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Dossier: JFK DALLAS 1963

Almeno un paio di testimoni, Sterling Holland e Lee Bowers, entrambi addetti al controllo del traffico ferroviario, dichiararono di aver notato del fumo in corrispondenza della staccionata in prossimità degli alberi sulla collinetta erbosa. Tali affermazioni per quanto suggestive sono tutt’altro che rilevanti, dal momento che le munizioni delle armi da guerra come quella ritrovata al quinto piano del deposito di libri non emettono fumo al momento dello sparo. I membri dello staff della commissione Warren considerarono l’avvistamento di uno sbuffo di fumo sulla collinetta erbosa inattendibile, non solo in considerazione delle caratteristiche di sparo delle armi presumibilmente impiegate nell’attentato, ma anche della posizione dei fantomatici tiratori, a pochi metri dal pubblico disseminato su Elm street. Ad una distanza così ravvicinata qualcuno avrebbe dovuto vederli chiaramente. Ed invece così non fu.

Per i sostenitori della cospirazione ciò che i testimoni non videro fu ripreso da Orville Nix, un cineamatore che si trovava in Dealey Plaza sul lato opposto rispetto a Zapruder, quindi con una visuale sulla collinetta erbosa. Alcuni fotogrammi sembrano mostrare la sagoma biancastra di uomo in cima al poggio. Negli anni 60’, la Itek Corporation, un’azienda appaltatrice della difesa specializzata nella produzione di telecamere per i satelliti spia, analizzò il filmato di Nix, giungendo alla conclusione che la macchia visibile era stata causata dai raggi solari che filtravano attraverso le fronde degli alberi. Nel 1978 l’House of Representatives Select Committee on Assassinations (HSCA), la commissione parlamentare incaricata di indagare sull’assassinio di John Kennedy e di Martin Luther King, confermò che la sagoma ripresa da Nix non corrispondeva ad una figura umana.

Anche ammettendo, pur in assenza di prove convincenti, che qualcuno fece fuoco dalla collinetta erbosa, questi certamente non colpì la testa del presidente. La radiografia del cranio di Kennedy evidenzia uno sciame di frammenti metallici disposti in una direzione unicamente compatibile con la traiettoria di un proiettile entrato posteriormente ed uscito anteriormente. Un proiettile sparato da una diversa direzione non avrebbe potuto provocare una ferita con la forma e le caratteristiche di quella riportata da Kennedy. Le fotografie dell’autopsia mostrano un’apertura a “rosa” verso l’esterno delle ossa craniche che un proiettile proveniente frontalmente o lateralmente non avrebbe potuto di certo provocare. Nemmeno ipotizzare, come azzardano taluni complottisti, che due proiettili distinti, sparati uno da dietro ed uno da destra, abbiano colpito contemporaneamente la testa del presidente rimuove l’impossibilità, data l’apertura a “rosa” delle ossa craniche, di riscontrare gli effetti di uno sparo laterale.

La tempia di Kennedy rimase intatta, il proiettile entrò posteriormente nella teca cranica, facendo esplodere la calotta e provocando una violenta fuoriuscita di massa cerebrale che spinse la testa del presidente prima, quasi impercettibilmente in avanti e poi violentemente indietro e a sinistra, in direzione opposta a quella dello scoppio, con un movimento simile a quello di chi emerge dall’acqua e ruota la testa indietro per non far ricadere i capelli in faccia. Ben prima che il premio Nobel per la fisica Luis Alvarez spiegasse nel 1976 il movimento indietro ed a sinistra della testa di Kennedy facendo ricorso al cosiddetto ”effetto jet”, i medici e gli esperti di balistica interpellati dalla commissione Warren avevano fatto notare che il movimento apparentemente bizzarro del capo del presidente era imputabile ad uno spasmo nervoso e non presupponeva affatto che il proiettile provenisse lateralmente o frontalmente.

Trascorsero poco più di otto secondi dal primo al terzo sparo e non ce ne fu un quarto. La commissione Warren, mostrando agli occhi dei complottisti un atteggiamento sbrigativo ed omissivo, ritenne che i testimoni che avessero contato più di tre detonazioni fossero stati ingannati dall’eco o dalla propria immaginazione. La credibilità di tale conclusione parve vacillare nel dicembre del 1978, quando il professor Robert Blakey, direttore dello staff investigativo dell’House Select Committee, commissionò un riesame del tracciato audio della sparatoria, attribuito alla radio di servizio del poliziotto motociclista McLain, rimasta inavvertitamente accesa. I periti acustici incaricati affermarono che il nastro conteneva non tre, ma quattro spari. Preso atto di questa risultanza scientifica, la commissione parlamentare, pur in assenza di altre prove, si vide costretta ad ammettere l’esistenza di un secondo tiratore appostato sulla collinetta erbosa e di un quarto sparo andato fuori bersaglio. L’illusione dei complottisti di aver trovato finalmente, dopo tante menzogne e depistaggi, un riscontro oggettivo ai loro sospetti ebbe però breve durata. Circa un anno dopo la pubblicazione del rapporto finale della commissione, Steve Barber, un giovane studente che aveva acquistato la registrazione attribuita alla radio di McLain allegata ad un periodico, si accorse, ascolto dopo ascolto, della presenza di una voce che intimava: “Mantenete tutto al sicuro”. I tecnici dell’FBI si incaricarono quindi di riesaminare la traccia e non solo confermarono la scoperta di Barber, attribuendo quella voce allo sceriffo Bill Decker intento a dare istruzioni via radio ai suoi uomini un minuto dopo la sparatoria, ma chiarirono anche che quelli che sembravano spari erano in realtà fruscii. Negli anni successivi studi indipendenti condotti dall’Accademia delle Scienze e dal Comitato Nazionale delle Ricerche giunsero alle stesse conclusioni. Analizzando i filmati della scena del delitto risultò evidente che la posizione assegnata dai periti dell’HSCA a McLain, all’angolo tra Houston ed Elm Street, era errata. L’agente motociclista, come aveva sempre sostenuto senza essere creduto dalla commissione parlamentare, si trovava al momento degli spari a circa 150 metri dalla limousine presidenziale, all’incrocio tra Houston e Main Street. Inoltre la registrazione analizzata dai periti non poteva provenire dalla sua radio, poiché dopo la sparatoria aveva seguito a sirena spiegata la limousine presidenziale al Parkland Hospital e sul nastro non vi era affatto il rumore di una sirena. Indagini più accurate stabilirono che la registrazione era stata effettuata da una motoveicolo a tre ruote posizionato al Trade Mart, il luogo in cui Kennedy avrebbe dovuto pronunciare un discorso, troppo lontano da Dealey Plaza perché gli spari fossero udibili.

Il terzo ed ultimo sparo scatenò il panico tra gli spettatori, alla vista del presidente colpito alla testa e della first lady imbrattata del sangue del marito protesa sul baule della limousine alcuni rimasero impietriti, altri si gettarono a terra, altri ancora corsero verso la collinetta erbosa. Anche l’insegnate Jean Hill e la sua amica Mary Moorman, che si trovavano sul lato sinistro di Elm Street a pochi passi da Charles Brehm, dopo un paio di minuti di smarrimento si diressero verso la collinetta erbosa.

Intervistata da una televisione locale mezz’ora dopo la sparatoria Jean Hill rispose con un secco no quando le chiesero se avesse notato qualcosa di sospetto. Alcuni mesi più tardi, al cospetto della commissione Warren si mostrò invece di tutt’altro avviso. Dichiarò di aver udito tre spari in rapida successione e poi dopo una breve pausa altri due o tre. Il modo in cui le fucilate risuonarono la convinse della presenza di più di un tiratore. Indicò con sicurezza nella collinetta erbosa difronte al corteo presidenziale la provenienza degli spari. Aggiunse di aver visto un uomo disarmato correre sulla cima della collinetta e di aver pensato che fosse uno degli attentatori e quindi di essersi istintivamente lanciata al suo inseguimento. Si azzardò persino a descrivere l’uomo in fuga: indossava un soprabito scuro ed un cappello e somigliava a Jack Ruby, l’assassino di Lee Harvey Oswald. Questo dettaglio rende la testimonianza della Hill del tutto priva di credibilità. E’ infatti accertato che negli istanti in cui il presidente Kennedy veniva colpito a morte Ruby si trovava nella redazione del Dallas Morning News, intento a dettare una inserzione pubblicitaria per il suo locale notturno, il Carousel Club.

Con ogni probabilità fu vittima di una suggestione mediatica anche un’altra testimone non interrogata dalla commissione Warren: Julia Ann Mercer, che confidò al procuratore di New Orelans Jim Garrison di aver visto nei pressi della collinetta erbosa, un’ora prima della sparatoria in Dealey Plaza, Ruby alla guida di un furgone da cui era sceso un uomo armato di fucile.

Per i sostenitori della teoria del complotto la testimonianza della Hill è oro colato, in quanto smentisce le conclusioni della commissione Warren. In realtà le fotografie della Dealey Plaza negli istanti successivi alla sparatoria mostrano che l’insegnate e la sua amica attraversarono Elm Street e si diressero verso la collinetta erbosa più di due minuti dopo l’ultimo sparo. L’affermazione riguardo all’inseguimento dell’assassino in fuga appare pertanto inverosimile e non stupisce che la commissione Warren non abbia tenuto in grande considerazione nessun elemento della testimonianza della Hill.

Nel corso degli anni la fantasia della Hill si sbizzarrì aggiungendo nuovi dettagli a sostegno della teoria del complotto. Nel 1986 dichiarò di aver visto un uomo sparare dalla palizzata di legno sulla collinetta. Tre anni più tardi completò il quadro descrivendo un lampo di luce sulla collinetta.

Non appena il corteo presidenziale sparì sotto il cavalcavia ferroviario i poliziotti presenti in Dealey Plaza cercarono di reagire allo shock raccogliendo elementi e testimonianze per ricostruire la dinamica dell’attentato. L’agente Clay Haygood, che al momento della sparatoria si trovava ancora in Main Street, parcheggiò la sua moto poco prima del cavalcavia, poi salì sulla collinetta per avere una visuale completa della piazza e discutere sul da farsi con un collega appostato sul ponte della ferrovia. Fu probabilmente quello spostamento verso la collinetta ad ispirare a Jean Hill il suo fantasioso racconto sull’inseguimento dell’assassino.

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