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Dossier: JFK DALLAS 1963

Altri agenti perlustrarono lo scalo ferroviario alle spalle della collinetta erbosa e fermarono alcuni individui sospetti. William Allen e Joe Smith, due reporter della stampa locale, fotografarono tre barboni scortati all’ufficio dello sceriffo da alcuni poliziotti. Interrogato dalla commissione Warren, il sergente Harkness confermò l’arresto dei tre barboni, ma non fu in grado di esibire alcun documento per identificarli. Tanto bastò ad accendere i sospetti dei complottisti che scorsero nello smarrimento dei verbali di arresto una prova del maldestro tentativo della polizia di Dallas di coprire la fuga degli assassini del presidente.

Sulle immagini che ritraggono i tre vagabondi senza manette ai polsi, con indosso abiti trasandati ma non cenciosi, attorniati da poliziotti dall’aspetto rilassato e non troppo professionale, i complottisti si ostinano a costruire una ragnatela di teorie che lega in un solo diabolico disegno tanto la morte di Kennedy quanto quella del reverendo King, senza tralasciare neppure lo scandalo Watergate. Nei volti dei tre uomini trovati nascosti in vagone ferroviario pochi minuti dopo la sparatoria in Dealey Plaza, alcuni, tra cui Gianni Bisiach, si dicono certi di riconoscere Frank Fiorini, alias Frank Sturgis, un agente al soldo della CIA implicato in operazioni contro Cuba, Earl Ray, l’assassino di King, ed Howard Hunt, il referente del commando sorpreso nel giugno del 1972 a frugare nella sede del partito democratico nel complesso di uffici del Watergate Hotel di Washington. Nel corso degli anni ’60 e ’70 le illazioni sull’identità dei tre barboni e sui loro possibili collegamenti con gli episodi più intricati e misteriosi della recente storia americana si fecero così insistenti da spingere il Select Committee on Assassinations (HSCA) ad incaricare un pool di antropologi forensi dell’analisi delle immagini scattate da Allen e Smith. Earl Ray fu escluso dagli esami poiché vi era la prova che il 22 novembre del 1963 non poteva trovarsi in Dealey Plaza. Per Sturgis ed Hunt l’esito dei rilevamenti fu negativo. Gli accertamenti antropometrici furono estesi, sempre con esito negativo, anche ad altri soggetti indicati come potenziali sicari travestiti da barboni. Tuttavia ciò non bastò a far tacere i complottisti i cui sospetti non si placarono del tutto neppure nel 1989, quando negli archivi della polizia di Dallas furono rinvenuti i verbali d’arresto dei tre vagabondi. Si trattava di Harold Doyle, John Forrester Gedney e Gus W. Abrams, tre sbandati che avevano trascorso la sera prima dell’attentato in un centro di accoglienza dove avevano potuto radersi, lavarsi ed indossare abiti puliti. Poco dopo il loro fermo erano stati rilasciati in quanto del tutto estranei ad ogni coinvolgimento nella sparatoria.

Nei pressi del Dal-Tex Building, a pochi passi dal deposito di libri, fu arrestato un altro individuo sospetto: Eugene Hale Brading, un pluripregiudicato con legami con il crimine organizzato, iscritto, con il consenso delle autorità, nel registro dei commercianti di combustibili con lo pseudonimo di Jim Braden. Dopo tre ore di interrogatorio, in cui affermò di essere entrato nel Dal-Tex Building alla ricerca di un telefono da cui chiamare la moglie, Brading fu rilasciato. Due giorni prima dell’attentato aveva ottenuto dal funzionario addetto al controllo della sua libertà vigilata il permesso di recarsi da Los Angeles a Dallas per discutere di un contratto per la vendita di combustibili con Lamar Hunt, uno dei figli del magnate ultraconservatore del petrolio Harold Lafayette Hunt. Il legame tra un noto malavitoso e la famiglia che aveva pagato l’inserzione listata a lutto comparsa sulle pagine del Dallas Morning News, per accusare Kennedy di aver abbandonato al loro tragico destino gli anticastristi di Cuba, suggerì ai teorici del complotto almeno due diverse interpretazioni, entrambe prive di riscontri oggettivi. Per Jim Garrison, il procuratore distrettuale di New Orleans che nel 1969 tentò, senza successo, di ottenere la condanna di Clay Shaw, uno dei presunti ideatori dell’agguato per assassinare Kennedy, l’arresto di un soggetto con i precedenti e le frequentazioni di Brading non fu altro che un diversivo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica americana dai veri responsabili della congiura contro il presidente e del conseguente colpo di stato , ovvero la CIA, con la complicità più o meno consapevole di altre agenzie governative, ed un ristretto gruppo di politici ai vertici delle istituzioni. Per Bisiach invece, da sempre ossessionato dall’idea del coinvolgimento della mafia nel complotto contro Kennedy, l’arresto di Brading assume di per sé il significato di una conferma. Citando la dichiarazione di un testimone oculare rintracciato da un non meglio identificato gruppo di cittadini di Dallas decisi ad investigare per conto proprio sulla morte del presidente, Bisiach arriva a collocare Brading nel parcheggio sulla sommità della collinetta erbosa armato di un fucile. Anche accettando come veritiera tale dubbia testimonianza, rimane accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, che nessun proiettile fu sparato dalla collinetta erbosa.

Qualche minuto prima che i suoi colleghi incominciassero a fermare gli individui sospetti lungo i binari della ferrovia o nei pressi del Dal-Tex Building, l’agente motociclista Marrion Baker fece irruzione con la pistola in pugno nel deposito di libri. Era giunto in Dealey Plaza nell’istante in cui era cominciata la sparatoria, la sua attenzione era stata attirata dall’alzarsi in volo dei piccioni dal tetto del deposito di libri. Senza indugio aveva abbandonato la sua moto a qualche metro dal semaforo all’angolo tra Houston ed Elm Street e si era precipitato all’interno del palazzo di mattoni rossi. Aggirandosi al piano terra alla ricerca della scale, Baker si imbatté nel direttore del deposito, Roy Truly, che si offrì prontamente di fargli strada. Essendo entrambi gli ascensori fermi ad altri piani, i due presero le scale. Attraverso un piccolo vetro posto sulla porta del primo piano che dava accesso al locale adibito a refettorio, Baker notò un giovane che stava camminando per la sala e dava l’impressione di esserci appena entrato. Aprì quindi la porta e lo chiamò, ma quando il direttore Truly lo informò che si trattava di un suo impiegato decise di non perdere altro tempo prezioso e riprese la sua corsa verso il tetto dell’edificio.

Quel giovane che Baker non volle interrogare si chiamava Lee Harvey Oswald; lavorava al deposito di libri da poco più di un mese, era stata Ruth Paine, un’amica di sua moglie Marina, a segnalargli quell’opportunità di impiego. Per i teorici del complotto l’assunzione di Oswald presso il Texas School Book Depository costituisce un tassello fondamentale della meticolosa operazione pianificata dai congiurati volta a trasformarlo in un utile idiota, nel posto giusto al momento giusto, a cui addossare ogni responsabilità dell’assassinio del presidente. Ciò che i complottisti omettono è che quando il 16 ottobre Oswald fu assunto nessuno, neanche i più intimi collaboratori di Kennedy, sapeva né che Dallas sarebbe stata una tappa del tour elettorale, né che il corteo presidenziale sarebbe passato sotto le finestre del deposito di libri. Fu il caso e non una preveggente macchinazione di fantomatici congiurati ad offrire ad Oswald l’occasione di dare sfogo alle sue frustrazioni e di conquistarsi un posto nella storia.

L’intervallo di tempo tra la fine della sparatoria e l’incontro nel refettorio fu secondo alcuni complottisti troppo breve per consentire ad Oswald di nascondere il fucile sotto una pila di scatole, oltretutto lontano dalla finestra da cui aveva sparato, e scendere quattro piani di scale a piedi. I riscontri dimostrano però il contrario. L’affermato penalista californiano Joeph Ball ed il suo giovane assistente David Belin, incaricati dalla commissione Warren di stabilire l’esatta dinamica dell’assassinio del presidente, cronometrarono, nel marzo del 1964, sia gli spostamenti descritti da Baker che quelli attributi ad Oswald e li giudicarono perfettamente compatibili. Stimarono la corsa di Oswald tra un minimo di un minuto e quattordici secondi ed un massimo di un minuto e diciotto secondi e quella di Baker tra un minimo di un minuto e quindici secondi ed un massimo di un minuto e mezzo.

Oswald non fu una marionetta manovrata da una mano occulta, ma un giovane tormentato e solitario, spinto all’esaltazione da confusi ideali antisistema attraverso cui sperava di trovare un senso alla propria esistenza. L’instabilità, la frustrazione, la disperata ricerca di una rivalsa furono il filo rosso della sua vita ed il movente delle sue scelte più enigmatiche.

Suo padre, Robert Edward Lee, un assicuratore reduce della grande guerra, morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 1939, un paio di mesi prima della sua nascita, sua madre, Marguerite Claverie, non seppe offrirgli né affetto né serenità. All’età di appena tre anni Lee raggiunse il fratello Robert junior ed il fratellastro John, nato dal primo sfortunato matrimonio di Marguerite con Edward Pic, in un orfanotrofio luterano di New Orleans. Le condizioni economiche di Marguerite migliorarono quando sposò il suo terzo marito, Edwin Ekdahl, un ingegnere originario di Boston più anziano di lei. Il matrimonio però entrò ben presto in crisi. Pur mostrandosi premuroso verso i figliastri, Ekdahl non riuscì a sopportare a lungo la gelosia morbosa di Marguerite e si vide costretto a chiedere il divorzio adducendo come motivazione la crudeltà mentale della moglie.

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