IL VIAGGIO DI ZANARDELLI

Il primato della politica sulla società civile fu la direttrice dell’azione di governo della classe dirigente liberale. Conservatori e progressisti fecero propria l’idea di rigenerare la società, modernizzandola e plasmandola sui principi liberali, unitari e borghesi, a partire dallo stato appena unificato. Si convinsero di poter sradicare l’arretratezza, di sciogliere i lacci che per lungo tempo avevano impedito lo sviluppo, di promuovere l’affermazione delle forze borghesi, di sconfiggere l’indifferenza o addirittura l’ostilità di certi strati sociali al processo di unificazione attraverso una salda e risoluta guida politica.

Massimo D’Azeglio sintetizzò nell’espressione “Fare gli italiani” il compito di una classe dirigente accerchiata da forze sociali apatiche e talvolta ostili tanto all’unificazione quanto al liberalismo e perciò costretta, a suo malgrado, ad imporsi sulla società civile, ora indirizzandola, ora reprimendola, giungendo persino a mettere da parte i propri ideali di autonomia e di autogoverno.

La valorizzazione delle autonomie locali, ritenuta da molti esponenti della classe dirigente, primo fra tutti Cavour, uno dei cardini del liberalismo, fu sacrificata all’imperativo dell’unità. Assumendo come giustificazione l’arretratezza del tessuto sociale e la sua dubbia lealtà nei confronti del progetto unitario, il modello amministrativo sabaudo, caratterizzato da un forte accentramento di derivazione napoleonica, non solo venne instaurato nella fase dell’emergenza legata all’unificazione, ma si conservò anche nei decenni seguenti e si rivelò tenacemente resistente ad ogni tentativo di riforma. Nei rapporti tra centro e periferia emersero con nettezza le ambiguità, le contraddizioni, i compromessi di una classe dirigente che da un lato cercò di aderire alle dinamiche spontanee della società civile e dall’altro si sforzò di controllarle, incanalarle, anticiparle e talvolta reprimerle, anche duramente, quando l’edificio unitario appariva minacciato.

Nell’affermare il proprio primato la classe dirigente liberale si mostrò determinata, ma seppe anche giungere a compromessi, soprattutto nel Mezzogiorno, con le forze preborghesi pur di preservare i rapporti sociali esistenti e con essi l’unità e la stessa prospettiva, in virtù dell’accentramento amministrativo, di una evoluzione, seppur lenta, in senso liberale della società civile. Colpì le forme di dominio sulla terra di carattere non borghese come quelle esercitate dalla “mano morta” ecclesiastica e dalle comunità locali titolari di antichi diritti d’uso, ma non il latifondo di orgine feudale, al quale anzi diede più sicura garanzia giuridica, né tanto meno le mille forme di dipendenza personale che gravano sulla terra. Rifiutò di scardinare il latifondo meridionale in ossequio al primo comma dell’articolo 29 dello Statuto che affermava: “Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili.”; fece ricorso al secondo comma dello stesso articolo, che legittimava l’esproprio statale per pubblica utilità, solo in casi eccezionali, per lo più ai danni delle Chiesa, implacabile avversaria del processo risorgimentale. In assenza di una borghesia affidabile e sufficientemente robusta, l’imposizione di una parcellizzazione del latifondo avrebbe creato un pericoloso vuoto di potere con il rischio di consegnare larga parte del Mezzogiorno alle forze antinuitarie oppure a quelle socialmente evervise. Pertanto i governi postunitari dovettero accontentarsi della gattopardesca conversione della grande proprietà terriera meridionale agli ideali uinitari e liberali.

Nonostante la ferma convinzione di poter costruire la società civile a partire dallo stato appena unificato, i liberali italiani non furono né fanatici, né dogmatici, non rinunciarono né al pragmatismo, né all’analisi della realtà, soprattutto quando non disponevano di un modello già sperimentato da applicare. Governarono dal centro, rivendicarono la subordinazione della società civile alla politica, ma non furono accecati dall’ideologia.

Fin dall’ottobre 1861 fu costituita presso il Ministero d’Agricolutra Industria e Commercio una Divisione di Statistica, affidata alla guida di Pietro Maestri, con il preciso obiettivo di raccogliere gli elementi oggettivi indispensabili per comprendere la realtà dell’Italia appena unificata . Tuttavia non sempre le attività di rilevazione statistica furono adeguatamente finanziate. Ad esempio i fondi richiesti dal Ministero per la realizzazione del primo censimento furono dimezzati dal Parlamento. Nel 1891 le ristrettezze di bilancio impedirono addirittura lo svolgimento del censimento decennale con signficative ripercussioni politiche. Infatti la suddivisione del regno in 508 collegi sulla base dei dati del censimento del 1881, anziché su quelli non disponibili del 1891, determinò una distorsione del sistema elettorale che andò a tutto vantaggio delle forze moderate e conservatrici, in quanto furono sovrarappresentate le zone rurali ed i piccoli comuni, non essendo state registrate le migrazioni interne nel decennio 1881-91.

La parsimonia nel finanziare le indagini statistiche non impedì comunque alla classe dirigente di far luce sul tessuto economico e sociale italiano attarverso le inchieste parlamentari e governative. Una delle più importanti fu quella condotta da Stefano Jacini, tra il 1877 ed il 1885, sulle condizioni dell’agricoltura. Anche l’industria fu oggetto tra il 1870 ed il 1873 di una meticolosa inchiesta che fornì al governo le prime indicazioni sulle aspirazioni protezioniste di molti comparti produttivi.

I dati statistici, i risultati delle inchieste parlamentari e governative, le meticolose relazioni dei prefetti fornirono al potere esecutivo tutte le informazioni di cui necessitava. Parlamentari ed uomini di governo riservarono tutte le loro energie al proprio collegio elettorale, senza farsi scrupolo di conoscere il resto del Paese. La ristrettezza del suffragio riduceva la campagna elettorale di ogni candidato ad un susseguirsi di banchetti organizzati dai notabili del collegio. Ad ogni banchetto seguiva un discorso del candidato che veniva poi ripreso dai giornali. Incontrare gli italiani, rendersi conto delle loro condizioni di vita, dei loro bisogni, esplorare territori diversi dal proprio collegio elettorale appariva superfluo al politico liberale, nonché estremamente faticoso a causa delle difficoltà della viabilità.

IL VIAGGIO DI ZANARDELLI was last modified: maggio 16th, 2018 by Roberto Poggi

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