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Dossier: JFK DALLAS 1963

Dopo appena un paio di isolati, Oswald spazientito dal procedere a passo d’uomo dell’autobus imbottigliato nel traffico chiese di scendere. L’autista prima di aprirgli la portiera perforò una seconda volta il suo biglietto, poiché non aveva usufruito per intero della corsa che aveva pagato.

Oswald raggiunse quindi a piedi la vicina stazione dei pullman della compagnia Greyhound con l’idea di prendere un taxi sino alla sua abitazione nel quartiere periferico di Oak Cliff. William Whaley, il tassista che per un dollaro lo condusse a destinazione, disse che Oswald rimase silenzioso durante tutto il tragitto e non fece nessun commento sulle diverse auto della polizia che incrociarono a sirene spiegate. Poco prima di giungere al 1026 di North Beckley Avenue, Oswald ruppe il silenzio per chiedere a Whaley di lasciarlo qualche isolato più avanti. Questo dettaglio fa pensare che Oswald passando davanti alla sua abitazione senza fermarsi volesse verificare che la polizia non lo avesse preceduto.

All’una Oswald entrò nella stanza che aveva affittato sotto il falso nome di O. H. Lee. Alla stessa ora il presidente Kennedy fu dichiarato morto. Era giunto al Parkland Hospital in condizioni disperate, gran parte dell’emisfero destro del cervello appariva devastata, il polso era debole, il respiro appena percettibile. Il primario, il dottor Malcom Perry, per tentare di facilitare la respirazione aveva praticato una tracheotomia in corrispondenza del foro di uscita del primo proiettile che aveva raggiunto il presidente. Ogni sforzo era stato inutile.

Alcune ore dopo la morte del presidente, il dottor Perry nel corso di una affollata conferenza stampa sembrò lasciare intendere che uno dei proiettili fosse stato sparato frontalmente rispetto al corteo. Tale affrettata e confusa conclusione, unita all’incisione che aveva allargato la ferita alla gola del presidente, rendendola non più facilmente identificabile come il foro di uscita di un proiettile, alimentò le fantasiose speculazioni dei complottisti. Ad esempio, Bisiach, senza esibire alcuna prova convincente, sposa la tesi secondo cui la ferita alla gola di Kennedy sarebbe stata provocata da un proiettile sparato dal parcheggio posto difronte al corteo, in prossimità del cavalcavia ferroviario.

L’affittacamere, Earlene Roberts, intenta a seguire alla televisione le prime concitate notizie sull’attentato subito dal presidente, vide di sfuggita Oswald rientrare nella sua stanza, gli rivolse qualche parola senza ottenere alcuna risposta. Qualche minuto più tardi, lo notò in attesa alla fermata dell’autobus sul lato est di Beckley Avenue. In quel rapido passaggio nella sua stanza Oswald aveva avuto giusto il tempo di indossare un giubbotto e di prendere il suo revolver Smith&Wesson.

Intorno all’una e un quarto un agente di pattuglia nel quartiere di Oak Cliff, J.D. Tippit, un ex paracadutista che si era guadagnato una stella di bronzo per il coraggio dimostrato durante l’attraversamento del Reno, notò, poco oltre l’incrocio tra la decima strada e Patton Avenue, un soggetto che corrispondeva alla descrizione diffusa a più riprese nell’ultima mezz’ora dalla radio di servizio della sua auto.

Oswald non era rimasto a lungo alla fermata dell’autobus nei pressi del suo alloggio, si era incamminato prima in direzione sud, percorrendo Beckley Avenue, poi aveva svoltato verso est in Crowford street e poi ancora sulla decima strada, proseguendo sino all’incrocio con Patton Avenue.

Dal finestrino Tippit rivolse qualche parola ad Oswald, presumibilmente gli intimò di fermarsi per essere identificato, poi arrestò l’auto di servizio, aprì lo sportello e scese. Prima che l’agente potesse superare la ruota anteriore sinistra dell’auto, Oswald estrasse il suo revolver e fece fuoco tre volte. Tippit colpito al petto da tutti e tre i proiettili crollò a terra. Oswald si avvicinò al poliziotto in agonia e sparò per la quarta volta colpendolo alla tempia.

Almeno dodici persone, secondo le indagini della commissione Warren, assisterono alla sparatoria, tra di esse Helen Markham, una cameriera di 47 anni che lavorava al ristorante Eatwell, descrisse la morte di Tippit come un’esecuzione a sangue freddo. L’assassino, che la Markham nel pomeriggio del 22 novembre identificò in Oswald, dopo aver sparato volse il suo sguardo sconvolto verso la cameriera che si trovava ad appena una quindicina di metri. Così la Markham descrisse quell’interminabile istante: “Ho portato le mani alla faccia e chiuso gli occhi, perché ero certa che avrebbe ucciso anche me. Non riuscivo a gridare, non riuscivo a parlare, ero paralizzata”. Anziché rivolgere la sua arma verso la Markham, Oswald si allontanò incurante di buon passo.

La testimonianza della cameriera dell’Eatwell fu ampiamente strumentalizzata dai complottisti per tentare di scagionare Oswald dall’assassinio dell’agente Tippit e quindi di riflesso anche da quello del presidente Kennedy. Prima di presentarsi al cospetto della commissione Warren, la Markham fu oggetto di pressioni da parte dell’avvocato complottista Mark Lane, che nel corso di una conversazione telefonica, registrata in violazione delle leggi federali sulle intercettazioni, riuscì, tempestando l’ingenua testimone di domande incalzanti e tendenziose, a strapparle una descrizione dell’assassino di Tippit apparentemente incompatibile con i tratti di Oswald. Nel marzo del 1963, quando, in uno stato prossimo ad una crisi isterica, la Markham depose difronte alla commissione Warren prima negò di aver avuto una conversazione telefonica a proposito della descrizione dell’assassino di Tippit, poi l’ammise e ribadì la sua identificazione di Oswald. Ammise inoltre di aver mentito per darsi importanza, raccontando ai propri conoscenti di aver assistito da sola per circa venti minuti Tippit in agonia.

Anche considerando del tutto inattendibile la testimonianza della Markham le prove che Oswald uccise a sangue freddo l’agente Tippit sono solide e numerose.

Il tassista William Scoggins, che al momento della sparatoria stava consumando il pranzo a bordo della sua vettura parcheggiata in Patton Avenue, notò l’auto di Tippit affiancare un passante, poi udì tre o quattro colpi di pistola, allora scese dal taxi e vide un giovane con un’arma in pugno corrergli incontro. L’assassino in fuga passò così vicino a Scoggins che questi dichiarò di averlo sentito mormorare: “Povero stupido poliziotto!”. Condotto alla centrale di polizia, il tassista riconobbe in Oswald il giovane che aveva mormorato quelle parole.

Domingo Benavides, un meccanico che si trovava a bordo di un pick-up all’angolo tra la decima strada e Patton Avenue, non rimase impietrito come la Markham, accorse verso l’auto di Tippit e con la sua radio di servizio avvertì la centrale di polizia, poi raccolse due bossoli che l’assassino prima di fuggire aveva gettato in un cespuglio. Benavides, il cui nome stranamente non fu registrato né dalla polizia di Dallas né dall’FBI nell’elenco dei testimoni oculari, dichiarò agli investigatori della commissione Warren che non appena vide in televisione le immagini di Oswald lo riconobbe come l’uomo che aveva visto fuggire dal luogo della sparatoria.

Tardiva fu anche la testimonianza di William Arthur Smith, che si trovava a circa un isolato ad est rispetto all’incrocio tra la decima strada e Patton Avenue. Vide Tippit cadere al suolo ed un uomo armato allontanarsi di corsa. In un primo momento Smith decise, forse per paura, di tacere quanto aveva visto, poi qualche giorno più tardi, quando ormai Oswald era morto, cambiò idea e rilasciò la sua deposizione all’FBI. Pur esprimendo qualche perplessità riguardo al colore dei capelli, Smith finì per indicare in Oswald l’assassino di Tippit.

Due ragazze, Barbara Janette Davis, di 22 anni e madre di due figli, e sua cognata Virginia Davis di 16 anni, si precipitarono fuori dalla villetta all’incrocio sud-est tra la decima strada e Patton Avenue richiamate dal fragore degli spari e dalle urla della Markham, videro un uomo armato di un revolver che attraversava di corsa il giardino. Prima di saltare oltre una siepe e scomparire dalla loro vista, l’uomo in fuga scaricò il tamburo del suo revolver, lasciando cadere due bossoli. La sera del 22 novembre presso la centrale di polizia entrambe le ragazze identificarono con sicurezza Oswald.

Anche Ted Callaway, un ex marine che gestiva una rivendita di auto usate all’incrocio nord-est tra Patton Avenue e Jefferson Boulevard, ed il suo dipendente Sam Guinyard udirono gli spari, istintivamente accorsero verso il luogo del delitto. A pochi metri da loro videro un uomo armato in fuga. Callaway gli urlò: “Ehi tu, dove diavolo vai?”. L’uomo parve esitare, poi borbottò qualche parola incomprensibile prima di riprendere la sua corsa. Giunti all’angolo tra la decina strada e Patton Avenue, Callaway e Guinyard trovarono il corpo senza vita di Tippit. Dopo aver aiutato a caricare il corpo dell’agente ucciso sull’autoambulanza giunta nel frattempo, Callaway salì a bordo del taxi guidato da Scoggins nel vano tentativo di raggiungere il fuggitivo. La sera stessa dell’omicidio né Callaway né Guinyard esitarono nell’identificazione di Oswald.

Altri quattro testimoni, Warren Reynolds, Harold Russell, Pat Patterson e L. J. Lewis, che si trovavano all’interno della rivendita di auto usate, videro un uomo armato che correva lungo Patton Avenue. Due di essi, Reynolds e Patterson, cercarono di inseguirlo, ma ben presto lo persero di vista. Interrogati dall’FBI due mesi dopo la sparatoria, Russell e Patterson riconobbero Oswald, Reynolds invece no, salvo poi ricredersi successivamente nel corso della sua deposizione alla commissione Warren. Lewis non ebbe ripensamenti, dichiarò in ogni occasione di aver visto l’uomo in fuga da una distanza troppo grande per poterlo identificare.

Le testimonianze raccolte dalla polizia di Dallas, dall’FBI e dalla commissione Warren, quasi tutte concordi nel collocare Oswald sulla scena dell’assassinio dell’agente Tippit, non scoraggiarono Mark Lane, che nel corso degli anni riuscì a scovare tre testimoni oculari, residenti nelle vicinanze dell’incrocio tra la decina strada e Patton Avenue, pronti a contestare la ricostruzione ufficiale ed a rilanciare l’ipotesi del complotto. Acquilla Clemons dichiarò di aver visto dalla sua veranda due uomini accanto all’auto dell’agente Tippit prima che questi crollasse a terra. Nessuno dei due aveva tratti corrispondenti a quelli di Oswald. I coniugi Wright videro uno dei due uomini salire a bordo di un’auto grigia e l’altro allontanarsi di corsa verso Jefferson Boulevard.

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