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Dossier: JFK DALLAS 1963

Oltre all’approvazione di colleghi e superiori, Specter non tardò a ricevere conferme anche sul piano scientifico. I test balistici indipendenti effettuali dall’FBI e dall’esercito nella primavera del 1964 conclusero che la pallottola che colpì Kennedy al collo possedeva ancora energia sufficiente per provocare tutte le ferite subite da Connally. Le prove effettuate dai tecnici dell’esercito nell’arsenale di Edgewood nel Maryland furono particolarmente accurate e contemplarono persino l’uso di teschi umani riempiti di gelatina, braccia di cadaveri e capre vive coperte di strati di stoffa.

Per i teorici della cospirazione quel ritardo nella reazione di Connally, quantificabile in circa tre quarti di secondo, rimane inspiegabile. In realtà, come Warren e McCloy avevano visto con i propri occhi sui campi di battaglia, non esistono parametri statistici che definiscano entro quali tempi un ferito manifesti dolore o qualunque altra reazione. Ogni corpo umano colpito da un proiettile ha tempi e modalità di reazione propri. Basti pensare che il governatore del Texas quando giunse al Parkland Hospital reggeva ancora in mano il cappello, nonostante avesse il poso fratturato.

Al di là dei tempi di percezione e di reazione di Connally, intorno al fotogramma 224 del filmato di Zapruder si può osservare che il bavero della sua giacca si solleva come se qualcosa fosse passato tra il suo corpo e l’indumento. Nel fotogramma precedente, il 223, Kennedy appare colpito alla schiena. Il tempo che intercorse tra il ferimento del presidente e quello del governatore fu ben inferiore ai tre quarti di secondo, nonostante la reazione relativamente tardiva di Connally.

La prova visiva offerta dal filmato di Zapruder non scalfisce comunque la granitica convinzione dei complottisti secondo cui il reperto 399 si presenta troppo integro per aver attraversato due corpi. I proiettili incamiciati, full metal jacket, come quelli sparati su Dealey Plaza possono attraversare più corpi senza subire danni evidenti, inoltre se perdono velocità prima di raggiungere il bersaglio ed impattano contro tessuti molli è improbabile che si deformino o si frantumino. Al contrario quando un proiettile raggiunge un osso dopo aver coperto una brevissima distanza e quindi alla sua massima velocità, oltre 670 metri al secondo, tende a deformarsi o addirittura a frantumarsi. Le prove effettuate in tempi recenti con manichini balistici, riproducendo la distanza tra tiratore e bersaglio verificatasi a Dallas la tragica mattina del 22 novembre 1963, dimostrano che la relativa integrità del reperto 399 non ha nulla di magico.

Le circostanze del ritrovamento del reperto 399, ad opera di Darrell Tomlinson, un tecnico del Parkland Hospital, hanno suggerito ai complottisti che qualcuno dei congiurati avrebbe potuto agevolmente collocare una pallottola sotto il materassino di gomma della barella di Connally per sviare le indagini ed avvalorare così la teoria del tiratore solitario. Tale manovra avrebbe però richiesto ai congiurati straordinarie doti di preveggenza, poiché quando Tomlinson trovò la pallottola nessuno poteva sapere fino a che punto una falsa prova sarebbe stata utile a proteggere il complotto. Anzi, nel caso in cui i proiettili realmente sparati contro il corteo presidenziale fossero stati ritrovati quella falsa prova avrebbe messo in evidenza una oscura macchinazione.

Sul piano scientifico oggi possono sussistere ben pochi dubbi che il reperto 399 abbia attraversato il corpo di Connally. Alla fine degli anni ’70 la commissione parlamentare (HSCA) incaricata di riesaminare il lavoro diretto da Warren più di un decennio prima concluse, alla luce di esami scientifici, che i frammenti trovati nel polso del governatore corrispondevano, con una probabilità del 97%, a quelli mancanti dal reperto 399, rinvenuto quasi intatto, ma non perfettamente intatto.

Un altro argomento caro ai teorici del complotto, celebrato con grande efficacia dal film di Oliver Stone, è la supposta traiettoria a zig-zag che la pallottola “magica” avrebbe dovuto percorrere per ferire sia il presidente che il governatore del Texas. Ovviamente non ci fu alcuna traiettoria a zig-zag, per il semplice fatto che Connally era seduto su di uno strapuntino della limousine, con il torso rivolto verso destra, più in basso e più all’interno rispetto a Kennedy. Se si considera l’effettiva posizione del governatore, l’allineamento delle sette ferite prodotte su due degli occupanti della limousine risulta perfetto, senza alcuna offesa né alla fisica, né alla balistica.

Tra il secondo ed il terzo sparo, al fotogramma 313 del filmato di Zapruder, intercorsero un paio di secondi. L’assassino corresse il tiro e mirò alla testa del presidente che si trovava a circa ottanta metri di distanza. Il proiettile penetrò nella parte posteriore del cranio di Kennedy con un angolo di impatto di 15 gradi e fuoriuscì nella zona fronto-parietale destra provocando una vasta ferita con un diametro di 13 centimetri.

Nellie Connally udì distintamente il terzo sparo poi fu investita da schizzi di sangue e brandelli di tessuto cerebrale azzurrognolo, alla commissione Warren dichiarò: “Era come se dei pallettoni da caccia cadessero tutto intorno a noi”. Il governatore accasciato sul grembo della moglie ricordò di aver visto sui propri pantaloni “un frammento di tessuto cerebrale grosso quanto il mio pollice” e poi di aver urlato: “Oh no, no, no … Dio mio ci ammazzeranno tutti!”

Quel pulviscolo di sangue e tessuti investì anche la first lady che reagì d’istinto salendo sul sedile e tentando di arrampicarsi sul baule della limousine per recuperare un frammento del cranio del marito. Nella sua deposizione alla commissione Warren Jackie disse di non ricordare quella reazione istintiva e disperata e di averne preso coscienza soltanto dopo la visione delle immagini della sparatoria. Nella sua memoria erano rimasti impressi gli istanti successivi, quando aveva stretto in grembo la testa grondante di sangue di suo marito ed aveva urlato: “Ti amo Jack.”

Il governatore Connally riferì di aver sentito Jackie lanciare anche un altro grido: “Hanno ucciso mio marito…ho il suo cervello qui su una mano.”

Charles Brehm, un reduce dello sbarco in Normandia che si trovava in compagnia del figlioletto a non più di sei metri dalla limousine presidenziale, dichiarò all’FBI che gli spari provenivano da uno dei due edifici all’intersezione tra Houston ed Elm street. La commissione Warren prese atto della sua testimonianza, ma non ritenne opportuno interrogarlo. Anche i coniugi Connally, pur non essendo affatto persuasi dalla teoria della pallottola “magica”, affermarono che tutti gli spari provenivano dalla direzione del Book Depository, alle spalle del corteo.

All’echeggiare del primo sparo, l’agente del Secret Service Clinton Hill saltò giù dall’auto che seguiva la limousine presidenziale per correre verso Kennedy e proteggerlo; con uno scatto riuscì ad afferrare il mancorrente fissato al paraurti posteriore della limousine e ad appoggiare il piede sul minuscolo predellino sinistro. In quel momento Jackie si era arrampicata sul baule e rischiava, a causa della brusca accelerazione della limousine, di essere sbalzata in strada e travolta dall’auto di scorta. Hill ebbe la prontezza di spingerla all’interno dell’abitacolo impedendole di cadere. Fu l’unico eroe di quella giornata nera per gli apparati di sicurezza degli Stati Uniti, nonostante la sera prima avesse infranto le rigide regole del Secret Service, concedendosi, in compagnia dei colleghi, uno scotch con soda in un locale notturno di Fort Worth.

L’unico proiettile che colpì il cranio del presidente si frantumò, due frammenti furono rinvenuti all’interno dell’abitacolo della limousine, altri causarono lievi danni al parabrezza ed alla sua cornice cromata. Alcuni teorici del complotto attribuiscono queste scalfitture ad altri proiettili, a loro avviso sparati, come quello che raggiunse la testa del presidente, frontalmente o lateralmente rispetto al corteo, con ogni probabilità dal poggio erboso. L’inspiegabile fretta con cui la limousine fu ripulita dopo l’attentato costituirebbe una prova della volontà dei congiurati di rimuovere tutte le tracce in contrasto con la teoria del tiratore solitario appostato al quinto piano del deposito di libri. Il movimento indietro ed a sinistra della testa di Kennedy all’impatto con il proiettile, testimoniato dalle immagini del filmato di Zapruder, sarebbe poi la prova lampante ed inconfutabile che almeno un secondo tiratore era appostato sulla collinetta erbosa. Le ricostruzioni fantasiose della sparatoria in Dealey Plaza arrivano a contare sino a quattro tiratori. I fatti accertati raccontano però una realtà ben diversa. Né sulla collinetta erbosa, né in qualunque altro luogo diverso dal quinto piano del deposito di libri furono rinvenuti armi o bossoli.

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