IL TRICOLORE SU GORIZIA

Ad accrescere l’entusiasmo del comando italiano contribuirono anche i parziali successi dell’XI corpo d’armata. In meno di due ore di accaniti combattimenti le brigate Catanzaro, Brescia e Ferrara, appartenenti alla 22ª divisione, avevano conquistato le quattro cime del San Michele, poi però non avevano potuto procedere oltre, bloccate da violentissimi contrattacchi.

All’estremità dello schieramento del VI corpo d’armata, le linee austroungariche sul Podgora avevano resistito, tuttavia l’11ª divisione, dopo aver conquistato il Grafenberg era riuscita a spingersi con qualche reparto sino all’Isonzo. La 12ª divisione invece si era impadronita della cresta del Calvario ed aveva espugnato alcune linee di trincee nella piana di Lucinico.

Tra le truppe dislocate nella piana di Lucinico si trovava anche il primo battaglione del 28° fanteria, a cui apparteneva un diciannovenne, nativo di Lugo di Romagna, nominato sottotenente da qualche mese: Aurelio Baruzzi. Al comando di un plotone di bombardieri a mano Baruzzi ricevette l’ordine di operare, in collegamento con la brigata Casale, a cavallo della ferrovia Udine-Gorizia. Nel primo giorno dell’offensiva il suo reparto riuscì ad avvicinarsi alla linea ferroviaria in prossimità del sottopassaggio Piedimonte, alle porte di Gorizia, ma poi dovette arretrare sotto l’intenso fuoco nemico. Il mattino seguente, 7 agosto, Baruzzi ritentò l’assalto perdendo più della metà dei suoi uomini.

Mentre il giovane ufficiale contava i suoi morti, sul fronte della 45ª divisione gli austroungarici tentavano disperati contrattacchi. Già nella notte Badoglio aveva chiesto ed ottenuto rinforzi con cui ricacciare i forti nuclei nemici che risalivano il versante nordorientale del Sabotino. Anche De Bono nel suo settore aveva subito due assalti uno a tarda notte ed un altro poco prima dell’alba. Esauritesi queste azioni di disturbo, nelle prime ore del mattino il colonnello Dani lanciò tutte le sue riserve contro le posizioni italiane. Sapeva di essere in inferiorità numerica, ma non poteva rinunciare al tentativo quanto meno di ritardare l’avanzata italiana. Il piano di Dani, approvato anche dal generale Zeidler, nel frattempo rientrato in tutta fretta in prima linea, prevedeva due colonne. La prima, forte di un battaglione e mezzo, avrebbe dovuto passare l’Isonzo sul ponte ferroviario di Salcano e puntare su San Valentino. La seconda, forte di tre battaglioni, avrebbe varcato l’Isonzo ad est di Peuma per tentare di cogliere alle spalle le posizioni di quota 111, 159 e del costone basso di San Mauro.

Nonostante il vigoroso tiro di preparazione dell’artiglieria asburgica, Badoglio non ebbe difficoltà a disperdere la colonna lanciata contro le sue posizioni, respingendola oltre il ponte di Salcano. Ben più pericolosa si rivelò invece la manovra contro le truppe di De Bono. Gli scontri furono furiosi e ravvicinati. Il 77° reggimento fanteria fu quasi sul punto di perdere la bandiera e subì perdite gravissime, circa 600 tra morti e feriti, ma non arretrò di un passo. Il tentativo austroungarico di aggiramento fallì grazie non solo alla tenace resistenza degli uomini agli ordini di De Bono, ma anche al successo della Brigata Lambro contro le posizioni di quota 188. La saldatura tra la 45ª divisione e la 24ª tolse al nemico, impossibilitato a ricevere rinforzi ed ormai a corto anche di munizioni, ogni residua speranza di ribaltare la situazione.

Nella notte tra il 7 e l’8 agosto il generale Zeidler ottenne dal comandante dell’Isonzoarmee, Boroević, l’autorizzazione ad abbandonare la testa di ponte e ad arretrare ciò che restava della 58ª divisione su di una nuova linea fortificata alla spalle di Gorizia. Le nuove posizioni assomigliavano a quelle perdute, scongiurando il rischio di una rottura del fronte, al posto della soglia di Gorizia c’era la sella di Dol, che divideva la pianura isontina dall’altopiano della Bainsizza, al posto del Sabotino e del San Michele sbarravano ora la strada alla penetrazione italiana il Monte Santo, il San Marco ed il San Gabriele con la sua propaggine verso il basso costituita dall’altura di Santa Caterina. L’ordinata e tempestiva ritirata austroungarica tolse a Cadorna, che peraltro non aveva predisposto riserve sufficienti per una vigorosa prosecuzione dell’offensiva, l’opportunità di una decisiva vittoria strategica. I successi riportati nella sesta battaglia dell’Isonzo suscitarono grande entusiasmo in Italia ed in Europa, Gorizia fu la prima città sotto il controllo degli Imperi Centrali ad essere occupata, ma non rappresentarono un colpo mortale per l’esercito di Francesco Giuseppe.

Gorizia, il sottopasso di Piedimonte appena conquistato

Prima di convincersi ad abbandonare definitivamente la testa di ponte di Gorizia, il generale Boroević ordinò di difendere ad oltranza il ponte di Salcano ed i passaggi di Peuma nell’ostinata illusione di garantirsi una via attraverso cui sferrare una controffensiva. La pressione italiana non tardò però a rivelarsi incontenibile

Alla mattina dell’8 agosto l’ultimo nucleo di resistenza sul Sabotino, annidato nella galleria di quota 609, fu espugnato dagli italiani, incendiando bidoni di petrolio all’imboccatura orientale. Subito dopo le truppe della 45ª divisione cominciarono ad effettuare ricognizioni in direzione di Salcano. I combattimenti andarono intensificandosi nel corso della giornata. La guarnigione austroungarica di Salcano oppose un’eroica resistenza finché non ricevette, intorno alle 23, l’ordine di ripiegare oltre l’Isonzo e di distruggere il ponte.

Poche ore prima che il fumo denso del petrolio costringesse alla resa gli ultimi difensori del Sabotino, il sottotenente Baruzzi si aggirava nella luce incerta dell’alba in prossimità della scarpata della ferrovia Udine-Gorizia, alla ricerca di un punto debole attraverso cui penetrare nel sottopassaggio fortificato di Piedimonte. La fortuna lo assistette: all’imbocco del sottopassaggio si imbatté nel corpo di una sentinella con il cranio fracassato da una granata. Capì immediatamente che l’occasione di un colpo di mano non poteva essere sprecata. Si precipitò quindi dal suo comandante di compagnia per ottenere almeno una ventina di uomini con cui tentare l’impresa. Per prudenza il suo capitano gliene assegnò non più di dieci, ma Baruzzi, che lottava contro il tempo, non riuscì a racimolare che quattro volontari armati di bombe a mano.

Sotto il fuoco sempre più intenso dell’artiglieria austroungarica, la sparuta pattuglia tornò all’ingresso del sottopassaggio sorvegliato da quella sentinella che non poteva dare l’allarme. Protetto da uno scudo antiproiettile Baruzzi avanzò nel tunnel, sorprendendo alcuni ufficiali con le armi in spalla e costringendoli alla resa. Sempre seguito dai suoi uomini continuò ad inoltrarsi senza far rumore, finché giunse in un grande locale illuminato in cui erano assiepati circa duecento soldati austroungarici intenti a conversare, fumare, dormire e mettere qualcosa nello stomaco prima di una dura giornata di battaglia. Le armi erano tutte posizionate ordinatamente nelle rastrelliere. Brandendo pistole e bombe a mano, Baruzzi ed i suoi intimarono la resa, lasciando intendere di essere solo l’avanguardia di un reparto ben più numeroso.

Il bluff riuscì in pieno, gli austroungarici intontiti dallo stupore alzarono le mani. Addirittura un soldato dalmata si offrì, in un italiano stentato, di collaborare ed indicò la stanza al piano superiore in cui si trovava il comando. Per impedire che qualcuno potesse usare il telefono e dare l’allarme, Baruzzi non esitò a fare irruzione nella stanza. Altri due ufficiali si arresero senza opporre resistenza.

Ogni minuto che passava la posizione dell’eroica pattuglia si faceva più pericolosa. Per quanto coraggiosi e determinati, cinque uomini non avrebbero potuto tenere a bada indefinitamente oltre duecento prigionieri. Ancora una volta la fortuna fece la sua parte. Perlustrando sommariamente la galleria, Baruzzi scoprì una stanza stipata di feriti italiani, uno di essi, benché avesse le mani fasciate, fu giudicato in grado di correre a cercare rinforzi.

Targa affissa sulla stazione di Gorizia dedicata ad Aurelio Baruzzi

Non appena vide giungere i primi sei uomini di rinforzo Baruzzi tirò un sospiro di sollievo ed ordinò ai prigionieri di incolonnarsi, ma per quel giorno il suo coraggio non si era ancora esaurito. Non appena giunsero i fanti del suo plotone, non più di una ventina, li chiamò a raccolta per organizzare una squadra di perlustrazione allo sbocco del sottopassaggio in direzione di Gorizia.

Dopo aver catturato ancora qualche attonito prigioniero, Baruzzi si rese conto che sino all’Isonzo non esistevano più ostacoli, se non uno: non sapeva nuotare. Dovette quindi cercare con cura il punto più agevole per il guado. Non tardò a trovarlo, grazie alla scarsa portata dell’Isonzo nel periodo estivo, e guadagnò l’altra sponda del fiume giusto in tempo per affrontare una pattuglia nemica.

Nella tasca interna della giubba Baruzzi teneva un tricolore che aveva comprato ripromettendosi, forse per una scommessa tra commilitoni, di issarlo su Gorizia. Animato da questo sogno, spronò il suo plotone ad aprirsi la strada verso la stazione di Gorizia, aspramente difesa. Una volta messo in fuga il nemico, Baruzzi si arrampicò sul comignolo più alto della stazione per piantarvi il tricolore, al grido di “Viva Gorizia! Viva l’Italia! Viva la Romagna!”.

Un mese più tardi il suo slancio patriottico sarebbe stato ricompensato con la medaglia d’oro al valor militare.


Bibliografia

MARCO CIMMINO, La conquista del Sabotino. Agosto 1916, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2012.

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GIANNI ROCCA, Cadorna. Il generalissimo di Caporetto, Milano, Mondadori, 2004.

MARTIN GILBERT, La grande storia della prima guerra mondiale, Milano, Mondadori, 2009.

NICOLA TRANFAGLIA, La prima guerra mondiale e il fascismo, Torino, Utet, 1995.

MARIO ISNENGHI, Il mito della grande guerra, Bologna, Il Mulino, 1989.

MARIO ISNENGHI, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, Milano, Mondadori, 1989.

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