Dossier: JFK DALLAS 1963

Lee che aveva sperato di trovare in Ekdahl il padre che non aveva mai avuto, stentò ad accettare il divorzio ed iniziò a chiudersi in sé stesso. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza sballottato da una città all’altra per assecondare il ritmo convulso e disordinato della vita di sua madre, sempre alla ricerca di un nuovo marito e di un impiego meglio retribuito come infermiera. Già durante il periodo scolastico Lee diede segni di squilibrio rendendosi protagonista di episodi di aggressività. Una perizia psichiatrica disposta dalla scuola che frequentava a New York lo giudicò sofferente di una grave carenza affettiva che lo induceva a comportamenti maneschi e sociopatici. Nonostante la diagnosi allarmante, la madre si rifiutò di sottoporlo ad un adeguato percorso terapeutico e per sottrarsi alle ingiunzioni del giudice trasferì per l’ennesima volta il suo domicilio.

Dopo aver abbandonato la scuola, Lee, seguendo l’esempio del fratello Robert, si arruolò, nell’ottobre del 1956, nel corpo dei marine. Completò con successo il suo addestramento, distinguendosi nell’abilità nel tiro. Nel dicembre del 1956 all’esame finale sull’uso delle armi ottenne la qualifica di tiratore scelto, il livello intermedio tra quello più elevato di tiratore esperto e quello inferiore di tiratore. In occasione di un altro esame di tiro effettuato al termine della sua ferma nel 1959 non confermò il punteggio che aveva totalizzato tre anni prima, tuttavia appare indubbio che Oswald avesse le capacità sufficienti per centrare un bersaglio mobile da una distanza di meno di cento metri.

La vita militare non migliorò l’equilibrio mentale del giovane Lee che mostrò di adattarsi faticosamente alla disciplina. Finì al cospetto della corte marziale due volte, prima per essersi sparato accidentalmente ad un gomito maneggiando una pistola calibro 22 che deteneva nel suo armadietto in violazione del regolamento e poi per aver aggredito verbalmente uno dei suoi sergenti.

Con l’incarico di addetto radar fu assegnato a diverse basi aeree in patria ed all’estero, tra cui quella di Astugi in Giappone, da cui decollavano gli aerei spia U2 per monitorare i cieli della Cina. Contrariamente a quanto spesso lasciano intendere i complottisti, Oswald non fu depositario di alcun rilevante segreto militare, ebbe soltanto le abilitazioni di sicurezza normalmente associate alla sua modesta mansione, che svolse, a detta dei superiori, con competenza. Durante la sua permanenza in Giappone più che ai segreti degli U2 Lee parve interessato alle donne, come testimonia una diagnosi di gonorrea contenuta nella sua cartella sanitaria. Nel dicembre del 1958 fu trasferito presso la base aerea di El Toro in California, dove la sua infatuazione per la cultura russa ed il sistema sovietico si fece di giorno in giorno più ostentata. I suoi commilitoni interrogati dalla commissione Warren tracciarono il ritratto di un ragazzo solitario, incapace di integrarsi in un gruppo, incline ad assumere atteggiamenti apertamente provocatori. Non faceva mistero del suo credo marxista, affermava di coltivare il sogno di trasferirsi in Unione Sovietica, si rivolgeva agli altri marine chiamandoli “compagni”, ascoltava dischi di canzoni russe ad un volume così alto da infastidire più di una camerata, guadagnandosi il soprannome di “Oswaldovitch”. Dedicava il tempo libero alla lettura del Capitale e della Fattoria degli animali, al gioco degli scacchi ed allo studio del russo. Ad El Toro sostenne un esame di lingua russa, ottenendo una valutazione piuttosto scarsa che tuttavia non lo indusse a desistere dal sogno di abbandonare gli Stati Uniti per la patria del socialismo reale. Nell’estate del 1959, adducendo la necessità di assistere la madre inferma, presentò una domanda di congedo anticipato, che gli fu concesso in settembre.

Dopo aver dismesso l’uniforme dei marines, Lee non trascorse più di tre giorni con la madre in Texas, poi raccolse i suoi magri risparmi e si imbarcò per l’Inghilterra con l’idea di iniziare una nuova vita e lasciarsi alle spalle un sistema sociale iniquo e disumano. Dall’Inghilterra passò in Svezia, dove attraverso il consolato sovietico di Helsinki ottenne un visto turistico di una settimana per Mosca. Alla guida dell’agenzia turistica statale che lo accolse a Mosca manifestò subito il desiderio di diventare cittadino sovietico. Alle dichiarazioni di intenti non esitò a far seguire gli atti formali, inviando una richiesta scritta al soviet supremo. Il KGB si incaricò quindi di valutare la sua buona fede, finendo per esprimere un parere negativo a cui Oswald reagì con un gesto estremo: si incise il polso sinistro e lo immerse in una vasca di acqua calda. Un’ora più tardi fu rinvenuto privo di sensi e soccorso.

Dopo un breve ricovero in un reparto psichiatrico, Oswald ottenne il permesso di rimanere a Mosca, le autorità sovietiche gli imposero però di rinunciare formalmente alla sua cittadinanza americana prima di considerare l’eventualità di accoglierlo nel novero dei cittadini dell’Unione Sovietica. Tale ricatto aveva lo scopo non solo di testare la sua determinazione, ma anche di dare il massimo risalto mediatico al suo gesto. Oswald non si sottrasse, difronte al personale incredulo dell’ambasciata americana denunciò le colpe dell’imperialismo capitalista ed elogiò appassionatamente la patria del socialismo reale. Come il politburo si aspettava, la notizia della sua esibizione fece rapidamente il giro del mondo. Mentre la burocrazia sovietica taceva, Oswald non si risparmiò, concedendo alcune interviste a giornalisti americani per ribadire le profonde motivazioni ideologiche del suo gesto. Tanto zelante impegno profuso nella propaganda anticapitalista fu ricompensato, non troppo generosamente, nel gennaio del 1960 con la concessione di un permesso di soggiorno illimitato, corredato da un documento di identità che lo definiva apolide, e con il trasferimento a Minsk, dove gli fu assegnato un impiego in una fabbrica di componenti elettronici. La concessione di un appartamento spazioso e di un lavoro leggero e ben retribuito gli fece ben presto dimenticare la delusione per non aver ottenuto la tanto agognata cittadinanza. Nel primo periodo della sua permanenza a Minsk annotò sul suo diario parole di soddisfazione per la svolta repentina che era riuscito ad imprimere alla propria vita. La cordialità dei colleghi, l’ampia disponibilità di tempo libero da dedicare alla caccia, e soprattutto la gratificante sensazione di essere una volta tanto al centro dell’attenzione, circondato dalla stima per il coraggio e la coerenza ideologica che aveva dimostrato, contribuirono ad alimentare il suo ottimismo. Tuttavia con il passare dei mesi incominciarono ad affiorare sulle pagine del suo diario i primi segnali di disillusione difronte alla cruda realtà del sistema sovietico: lo squallore della quotidianità, la scarsità di cibo, l’inefficienza produttiva, l’oppressione burocratica del partito, la vuota ritualità delle riunioni politiche e sindacali, l’onnipresente controllo poliziesco su ogni più minuto aspetto della vita dei cittadini.

Nel gennaio del 1961 le autorità sovietiche si dichiararono finalmente disposte a valutare la sua domanda di acquisizione della cittadinanza, ma Oswald aveva ormai smarrito tutto il suo iniziale entusiasmo, anziché esultare per la notizia si affrettò a contattare l’ambasciata americana a Mosca affinché lo aiutasse a fare ritorno negli Stati Uniti. Pur ottenendo dall’ambasciata la risposta positiva in cui sperava, Oswald dovette rassegnarsi a sopportare un lungo periodo di attesa dovuto alla resistenza della burocrazia sovietica a concedergli il permesso di lasciare Minsk per recarsi a Mosca ed avviare le pratiche per il suo rientro in patria. In questo periodo di crescente insofferenza verso il sistema sociale che appena un anno prima gli era sembrato un paradiso, Oswald conobbe ad un ballo, organizzato presso il palazzo della cultura, un’avvenente ragazza di diciannove anni, Marina Prusakova, che rimase affascinata dai suoi modi cortesi.

Per entrambi fu amore a prima vista, meno di un mese più tardi decisero di sposarsi. La loro vita coniugale inizialmente fu felice. Lee non nascose a Marina il suo desiderio di rientrare al più presto in patria e lei, priva, dopo la morte della madre, di forti legami famigliari, ansiosa di conquistarsi quel benessere materiale che a Minsk le sembrava irraggiungibile e quella felicità che le era stata negata durante l’infanzia e l’adolescenza, gli offrì il suo incondizionato appoggio difronte alle infinite complicazioni poste sia dall’amministrazione sovietica, sia dal dipartimento di stato americano. Frutto dell’armonia di questo periodo fu la nascita di una bambina di nome June.

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