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Dossier: JFK DALLAS 1963

L’errore di identificazione commesso dal vicesceriffo Weitzman non fu grossolano. In effetti, il Mauser ed il Mannlicher-Carcano 91/38, noto fuori dai confini italiani anche con il nome di Mauser-Parravicino, si somigliano molto per forma, dimensioni e prestazioni. Soltanto un occhio molto attento avrebbe potuto distinguerli con sicurezza, resistendo alla tentazione, molto diffusa tra gli esperti di armi d’oltreoceano, di denominare “Mauser” qualsiasi carabina militare di fabbricazione europea. Assai meno giustificabile appare invece l’affermazione del vicesceriffo Craig riguardo alla presenza della scritta “Mauser” incisa sull’arma trovata al sesto piano del deposito di libri. Infatti, le carabine Mauser, di fabbricazione tedesca o svedese, riportano molto raramente tale incisione.

Durante la sua affannosa fuga lungo Jefferson Boulevard Oswald non fece nulla per passare inosservato. Il commesso di un negozio di scarpe, Johnny Calvin Brewer, che aveva appena appreso dalla radio dell’attentato al presidente e della sparatoria nel quartiere di Oak Cliff, notò un giovane dall’aspetto impaurito davanti alle sue vetrine. Non appena un’auto della polizia che stava percorrendo Jefferson Boulevard invertì la marcia e si allontanò, il giovane si rimise in cammino. Incuriosito da quel comportamento furtivo, Brewer decise di seguirlo. Un paio di porte oltre il negozio di scarpe si trovava un cinema, il Texas Theatre, Brewer vide il giovane entrare in sala senza preoccuparsi di pagare il biglietto, non ebbe quindi difficoltà a convincere la cassiera, Julie Postal, a chiamare la polizia. In attesa dell’arrivo di una volante, Brewer si premurò di controllare le uscite posteriori del cinema.

Alle 13,45 la radio della polizia informò tutte le pattuglie che un individuo sospetto era appena entrato nel Texas Theatre su Jefferson Boulevard. In pochi minuti più di una ventina di agenti conversero sull’obiettivo. Tutti gli accessi al cinema furono presidiati, la proiezione del film Un eroe di guerra fu bruscamente interrotta ed in sala furono accese le luci per consentire a Brewer, salito sul palco in compagnia di alcuni agenti, di indicare l’individuo sospetto.

Oswald non si consegnò docilmente, prima che gli agenti riuscissero ad immobilizzarlo estrasse il revolver che teneva infilato nella cintura e tentò di fare fuoco. Fortunatamente un agente riuscì a bloccare il percussore dell’arma con la propria mano. Una volta in manette, Oswald protestò a viva voce contro la brutalità della polizia.

Alla centrale, Oswald fu messo a confronto con Howard Brennan che disse di non riconoscerlo come l’uomo che aveva visto armato di fucile alla finestra del quinto piano del deposito di libri. In seguito Brennan ammise di aver mentito in quell’occasione per proteggere sé stesso e la sua famiglia dalle ritorsioni dei cospiratori, probabilmente comunisti, che avevano organizzato l’assassinio del presidente.

Tra le 14,30 del 22 novembre e le 11 del 24, Oswald fu interrogato a più riprese per un totale di circa dodici ore. Le domande che gli furono poste e le risposte che fornì non vennero né registrate né verbalizzate. Di quelle lunghe ore di interrogatori non rimangono che una memoria redatta nei giorni successivi alla morte di Oswald dal capitano Fritz e la dichiarazione resa dallo stesso capitano alla commissione Warren.

Informato del suo diritto a ricevere assistenza legale, Oswald rifiutò l’assegnazione di un avvocato d’ufficio e chiese di contattare John Abt, noto difensore degli esponenti dell’estrema sinistra americana e persino di soggetti accusati di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica. Probabilmente Oswald aveva conosciuto la reputazione di Abt grazie alla rivista The Daily Worker a cui era abbonato. Le telefonate allo studio ed all’abitazione di Abt rimasero senza risposta.

Nel pomeriggio di sabato 23 novembre Oswald ricevette la visita di Louis Nichols, presidente dell’ordine degli avvocati di Dallas, che poté verificare che i diritti dell’accusato erano stati rispettati. Oswald ribadì a Nichols di ambire alla difesa di Abt, chiarì inoltre che se questi non si fosse reso disponibile allora si sarebbe orientato verso un avvocato membro dell’American Civil Liberties Union e soltanto come ultima scelta si sarebbe affidato ad un legale di Dallas.

Anche senza l’aiuto dei consigli di un avvocato Oswald non si compromise, riconobbe di aver resistito all’arresto, ma respinse ostinatamente ogni altra accusa, ricorrendo alla negazione dell’evidenza delle prove a suo carico oppure ad un silenzio sprezzante. In una breve dichiarazione rilasciata ai giornalisti che assediavano la centrale di polizia si definì un capro espiatorio.

Oswald non seppe spiegare perché fosse entrato in un cinema con una rivoltella infilata nella cintura, ma negò di averla usata quel giorno, sia contro l’agente Tippit, sia in qualunque altra circostanza. Il test dei nitrati, effettuato la sera del 22 novembre, risultò positivo sulla mano e negativo sulla guancia. E’ dunque certo che Oswald sparò prima del suo arresto. La piena compatibilità dei bossoli rinvenuti all’incrocio tra la decima strada e Patton Avenue con il suo revolver e le dichiarazioni dei testimoni oculari lasciano ben pochi dubbi sulla responsabilità di Oswald nell’omicidio di Tippit. D’altra parte, l’esito negativo della rilevazione di tracce di sparo sulla guancia di Oswald non lo scagiona affatto dall’accusa di aver assassinato il presidente Kennedy. Chi spara con un fucile risulta tendenzialmente positivo al test dei nitrati sulla guancia. Tuttavia può accadere anche il contrario. Non si può pertanto escludere che Oswald avesse sparato anche con un fucile prima di rifugiarsi nel Texas Theatre.

Oswald negò di possedere un fucile e disse di aver acquistato il suo revolver a Fort Worth. Le dichiarazioni di sua moglie Marina ed i riscontri prontamente disposti dal capitano Fritz lo smentirono. Quando nel pomeriggio del 22 novembre gli investigatori della polizia di Dallas si presentarono ad Irving presso l’abitazione di Ruth Paine, Marina dichiarò che suo marito conservava un fucile in garage. Gli agenti trovarono soltanto la coperta in cui era stato avvolto. Durante la perquisizione furono rinvenute anche un paio di fotografie che ritraevano Oswald armato di un revolver e di un fucile simile a quello ritrovato al quinto piano del deposito di libri. Marina confermò di aver scattato personalmente quelle fotografie. Quando il capitano Fritz gli mostrò le immagini compromettenti appena sequestrate Oswald sogghignò dicendo che si trattava di grossolani fotomontaggi.

Sugli ordini di acquisto per corrispondenza del revolver in possesso di Oswald al momento dell’arresto e del fucile Mannlicher-Carcano ritrovato al quinto piano del deposito di libri compariva la firma A.J. Hidell. Benché avesse nel portafoglio un falso documento d’identità, corredato da una sua fotografia, intestato ad Alek James Hidell, Oswald negò di aver mai fatto acquisti per corrispondenza con quel nome. Non volle nemmeno fornire spiegazioni su quel falso documento. I periti dell’FBI e del dipartimento del Tesoro affermarono che la grafia delle firme in calce agli ordini di acquisto delle armi era compatibile con quella di Oswald. Nel corso del suo ultimo interrogatorio, la mattina del 24 novembre, Oswald ammise di aver affittato presso un ufficio postale di Dallas la casella 2915, ma ribadì di non aver mai ricevuto un pacco indirizzato ad Hidell. Tutti i documenti relativi alla spedizione delle armi riportavano come indirizzo del destinatario la casella postale 2915 di Dallas.

Le impronte digitali di Oswald furono trovate sui cartoni usati dall’assassino per preparare la sua postazione di tiro. Più problematica si rivelò invece l’analisi del Mannlicher-Carcano. Il tenente Day del dipartimento di polizia di Dallas non tardò a rendersi conto che il legno del fucile era troppo poroso per conservare nitidamente delle impronte digitali. Passò quindi ad esaminare le parti metalliche finché trovò, in prossimità del grilletto, due impronte parziali. Poco prima della mezzanotte del 22 novembre, il Mannlicher-Carcano fu inviato ai laboratori dell’FBI a Washington, dove il professor Sebastian F. Latona condusse un esame più approfondito, concludendo che le impronte rilevate sulle parti metalliche erano latenti e non consentivano una sicura identificazione.

Prima di consegnare il Mannlicher-Carcano il tenente Day aveva sollevato con materiale adesivo un’impronta palmare in una parte del fucile inaccessibile quando è montato, cioè nella parte inferiore della canna , protetta da una copertura in legno. Essendo convinto che i rilievi sulle parti metalliche in prossimità del grilletto fossero sufficienti per giungere ad una identificazione, Day non aveva informato i colleghi dell’FBI di ciò che aveva trovato smontando il fucile. Quando, due giorni dopo la morte di Oswald, l’FBI avocò a sé l’inchiesta, Day inviò a Washington tutto il materiale in suo possesso, compreso il foglio adesivo con cui aveva staccato dalla parte inferiore della canna un’impronta palmare. Il professor Latona non ebbe allora difficoltà ad attribuire quell’impronta ad Oswald. La sua valutazione fu confermata ad un’indagine indipendente condotta da Arthur Mandella, consulente del dipartimento di polizia di New York.

Molti anni più tardi furono rinvenute presso il dipartimento di polizia di Dallas le fotografie delle impronte parziali rilevate dal tenente Day sulle parti metalliche del Mannlicher-Carcano in prossimità del grilletto. Gli esami condotti su tali reperti con tecnologie più sofisticate di quelle disponibili negli anni ’60 dimostrarono che appartenevano anch’esse ad Oswald.

L’esito solo parzialmente positivo del test dei nitrati e quello negativo della rilevazione delle impronte digitali sul Mannlicher-Carcano non indebolirono i sospetti degli inquirenti nei confronti di Oswald che, oltre ad aver acquistato e detenuto le armi che avevano ucciso il presidente Kennedy e l’agente Tippit, non era in grado di giustificare il suo bizzarro comportamento dopo le 12,30 del 22 novembre. Alla domanda del capitano Fritz sulle ragioni che lo avevano spinto, dopo l’attentato al presidente, ad abbandonare il posto di lavoro senza avvisare il suo responsabile, Oswald rispose dicendo di aver ricevuto dal collega Bill Shelley l’invito a tornarsene a casa. Shelley negò di aver visto Oswald dopo mezzogiorno o in qualsiasi momento dopo la sparatoria in Dealey Plaza. Un altro impiegato del deposito di libri, James Jarman Junior, smentì l’alibi di Oswald negli istanti in cui il presidente veniva colpito a morte, affermando di aver pranzato da solo intorno a mezzogiorno e non trenta minuti più tardi in compagnia di Oswald.

Mentre le domande del capitano Fritz si infrangevano contro un muro di menzogne e di silenzi, i giornalisti presero d’assalto la centrale di polizia. Entro ventiquattro ore dall’assassinio del presidente più di ottocento giornalisti americani e stranieri raggiunsero Dallas, molti di essi non ebbero difficoltà ad accedere all’edificio in cui Oswald era detenuto. Secondo la testimonianza resa alla commissione Warren da un agente dell’FBI, i corridoi della centrale si presentavano affollati come la Grand Central Station di New York all’ora di punta o come lo Yankee Stadium in occasione di una finale. Cineoperatori, fotografi e giornalisti vagavano pressoché indisturbati per gli uffici alla spasmodica ricerca di immagini e di notizie sensazionali, intralciando il lavoro degli investigatori. Nel tentativo di placare le insistenze dei giornalisti ed allentare il loro assedio ai locali della centrale, il capo della polizia Jesse Curry autorizzò, intorno alla mezzanotte di venerdì, una conferenza stampa. Circa un centinaio di giornalisti furono stipati in un locale sotterraneo dove le risposte di Oswald quasi si perdevano nel frastuono delle molteplici domande e delle grida dei fotografi e dei cameramen per ottenere una inquadratura migliore.

Il gestore di un night club di Dallas, Jakob Rubenstein, che dal 1947 aveva assunto legalmente il nome di Jack Ruby, non esitò a mescolarsi a questa folla di reporter. Come confidò alla sorella, l’assassinio del presidente lo aveva sconvolto più della morte dei genitori. Ardeva dal desiderio di guardare negli occhi l’uomo malvagio che aveva inferto un dolore così grande a Jacqueline ed alla nazione intera. Nella mente sconvolta di Ruby si era imposta l’idea assurda che la colpa di un delitto tanto atroce sarebbe ricaduta sulla comunità ebraica a cui apparteneva. Del tutto incapace di distinguere le sue ossessioni dalla realtà, Ruby tra sabato e domenica mattina rimuginò dentro di sé alla ricerca di un modo per dimostrare all’America il patriottismo degli ebrei, salvandoli così dalla minaccia di una nuova persecuzione, senza tuttavia giungere a pianificare l’omicidio di Oswald. Molto probabilmente il proposito di vendicare il presidente Kennedy uccidendo il suo assassino nacque all’improvviso, senza premeditazione.

Domenica 24 novembre Ruby si recò in compagnia della sua adorata cagnetta Sheba presso gli uffici della Western Union per inviare 25 dollari ad una sua spogliarellista che si trovava in difficoltà a pagare l’affitto. Come attesta il timbro stampigliato sul vaglia, erano le 11 e 17 minuti quando Ruby concluse l’operazione. Una volta fuori dall’edificio della Western Union, Ruby notò in fondo al viale, a poco più di trecento metri da lui, una folla di giornalisti e di curiosi davanti alla rampa di accesso al seminterrato della centrale di polizia. Senza curarsi della cagnetta che aveva lasciato in auto, si diresse, come sospinto da una voce interiore, verso quella folla.

L’abbandono del proprio bassotto da parte di un soggetto descritto dai conoscenti nelle dichiarazioni rese all’FBI come morbosamente legato ai suoi cani, a cui si rivolgeva chiamandoli “figli”, appare rivelatore di una assenza di pianificazione. Nemmeno la decisione di portare con sé quella mattina un revolver depone a favore della premeditazione, in quanto Ruby, un individuo violento ed iracondo, cresciuto negli ambienti malfamati e malavitosi di Chicago, con un passato da buttafuori e diversi precedenti penali per reati minori, era solito circolare armato.

Il trasferimento di Oswald alla prigione della contea era previsto per le 10, ma alcuni contrattempi avevano impedito di rispettare quell’orario, reso noto ai giornalisti. Intorno alle 11,20 una settantina di agenti ed alcune decine di giornalisti, fotografi e cineoperatori si accalcavano nel seminterrato della centrale di polizia in attesa di veder sfilare il presunto assassino del presidente. Nella notte tra sabato e domenica erano giunte telefonicamente alcune minacce di morte contro Oswald, ciò nonostante il capo della polizia Curry aveva disposto che la stampa e le televisioni potessero assistere al trasferimento del prigioniero. Le misure di sicurezza approntate furono applicate con una certa negligenza. Molti reporter dovettero identificarsi prima di accedere al seminterrato, altri invece furono fatti passare senza alcun controllo. Tra di essi si insinuò, senza avvalersi, almeno secondo la ricostruzione della commissione Warren, di nessuna complicità, Jack Ruby che riuscì a raggiungere indisturbato la porta dalla quale, alle 11,21, Oswald uscì scortato da tre detective. Oswald non poté percorrere più di dieci metri, Ruby, sgusciando tra un giornalista ed un detective, gli si parò davanti, estrasse il suo revolver calibro 38 e fece fuoco una sola volta, urlando: “Hai ucciso il mio presidente, topo di fogna!”

Oswald si accasciò privo di conoscenza a causa della gravissima ferita riportata all’addome, fu trasportato d’urgenza al Parkland Hospital, dove fu dichiarato morto poco dopo le 13.

L’infermità mentale di Ruby è ampiamente accertata. Durante la sua detenzione presso la prigione della contea di Dallas, Ruby diede, soprattutto dopo la condanna la condanna a morte in primo grado per l’omicidio di Oswald, evidenti segni di un profondo disagio mentale. Nell’aprile del 1964 tentò il suicidio prima procurandosi delle ferite con i cocci di un bicchiere, poi scagliandosi con violenza contro le mura della cella. A seguito di questi episodi di autolesionismo l’avvocato di Ruby, che nel processo di primo grado aveva senza successo impostato la strategia difensiva sull’infermità mentale del suo cliente, incaricò di una perizia il dottor Louis West, professore di psichiatria presso il Medical Center dell’università dell’Oklahoma. Dopo aver ascoltato a lungo le farneticazioni di Ruby sullo sterminio degli ebrei, ordinato dal governo di Washington come rappresaglia all’assassinio di Oswald, il dottor West lo giudicò affetto da una grave psicosi e bisognoso di cure ospedaliere. Un altro psichiatra di Dallas, Robert Stubblefield, incaricato dal giudice d’appello ad esprimere un parere sulla salute mentale di Ruby, concordò con la diagnosi di West.

Qualche mese più tardi, all’inizio di giugno del 1964, il presidente Warren volle raccogliere personalmente la testimonianza di Ruby, che inizialmente si mostrò abbastanza lucido e razionale. Prima ancora di prestare giuramento, Ruby chiese di essere sottoposto all’esame della “macchina della verità” per fugare ogni dubbio sull’attendibilità delle sue affermazioni. Per conquistarsi la fiducia del testimone, Warren si impegnò, senza riflettere sulle implicazioni, a soddisfare tale richiesta. Ottenuta la rassicurazione che desiderava, Ruby fornì un resoconto lungo e contorto delle giornate dal 22 al 24 novembre. Alternando momenti di lucidità a momenti di concitazione che rendevano il suo racconto incoerente e difficile da seguire, negò sia di aver mai conosciuto Oswald, sia di aver fatto parte di un complotto per metterlo a tacere. Respinse con forza anche l’accusa di essere stato istigato ad uccidere da esponenti della criminalità organizzata. Ribadì che la decisione di vendicare la morte del presidente Kennedy con il sangue di Oswald si era affacciata nella sua mente soltanto la domenica mattina, quando aveva appreso dai giornali che Jacqueline avrebbe dovuto affrontare il supplizio di tornare a Dallas per testimoniare.

Ruby stava parlando da meno di un’ora quando l’angoscia per la sorte del popolo ebraico, vittima in tutto il paese di un pogrom tanto immaginario quanto feroce, che non risparmiava neppure orrende mutilazioni ai bambini, unita al timore di essere ucciso se fosse rimasto a Dallas, offuscò del tutto la sua mente. Dopo oltre tre ore di allucinati sproloqui, il presidente della corte suprema dovette rassegnarsi a porre fine alla deposizione.

I teorici del complotto nel sintetizzare il contenuto delle dichiarazioni di Ruby pongono l’accento soltanto sui suoi timori per la propria incolumità, tacendo o minimizzando il suo stato di confusione mentale, al fine di lasciare intendere che la commissione Warren non avesse alcun interesse né ad ascoltare né a proteggere un testimone chiave. Tale accusa è confutata dai fatti. Nel luglio del 1964, Warren mantenne l’impegno che aveva assunto con Ruby incaricando i tecnici dell’FBI a sottoporlo al test del poligrafo. Alle domande cruciali Ruby fornì le stesse risposte che aveva dato mese prima, tuttavia il test non fu giudicato attendibile, in quanto i tracciati del poligrafo ricavati da un individuo psicotico, e quindi avulso dalla realtà, non potevano essere interpretati logicamente.

Dopo la condanna in appello all’ergastolo Ruby non visse a lungo, gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni che lo uccise nel gennaio del 1967. La sua morte prematura accese la fantasia dei complottisti che non esitarono ad evocare l’intervento della CIA o del crimine organizzato per eliminare un testimone pericoloso. Non esistono prove di un qualunque legame tra Ruby e la CIA o qualsiasi altra agenzia governativa. Il suo breve soggiorno all’Avana, nell’agosto del 1959, in compagnia di un giocatore d’azzardo, Lewis McWillie, non adombra né una militanza politica, pro o contro Castro, né una qualsiasi missione al servizio della CIA. Anche l’affiliazione di Ruby alla criminalità organizzata, considerata certa dai complottisti, è in realtà assai improbabile. Benché autori come Bisiach, senza produrre alcuna prova convincente, accostino il nome di Ruby ai vertici di “cosa nostra”, nessuna inchiesta sul crimine organizzato negli Stati Uniti ha mai assegnato un ruolo di qualche rilievo allo psicotico gestore del Carousel Club di Dallas. Né i trascorsi con la giustizia, né la frequentazione di ambienti malavitosi bastano a trasformare Ruby in un “soldato” della mafia, pronto ad immolarsi per ordine di qualche “padrino”. Jack Ruby fu un uomo mentalmente disturbato ed un assassino solitario, esattamente come la sua vittima.


Bibliografia

PHILIP SHENON, Anatomia di un assassinio. Storia segreta dell’omicidio Kennedy, Milano, Mondadori, 2013.

FRANCOIS CARLIER, Elm Street. L’assassinat de Kennedy expliqué, Paris, Publibook, 2008.

VINCENT BUGLIOSI, Reclaiming history. The assassination of John F. Kennedy, New York, W.W. Norton&Company, 2007.

DIEGO VERDEGIGLIO, Ecco chi ha ucciso John Kennedy, Roma, Mancuso Editore, 1998.

JIM GARRISON, JFK sulle tracce degli assassini, Milano, Sperling Paperback, 1994.

GIANNI BISIACH, Il Presidente. John Fitzgerald Kennedy la lunga storia di una breve vita, Roma, New Compton Editori, 2013.


http://www.johnkennedy.it Studi e ricerche sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

Sito curato da Federico Ferrero

http://www.archives.gov/research/jfk/warren-commission-report/

Rapporto della Commissione Warren

http://www.archives.gov/research/jfk/select-committee-report/

Rapporto dell’House Select Committe on Assassinations

http://www.jdtippit.com/

Sito commemorative di J.D. Tippit

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