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Dossier: JFK DALLAS 1963

La versione della Clemons e dei coniugi Wrigth è resa irrilevante non solo dalle dodici testimonianze contrarie e dal considerevole ritardo con cui fu fornita, ma anche dagli spregiudicati metodi investigativi di Lane. L’avvocato complottista non esitò ad infangare la memoria dell’agente Tippit, un eroe di guerra, decorato più volte dalla polizia di Dallas, padre di tre figli, descritto dai colleghi come integerrimo, diffondendo un pettegolezzo, probabilmente raccolto in qualche bar, riguardante un incontro, avvenuto una settimana prima dell’assassinio del presidente nel night club di proprietà di Jack Ruby, tra Tippit ed un importante attivista anti-Kennedy. Interrogato dalla commissione Warren, Lane si rifiutò di rivelare le sue fonti.

Né gli investigatori dello staff della commissione Warren, né i giornalisti di Dallas trovarono alcun riscontro oggettivo all’ipotesi di un qualche legame tra Tippit, Ruby ed Oswald. Incuranti di tale mancanza, alcuni complottisti, tra cui Bisiach, non hanno tuttavia remore ad arruolare Tippit tra le fila dei congiurati.

Le dubbie testimonianze della Clemons e dei coniugi Wright furono accolte dal procuratore Garrison come un’insperata conferma dei suoi sospetti circa la manipolazione delle prove operata dal dipartimento di polizia di Dallas. La collocazione sulla scena del crimine di due uomini gli offriva una spiegazione finalmente plausibile del rinvenimento di bossoli di due differenti marche. A due marche di munizioni, pur dello stesso calibro, non potevano che corrispondere due armi e quindi due assassini e non uno solo come la polizia di Dallas, la commissione Warren e tutti i soggetti intenzionati a far sparire le tracce della congiura per uccidere il presidente Kennedy si erano sforzati di far credere. Tale equazione apparentemente convincente è smentita dai fatti.

Quando Oswald fu arrestato aveva con sé munizioni di marca Winchester Western e di marca Remington-Peters calibro 38. Pertanto non stupisce che quando Oswald fece fuoco sull’agente Tippit nel tamburo del suo revolver ci fossero munizioni di entrambe le marche. I periti balistici dell’FBI, Cortland Cunningham, Charles Chillion e Robert Frazier, accertarono che tutti i bossoli rinvenuti provenivano dal revolver acquistato da Oswald per posta sotto falso nome.

Ben più problematico si rivelò invece attribuire con certezza i quattro proiettili trovati nel corpo di Tippit all’arma che li aveva sparati. Né le munizioni Winchester Western, né quelle Remington-Peters erano ottimali per l’arma di Oswald, pertanto i proiettili tendevano a deformarsi in modo irregolare nel passaggio attraverso la canna, rendendo incerta qualsiasi comparazione. Soltanto uno dei periti consultati dalla commissione Warren, Joseph D. Nicol del dipartimento di investigazione criminale dell’Illinois, dichiarò di poter affermare con certezza che almeno uno dei proiettili estratti dal corpo di Tippit era stato sparato dal revolver di Oswald.

Ad indebolire la credibilità della ricostruzione fornita dagli inquirenti contribuì anche un’altra circostanza: dei quattro proiettili che avevano ucciso Tippit tre erano di marca Winchester Western ed uno di marca Remington-Peters, mentre tra i bossoli rinvenuti due erano di marca Winchester Western e due di marca Remington-Peters. Tale incongruenza fu spiegata, senza ovviamente riuscire a fugare i sospetti dei complottisti, ipotizzando che un bossolo Winchester Western fosse andato perduto e che uno dei bossoli Remington-Peters rinvenuti fosse stato esploso in precedenza e fosse rimasto nel tamburo del revolver finché Oswald non lo aveva svuotato durante la sua fuga dopo aver ucciso Tippit.

Almeno uno dei testimoni oculari, Ted Callaway, affermò di aver udito cinque spari. Se ciò fosse vero, oltre ad un bossolo Winchester Western, sarebbe andato perduto anche un proiettile, andato a vuoto, di una munizione Remington-Peters.

La carente professionalità degli agenti del dipartimento di polizia di Dallas fornì ai complottisti ancora altri argomenti per alimentare i sospetti di maldestri depistaggi. L’agente J.M. Poe, accorso tempestivamente sulla scena del delitto, dichiarò in un primo momento di aver apposto le proprie iniziali sui due bossoli consegnatigli da Benavides, poi difronte alla commissione Warren, nell’aprile del 1964, negò questo particolare. Dal momento che sui bossoli repertati non compaiono né etichette, né lettere incise, i complottisti sono disposti ad accettare come vera soltanto la prima versione fornita dall’agente Poe, che denuncia un grossolano inquinamento delle prove, e non la sua successiva smentita. Non è tuttavia inverosimile che Poe abbia confuso le intenzioni con le azioni, abbia pensato di contrassegnare i bossoli e poi non lo abbia fatto.

L’agente Poe non fu l’unico poliziotto di Dallas ad andare in confusione il 22 novembre 1963. Quasi negli stessi istanti in cui Tippit veniva freddato nel quartiere periferico di Oak Cliff, la minuziosa perquisizione del quinto piano del deposito di libri portava al rinvenimento prima di tre bossoli calibro 6,5 e poi dell’arma impiegata per attentare alla vita del presidente. Sotto una pila di scatoloni, il vicesceriffo Eugene Boone trovò, alle 13 e 22 minuti, un fucile dotato di un’ottica e di una tracolla in cuoio. Il capo della sezione omicidi, Will Fritz, chiese immediatamente al vicesceriffo Seymour Weitzman, noto tra i colleghi come esperto di armi, di identificare il fucile. Questi dopo una rapida occhiata lo riconobbe come un Mauser calibro 7,65 di fabbricazione tedesca. In seguito il vicesceriffo Roger Craig ricordò di aver notato la scritta “Mauser” incisa sul metallo dell’arma.

Si trattò banalmente di un errore di identificazione dovuto alla fretta ed alla superficialità e non certo di una manipolazione delle prove per nascondere un complotto. Come dimostrano senza alcun dubbio gli esami balistici effettuati, il fucile che colpì a morte Kennedy era un Mannlicher-Carcano 91/38, calibro 6,5 di fabbricazione italiana. Le tracce sui bossoli rivenuti al quinto piano del deposito di libri e sul proiettile estratto, quasi intatto, dalla coscia del governatore Connally sono perfettamente compatibili con il Mannlicher-Carcano, matricola C2766, acquistato da Oswald per posta sotto falso nome.

Tali evidenze sono irrilevanti per i complottisti, secondo cui il fucile italiano sarebbe un’arma talmente imprecisa ed inaffidabile da non poter centrare un bersaglio a meno di cento metri di distanza. Al contrario il Mauser tedesco sarebbe un’arma ideale per un tiro di precisione. Pertanto i congiurati avrebbero sparato al presidente con un Mauser, poi, avvalendosi di una capillare rete di complici, avrebbero fatto sparire l’arma tedesca per sostituirla con il fucile italiano riconducibile ad Oswald. Nel frattempo si sarebbero preoccupati anche di rendere coerenti con il Mannlicher-Carcano di Oswald bossoli e proiettili rinvenuti. Tale fantasiosa ricostruzione appare priva di ogni fondamento. La carabina Mannlicher-Carcano 91/38 non è affatto un’arma così inaffidabile come i complottisti amano descriverla. Bisiach, ad esempio, equivocando il linguaggio militare, la definisce “umanitaria” con l’intento di ridicolizzarne l’efficacia. In senso tecnico, il carattere umanitario di un’arma non è determinato né dalla sua inefficacia né dalla sua imprecisione, ma dalle munizioni che impiega. Quelle del Mannlicher-Carcano sono dotate di una camiciatura per evitare che il proiettile si frantumi, provocando ferite multiple e devastanti.

L’arma in dotazione all’esercito italiano ha caratteristiche del tutto analoghe a quelle delle carabine impiegate dagli altri eserciti europei nel secondo conflitto mondiale: garantisce il massimo della precisione sulla distanza di circa cento metri e può centrare un bersaglio ad oltre un chilometro. In altre parole, nessuna carabina militare, neppure quella del regio esercito italiano, ha prestazioni così scadenti da non essere precisa, affidabile e letale ad una distanza di un centinaio di metri. Pertanto, i congiurati, ammesso e non concesso che siano esistiti, non potevano avere nessuna valida motivazione per preferire un Mauser ad un Mannilicher-Carcano.

Come chiarì alla commissione Warren il maggiore Eugene Anderson, vicecomandante del comando tiratori di precisione del corpo dei marine, i tiri che avevano colpito il presidente al collo ed alla testa non richiedevano né una particolare abilità, né un’arma sofisticata. Lo specialista di armi da fuoco dell’FBI Robert Frazier aggiunse che Oswald non aveva avuto nessuna difficoltà a colpire il presidente con la sua arma da una distanza inferiore a cento metri, soprattutto grazie all’ausilio di un’ottica di produzione giapponese che, per quanto scadente e mal regolata, garantiva comunque quattro ingrandimenti.

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