In pricipio era Omero

Condensare nel breve spazio di un post la personalità e l’opera di uno, del quale si potrebbe dire “In principio era Omero”, sarebbe da presuntuosi, e pure in grande stile, e da votati al sicuro fallimento. Ne consegue che qui troverete alcune cose, tra la smisurata miriade di quelle dette su Omero, e sull’Iliade e sull’Odissea.
“In principio era Omero” dunque. Tutta la mirabile produzione culturale greca, che è il piedistallo e L’HUMUS DELLA CULTURA OCCIDENTALE, è figlia di Omero, sia perché in Omero trova gli spunti ispiratori, sia perché TUTTI gli individui greci, specialmente gli intellettuali, hanno avuto come base nella formazione personale proprio lo studio di Omero: in questo gli antichi greci trovavano una delle prove di essere una nazione, malgrado la frammentazione politica. Era un nazionalismo basato sulla cultura e sul modo di vivere, differente dai modi altrui: erano tante e separate le città (colpa anche della geografia, poco adatta ad uno stato unitario per quei tempi), ma una sola la lingua (anche se con differenze dialettali), una sola religione, quella olimpica, solare, accanto a quella misterica, al chiuso; molteplici erano i momenti solenni di aggregazione, come i giochi, per cui si interrompevano le guerre, e nel cui ambito c’erano anche le gare di oratoria; medesime strutture politiche e sociali, anche se qua prevaleva l’aristocrazia e là la democrazia. E Omero, appunto, base della paideia (educazione) per TUTTI i greci, collegati da questo filo comune di comune sentire. Erano orgogliosi i greci antichi della loro cultura e civiltà, così diversa da quella altrui, la difesero dagli attacchi, e vinsero, e posero le basi del nostro vivere, di noi, uomini del duemila. Un nazionalismo sano, giusto e giustificato, (almeno nella sua fase iniziale, quella difensiva), che sarebbe saggio recuperare e rivalutare. Come per noi italiani la riscoperta della vera Roma, e non quella hollywoodiana o quella di cartapesta del Berlusca a Pratica di Mare. E rileggere Omero, tutti. Da Lui hanno preso spunto tutti gli altri poeti, lirici sia monodici smile emoticon canto a solo) sia corali, nonché ovviamente gli autori epici (di guerra e di viaggio), prima quelli greci, poi quelli latini, e poi sulla loro scia una quantità enorme di poeti europei, che dai latini imparano ed i latini imitano. Insomma avremmo un differente Virgilio senza Omero, come pure un altro Ariosto, e Joyce non avrebbe potuto chiamare con il nome di Ulisse il protagonista della sua opera più nota. Da Omero imparano gli autori teatrali: Iliade ed Odissea contengono una grande quantità di confronti dialogati tra i vari personaggi delle opere, con effetti non di rado drammatici e teatrali, sia tragici che comici. Non mancano passaggi nella riflessione, tipica dell’attività dei filosofi, come pure descrizioni di paesaggi e di oggetti e di edifici , l’ambito di interesse di architetti pittori e scultori. Le arti figurative, anzi, spessissimo hanno tratto ispirazione proprio dall’epica omerica. In Lui, poi, gli eroi combattono, agiscono, pensano, ma soprattutto PARLANO: dunque in Omero c’è molta arte del dire, cioè oratoria. A qualcuno l’oratoria può sembrare un fossile del passato, ma questo è un grave errore. Basta avere la pazienza necessaria a sorbirsi gli stomachevoli TG delle nostre TV, per sentirsi dire in tutte le salse che il presidente del consiglio ha DETTO, DICHIARATO, AFFERMATO, SOSTENUTO, RISPOSTO, eccetera, tutti verbi tipici dell’arte del dire, l’oratoria. Ed il bello è che funziona, anche presso chi meno te lo aspetteresti. Omero è vivo, e lotta insieme a noi, altro che fossile! Specialmente ora che con la “buona scuola” l’impostazione umanistica è messa all’angolo ed all’indice, proprio quando la tragica cronaca di oggi reclama a gran voce l’urgenza di un nuovo e rivitalizzato ’UMANESIMO’, attaccato dalla globalizzazione e dagli esaltati orrorifici del terrore.
Insomma, chi vuol capire il nostro presente mediante l’aiuto del passato, farà bene ad accettare che in Omero c’è la radice più robusta della nostra civiltà, nel bene e nel male. In estrema, estrema sintesi:
a. Un poeta con tale nome, autore dell’Iliade e dell’Odissea, non è mai esistito. Il nome è un’invenzione posteriore dei greci, inclini a individuare sempre il protos euretès (l’inventore) di tutto ciò che giudicano notevole (si pensi a Prometeo, l’inventore del fuoco);
b. Le due grandi opere sono il frutto di un sapiente lavoro di cucitura di canti preesistenti, e composti nel corso dei secoli micenei, intorno ad un tema che li unifica, l’ira di Achille per l’Iliade e l’Uomo, Ulisse, per l’Odissea (esistevano poeti girovaghi, che andavano da questa a quella città, a dilettare le feste locali con il loro canto, che etichettiamo come RAPSODI, cioè CUCITORI DI CANTI. Qualcosa di simile avveniva anche in Italia, non molto tempo fa ancora, ad opera dei cantastorie);
c. L’edizione scritta di questi canti inizia a formarsi con l’epoca arcaica, perché è in quell’epoca che si diffonde la scrittura alfabetica, che i greci hanno appreso dai fenici: scrittura articolata in ventiquattro segni, la cui combinazione rendeva bene graficamente la fonetica della lingua greca. L’hanno portata in tutto il Mediterraneo, l’hanno trasmessa agli etruschi, e questi, insieme ai greci di Cuma, l’hanno donata ai romani: è nota oggi come alfabeto latino, e si va diffondendo in tutto il mondo grazie all’informatica, ma è alfabeto greco derivato da quello fenicio;
d. Per lungo tempo, quindi, direi per tutto l’arco dell’epoca micenea (2000-1200 a.C.) e del Medio Evo Ellenico (1200-900 a.C.) l’epica si forma gradualmente, e si trasmette per via orale, mediante l’opera dei rapsodi e degli aèdi (cantori). Sono indizio dell’oralità iniziale e durata secoli gli EPITETI (elementi aggiuntivi del nome: Achille è indicato come “pié veloce” anche quando dorme, la terra è “nera” anche sotto il sole squillante, il mare è “molto risonante” anche in calma piatta, ed è “divino” Ulisse ma anche il porcaro Eumeo), come pure i patronimici; e poi le cosiddette FORMULE, interi versi ripetuti con modeste variazioni o anche blocchi di versi. Ad esempio, Iliade, libro II: Zeus manda un sogno ingannatore ad Agamennone addormentato, e nel sogno Agamennone vede Nestore e lo ascolta mentre dà un suggerimento. Al risveglio convoca i capi e narra il sogno, però non in sintesi, come faremmo noi, ma ripetendo pari pari i versi già narrati. Perché? Perché chi deve memorizzare ha da ciò il compito facilitato;
e. Omero è il padre dell’epica. Ma cosa vuol dire “epica”? è un racconto fatto in terza persona, come se il poeta fosse un osservatore esterno; vi si narrano imprese eccezionali di esseri eccezionali (dèi ed eroi); il linguaggio è solenne e facilmente riconoscibile; vi si fa uso di figure retoriche, a partire dalla similitudine;
f. La similitudine è un involontario squarcio sull’epoca del poeta: paragonando un fatto eroico alla realtà nota e vissuta dal poeta e dagli ascoltatori, ecco, ci racconta questa sua/loro realtà, che altrimenti probabilmente ignoreremmo;
g. Il racconto in terza persona viene vissuto da ascoltatori e lettori come una testimonianza, una narrazione obiettiva di fatti obiettivi. Per questo, quando Aristotele stabilì che per la formazione dei giovani sono basilari le opere OBIETTIVE, dei poemi omerici se ne fecero copie in grande quantità: perciò sono sopravvissute alla devastazione del mondo antico, derivata dalla combinazione invasioni barbariche/cristianesimo, da cui è emerso il mondo post classico;
h. L’antichità arcaica, proseguendo quanto avviato dal mondo miceneo, ha creato numerosi cicli epici: troiano, di Eracle, di Giasone e degli argonauti, tebano, tutti sviluppati nel teatro e nelle arti figurative. Ma nella letteratura solo Omero è risultato vincente. Come mai? Lo chiarisce Aristotele: mentre gli altri cicli epici hanno uno sviluppo lineare, senza fine, un po’ come le moderne telenovelas, i poemi omerici hanno un centro narrativo (l’ira di Achille ed Ulisse) in cui il lettore o ascoltatore si lascia attrarre, e vede intera l’azione svolgersi intorno a lui.
Personalità creativa rara, Omero, avvicinata ma mai eguagliata e men che meno superata nell’antichità, alla quale si può avvicinare solo un’altra personalità poetica, che anzi appare più grande: DANTE
Un esempio di modo epico di narrare :
……….Il navigante/ che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,/ vedea per l’ampia oscurità scintille/ balenar d’elmi e di cozzanti brandi,/ fumar le pire igneo vapor, corrusche/ d’armi ferree vedea larve guerriere/ cercar la pugna; e all’orror de’ notturni/ silenzi si spandea lungo ne’ campi/ di falangi un tumulto e un suon di tube,/ e un incalzar di cavalli accorrenti/ scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,/ e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
Che splendore! E’ uno dei passi più famosi del famosissimo carme “Dei sepolcri”, di Ugo Foscolo (versi 201-212). Immagina il poeta una navigazione notturna, nel mare dell’isola di Eubea, a due passi dalla piana di Maratona. Ad aguzzare bene lo sguardo, e con adeguata sensibilità (ma intanto si dovrebbe studiare la Storia!) in lontananza si potrebbe notare la scena descritta: fantasmi (larve) guerrieri, di greci e persiani, che di notte rinnovano lo scontro tremendo del 490 a.C., quando un pugno di ardimentosi ateniesi mise in fuga un’armata, che metteva spavento solo a guardarla. E per gli ateniesi ed i greci tutti fu la prova regina della bontà del modo di vita scelto, del tutto originale rispetto al passato ed al mondo circostante, un modo che si chiama DEMOCRAZIA, però partecipata E NON DELEGATA! Ma quanta potenza nel nostro Poeta! Temperamento romantico, ma costruzione classica dell’immagine. OMERICA.

di Fulvio Marino

Fulvio Marino


Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

Latest articles

Related articles

Leave a reply

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.