Il fatto di essere nato a fine luglio del 1950 e di essermi fin da subito interessato agli eventi storici e alla politica internazionale (i miei ricordi individuali partono dalla “guerra dei Sei Giorni” del 1956…) mi ha conferito il dubbio privilegio di aver seguito da vicino l’evoluzione della questione “Olocausto”, dal processo Eichmann (1960-62) ad oggi, e di aver constatato come la riprovazione internazionale per il genocidio ebraico sia aumentata man mano che ci si allontanava cronologicamente dal medesimo.
       Mi si potrà obiettare che ciò sia avvenuto a seguito dell’acquisizione di maggiori elementi informativi e conoscitivi in merito allo stesso, ma non è assolutamente così. Semmai, potrebbe essere sostenuto il contrario. Ma la mia prospettiva è lungi da qualsiasi forma di negazionismo. Come tutte le politiche di sterminio, comunque motivate, l’Olocausto è una tragedia storica degna della massima riprovazione, del più totale degli orrori.
       Meritevole di grande attenzione, tuttavia, è anche il fatto che la deplorazione del medesimo sia cresciuta anno dopo anno. Non starò qui a ritornare sulle polemiche in merito all’esistenza di un'”industria dell’Olocausto” (polemiche rigorosamente di fonte ebraica, tengo a precisare), connesse ovviamente alle politiche perseguite dallo Stato di Israele e alle soluzioni da esso scelte per legittimarle. E’ un tema interessante, ma che mi porterebbe lontano da ciò su cui intendo soffermarmi qui, vale a dire la crescente insistenza su questa tragedia da parte della classe politica italiana. A mio parere, in un Paese in cui la persecuzione antiebraica fu notevole, ma certamente inferiore, sotto il profilo quantitativo, a quanto accadde in altri Paesi (ad esempio la Polonia), la crescente insistenza sulle tematiche legate all’Olocausto è assolutamente strumentale ed è diventata uno strumento di legittimazione di una classe politica che non ne possiede più alcun altro e che sta deliberatamente sprofondando l’Italia in un abisso di disoccupazione, precarietà e povertà. Un modo per dire: “è vero, siamo ladri, al servizio di potentati stranieri e incapaci a tutto, ma almeno non siamo assassini, ergo una qualche forma di legittimità l’abbiamo”…
       Per via comunicativa, grazie al ricorso a strumenti di guerra mediatica, si possono ottenere risultati importantissimi e questo è sicuramente uno di essi. Che poi questo Paese sia al collasso, che sia un sistema politico in cui nulla funziona, a parte la corruzione, questo è il meno: dopo tutto, non è mica l’Olocausto! Ergo italiani state contenti: abbiamo perso la guerra e perderemo tragicamente anche la pace, ma – quando ve ne accorgerete – sarà troppo tardi, come in Grecia, dove il valore del ricorso agli “instrumenta Regni” lo stanno sperimentando, ovviamente sulla loro pelle, i poveri, i bambini, le famiglie a reddito fisso. Purtroppo, oggi come ieri, “il lavoro [non] rende liberi” e la ricerca di “soluzioni finali” si è fatta molto più sofisticata…
                                    

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