra mogli deluse dai propri mariti.

Mentre tra rotture e riconciliazioni il suo matrimonio attraversava una crisi sempre più profonda ed irreversibile, Oswald sembrò trovare un conforto nelle sue ossessioni rivoluzionarie. Divorava la stampa socialista, le opere di Marx e di Lenin, oltre alle biografie di leader come Mao, Chruscev, Hitler e persino Kennedy, idealizzava la Cuba di Castro come la più pura applicazione dei principi del comunismo. L’idea di fuggire all’Avana e risolvere così d’incanto tutti i problemi che lo opprimevano gli appariva ogni giorno più seducente.

Non appena la sua situazione finanziaria migliorò, dopo l’estinzione del debito contratto con il dipartimento di stato che gli aveva prestato il denaro necessario al rientro in patria, Oswald tornò a coltivare la sua passione per le armi. Per aggirare i possibili controlli dell’FBI si fabbricò, mettendo a frutto le conoscenze acquisite durante un periodo di apprendistato presso un laboratorio fotografico di Dallas, una falsa carta d’identità, intestata ad Alek James Hidell, storpiatura del nome di battesimo di Castro, con cui acquistò per posta prima un revolver Smith & Wesson e poi un fucile Mannlicher- Carcano, residuato bellico dell’esercito italiano. Orgoglioso delle sue armi ed ansioso di ostentare il suo credo rivoluzionario, Oswald si fece fotografare da Marina nel cortile della loro casa di Dallas con il revolver infilato nella fondina, brandendo in una mano il suo fucile e nell’altra copie di giornali di estrema sinistra: The worker e The militant.

La scarsa qualità di quelle fotografie, in cui si notano una riga sotto il mento di Lee ed ombreggiature apparentemente incoerenti tra loro, ha suggerito ai complottisti l’idea che esse fossero dei goffi fotomontaggi concepiti dai cospiratori per dimostrare la militanza estremista di Oswald ed il suo legame con le armi che avevano ucciso il 22 novembre 1963 a Dallas. In verità non possono sussistere dubbi sull’autenticità di quelle fotografie. Una di esse riporta sul retro una dedica in russo che recita: “Cacciatore di fascisti, ha, ha, ha!”. Marina dichiarò alla commissione Warren di averla apposta. Una perizia disposta dall’HSCA confermò successivamente la compatibilità tra la grafia di Marina e quella della dedica. La riga ben visibile sotto il mento di Oswald non è il risultato di una sovrapposizione del suo volto al corpo di qualcun altro, ma un difetto prodotto dallo scadente apparecchio fotografico utilizzato da Marina per immortalare il marito. Fotografie di prova scattate con lo stesso apparecchio hanno prodotto lo stesso difetto. Le ombre discordanti sono invece da attribuire ad un normale effetto della luce pomeridiana. Nelle stesse condizioni di luce, l’ombra del naso cade perpendicolarmente sul viso, mentre quella del corpo si allunga in obliquo rispetto al suolo.

L’esaltazione ideologica convinse Oswald a trasformare la dedica scherzosa di Marina in realtà. Per qualche tempo studiò la casa e le abitudini del generale Edwin Walker, un esponente dell’estrema destra segregazionista, poi una sera di aprile si appostò nel suo giardino e gli sparò attraverso una finestra. Un proiettile sfiorò la testa del generale, lasciandolo illeso. Oswald, che paragonava Walker ad Hitler, confessò il suo gesto alla moglie che sconvolta gli fece promettere di non tentare altre folli imprese del genere, altrimenti lo avrebbe denunciato. Dal canto suo De Mohrenschildt sospettò che Lee fosse implicato nell’attentato, ma non riuscì a trovare alcuna prova se non l’espressione singolare che gli vide dipinta sul volto quando per provocarlo gli chiese se avesse sparato al generale.

Poco dopo il fallito attentato a Walker, Marina confidò a Ruth Paine di essere nuovamente incinta e lei si offrì di ospitarla a casa sua insieme alla piccola June finché Lee, che progettava di trasferirsi a New Orleans per trovare lavoro ed allontanarsi dalle indagini della polizia di Dallas, non fosse riuscito a trovare una sistemazione adeguata.

A New Orleans Oswald fu ospitato da sua zia, Lillian Murret, qualche settimana più tardi l’assunzione come manutentore dei macchinari in una fabbrica di caffè gli consentì di affittare un piccolo appartamento e di riunire la sua famiglia. Per un breve periodo gli Oswald sembrarono ritrovare una certa armonia. Marina declinò l’invito di Ruth Paine a trasferirsi a casa sua per tutto il tempo della gravidanza, preferì rimanere accanto a suo marito che per quanto si sforzasse di apparire ottimista circa il futuro aveva frequenti crisi depressive e non riusciva a rinunciare al sogno ossessivo di ricominciare una nuova vita a Cuba. Per realizzare tale chimera mise in atto una strategia così cervellotica ed in apparenza incoerente da far ritenere ai teorici del complotto, in particolare al procuratore Garrison, che il suo comportamento fosse ispirato da nuclei deviati dei servizi di intelligence, interessati a trasformarlo nel capro espiatorio su cui far ricadere la responsabilità dell’assassinio di Kennedy.

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