Istruzione e Millenium Goals

scuola primaria

Tra gli obiettivi del Millennio fissati alla vigilia del 2000 per garantire uno sviluppo equo e sostenibile c’era l’istruzione di base: secondo i firmatari dell’accordo, entro il 2030 sarebbe stato necessario garantire l’istruzione per tutti. Alla scadenza della tappa intermedia del 2015, quando si sarebbe dovuto raggiungere l’obiettivo di offrire “un’educazione primaria universale, assicurando l’accesso a un ciclo completo di scuola primaria a tutti bambini nel mondo, maschi e femmine”, ci si è resi conto che (come per molti altri obiettivi) i risultati ottenuti erano lungi dall’essere stati ottenuti. È vero che si sono avuti dei miglioramenti ma, ancora oggi, decine di milioni di bambini non ricevono alcun tipo di educazione scolastica (di questi 30 milioni sono nell’Africa sub-sahariana). Solo i paesi in via di sviluppo in Asia centrale e orientale e in Europa hanno raggiunto gli standard che ci si era prefissati, mentre il Medio oriente, il Nord Africa, l’America Latina e i Caraibi sono fermi al 95 per cento. I paesi del sud est asiatico hanno raggiunto la quota del 91 per cento nel 2009 e da allora non ci sono stati miglioramenti. In altri paesi, come nella regione dell’Africa sub-sahariana, solo il 70 per cento dei bambini e delle bambine ha accesso al ciclo completo di studi primari. Cosa ancora più grave, in 9 paesi dell’Africa sub-sahariana non sono disponibili dati sufficienti a valutare la situazione!

L’educazione non è importante solo dal punto di vista nozionistico: come affermava Condorcet nel 1791, “abbraccia tutte le opinioni politiche, morali o religiose. La libertà di queste opinioni non sarebbe che illusoria, se la società si impadronisse delle nascenti generazioni per imporre loro ciò in cui devono credere”.

La cosa sorprendente è che anche in molti dei paesi più sviluppati questo non avviene. A confermarlo sono i risultati di uno studio condotto dalla Fondazione Novae Terrae e dall’OIDEL, una Ong con status consultivo presso le Nazioni Unite, l’Unesco e il Consiglio d’Europa che ha analizzato l’indice globale della libertà di educazione (compresi i diritti dei genitori) partendo dalle disposizioni dell’articolo 13 della Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, l’Indice Globale della Libertà di Educazione presenta dati su scala mondiale sul rispetto e la promozione di tale diritto fondamentale e delle politiche che sostengono la libertà di educazione nel contesto nazionale e a livello regionale.

In Europa i miglioramenti dal 2012 al 2015 sono stati limitatissimi. È ancora limitata la possibilità “legale” di istituire e gestire scuole non governative (SNG); e anche quando queste esistono non ricevono aiuti sufficienti. Anche il tasso di iscrizione netto (istruzione primaria) che indica lo sforzo dello Stato in termini di accessibilità all’educazione, spesso non è così elevato come si potrebbe pensare: solo pochi paesi hanno raggiunto il massimo del punteggio in questo indicatore (come Gran Bretagna, Norvegia, Uruguay). Gli altri hanno mostrato lacune a volte sorprendenti.

Anche la posizione dell’Italia non è positiva. Nonostante le promesse e le riforme adottate siamo ben lontani dall’aver raggiunto i traguardi sperati: l’Italia è solo 26esima della classifica mondiale. La percentuale di scolarizzazione primaria è del 96 per cento e quella secondaria solo del 91 per cento. Ma quello che dovrebbe destare sorpresa è l’indice di libertà di educazione: qui l’Italia è solo 47esima. Il punteggio del Bel Paese (228) appare lontanissimo da quello di paesi come l’Irlanda (389), i Paesi Bassi (353) o il Belgio (352). Perfino paesi come il Guatemala (263), il Libano (235) o il Cile (303) hanno ottenuto valutazioni ben più positive. L’Italia ha ricevuto una valutazione che la accomuna a paesi come la Mongolia, il Gabon, l’Ecuador e il Camerun.

Anche un’altra classifica ha fornito risultati altrettanto deludenti: quella stilata dall’Economist Intelligence Unit sui sistemi scolastici di 50 dei Paesi più sviluppati. Ancora una volta sono emerse le problematiche del sistema educativo italiano e la sua precarietà. In questa classifica l’Italia è 24esima su 50 paesi: ben lontana dai vertici della classifica occupati da Finlandia e Sud Corea paesi dove (secondo i ricercatori) l‘istruzione e la cultura sono considerate fondamentali anche nell’ottica dei vantaggi economici che da esse possono derivare.

Vantaggi che evidentemente non fanno parte delle priorità del programma di governo (che non ha neanche commentato questi risultati).

C.Alessandro Mauceri


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