IL TRICOLORE SU GORIZIA

Nel 1915 Cadorna aveva individuato nella valle dell’Isonzo la sola via percorribile verso il cuore dell’impero asburgico. Ma tra l’estate e l’inverno successivo, contro il poderoso campo trincerato di Gorizia – difeso a nord dal Sabotino, dal Monte Santo e dal Monte San Gabriele, dall’altopiano di Podgora sul fronte occidentale e dai monti San Michele e San Martino a sud – si infransero quattro sanguinosi attacchi. Solo allora si decise ad abbaondonare la logica dell’attacco frontale.

Dal giugno del 1915 la cresta del Sabotino incombeva sulle posizioni italiane come un bastione imprendibile a difesa del campo trincerato di Gorizia che sbarrava la strada verso la pianura slovena e verso Lubiana. Alto appena seicento metri, brullo e roccioso, collegato al rilievo del Vrhovac e delimitato sugli altri tre lati dai corsi d’acqua dell’Isonzo e del Peumica, il monte dominava il territorio circostante, ben protetto dalle artiglierie asburgiche. Numerose batterie di tutti i calibri erano state sapientemente piazzate oltre l’Isonzo sui rilievi del Kuk, del Vodice, del Monte Santo e del Monte San Gabriele, in modo da garantire una cintura di fuoco capace di neutralizzare ogni iniziativa degli assalitori.

Artiglieria italiana sul Sabotino

Diffidando dell’alleato italiano, il governo di Vienna aveva provveduto con largo anticipo rispetto all’inizio delle ostilità a fortificare il Sabotino, predisponendo postazioni di artiglieria ben defilate e difficilmente controbattibili, centri di comando, infermerie, osservatori, trincee, camminamenti protetti, magazzini e ricoveri. Profonde caverne scavate nella roccia offrivano alle truppe austro-ungariche un riparo sicuro dai tiri dell’artiglieria italiana. Neppure i più intensi bombardamenti preparatori riuscivano ad indebolire le linee austroungariche. Nella breve pausa dei tiri che precedeva lo sbalzo della fanteria italiana l’intatta guarnigione a difesa del Sabotino poteva uscire dai suoi ripari, accorrere a rioccupare le trincee sconvolte dal bombardamento e falciare con le mitragliatrici le colonne all’assalto che si ammassavano negli stretti varchi aperti nella barriera dei reticolati.

La vetta del Sabotino

Il versante del Sabotino alle spalle delle linee austro-ungariche, verso l’Isonzo, pur essendo molto ripido era attraversato da numerosi sentieri di accesso che consentivano di rifornire agevolmente la prima linea di uomini e materiali. L’Isonzo, superato il fossato ripido e scosceso formato dal Sabotino e dal Monte Santo, diventava in alcuni punti facilmente guadabile nei periodi di magra, assicurando i collegamenti tra la prima linea e le retrovie asburgiche anche in caso di danneggiamento dei ponti di Salcano e di Lucinico. Una teleferica collegava inoltre la vetta con il fondovalle. Un piccolo acquedotto che attingeva dall’Isonzo garantiva il fabbisogno idrico delle truppe.

La linea asburgica consisteva in un unico trinceramento quasi senza soluzione di continuità che partiva da quota 520, circa 600 metri prima della vetta, e si stendeva per 800 metri sul versante dell’Isonzo scendendo, interrotto da salti di roccia, sino al fiume e per tre chilometri sul versante del torrente Peumica, attraversando le posizioni del “Dentino” e del “Fortino basso”, poste rispettivamente a 500 ed a 200 metri di quota. In vetta un osservatorio blindato offriva una visuale completa dello schieramento italiano.

Erwin Zeidler

Il versante dell’Isonzo, denominato Sabotino Nord, era facilmente difendibile grazie alla ripida pendenza del declivio ed alla protezione offerta dalle batterie piazzate sul Monte Santo. Più vulnerabili si presentavano invece i settori del Sabotino Sud e del Peumica. Il generale Erwin Zeidler, comandante della 58ª divisione, a cui era affidata la difesa del Sabotino, aveva perciò provveduto ad irrobustire la parte meridionale del trinceramento creando una seconda linea che correva parallela alla prima a circa 200 metri di distanza. Una galleria, lunga un centinaio di metri, scavata a 40 metri di profondità, metteva in collegamento le due linee e sbucava sul versante opposto, dove erano state approntate le caverne ricovero a cui abbiamo fatto cenno. Nei pressi dello sbocco della galleria si trovava un terzo caposaldo, il “Fortino alto”. Il settore del Sabotino Sud era poi rinforzato da due poderose casematte in calcestruzzo, protette da mitragliatrici.

L’ultimo tratto del trinceramento meridionale austro-ungarico, corrispondente al settore Peumica, non disponeva di caverne ricovero, in quanto ampie zone erano defilate al tiro dell’artiglieria italiana. Larghe barriere di reticolati irrobustivano il trinceramento in questo settore.

Il 29 giugno del 1915, a margine di quella che avrebbe assunto il nome di prima battaglia dell’Isonzo, finalizzata ad ampliare la testa di ponte di Plava e ad assumere il controllo dell’altopiano del Podgora, il comando italiano scagliò il primo attacco al Sabotino, seguendo la direttrice della linea di cresta, che rappresentava la via più breve per raggiungere la sommità del monte. Sfruttando la luce incerta del crepuscolo e la ridotta visibilità garantita dalla pioggia, quattro battaglioni della brigata Napoli avanzarono in fila indiana da quota 412 lungo l’unico sentiero tracciato, fino ad incontrare i reticolati austroungarici a quota 520. Il tentativo della compagnia di minatori in testa alla colonna di aprire un varco nel filo spinato fu prontamente scoperto dalle sentinelle che diedero l’allarme, vanificando l’effetto sorpresa sui aveva scommesso il comando italiano. Un violento tiro di sbarramento si abbatté sui fanti della Napoli che, privi di ripari, dovettero ripiegare a notte fonda verso quota 507. Il mattino dopo, nelle ore di massima luce, i fanti italiani tornarono all’assalto questa volta con l’appoggio di alcune batterie di artiglieria. Un battaglione di bersaglieri ciclisti si lanciò lungo il sentiero di cresta, mentre gli altri reparti, scaglionati in piccoli gruppi avanzarono lungo il costone. Il tiro delle artiglierie italiane sui reticolati si rivelò del tutto inefficace, anzi addirittura controproducente. I varchi prodotti in qualche tratto erano così stretti da costituire una trappola letale per gli assalitori. Dopo più di sei ore di tenaci e sanguinosi tentativi di superare la barriera dei reticolati fu ordinato il ripiegamento verso le posizioni di partenza.

Fallito il tentativo di prendere il monte lungo la linea di cresta, il 5 luglio il comando italiano mise in atto un piano d’azione simultanea contro l’alto ed il basso Sabotino. Un tiro di preparazione delle artiglierie alquanto lento e disperso precedette l’attacco dei fanti della Napoli alla sommità del monte e di quelli della brigata Livorno al tratto meridionale del trinceramento nemico. Gli isolati successi nel tentativo di infiltrarsi oltre i reticolati, pur mostrando il valore e l’abnegazione dei fanti italiani, non portarono ad alcun sfondamento nelle difese austroungariche, irte di mitragliatrici.

L’impeto degli assalti italiani si infranse contro i reticolati ed il tiro incrociato delle mitragliatrici anche negli altri settori del fronte interessati dall’offensiva, sia il monte Kuk, a nord del Sabotino, sia le alture di Oslavia e di Podgora, poste difronte a Gorizia, rimasero saldamente in mano al nemico. Complessivamente la prima battaglia dell’Isonzo costò all’esercito italiano 2000 morti e 11.500 tra feriti e dispersi, con il risultato di scalfire appena il primo gradino carsico.

Luigi Cadorna

Né l’elevato numero di perdite, né gli insignificanti progressi sul terreno determinarono una revisione della dottrina strategica dell’alto comando italiano. Il generale Luigi Cadorna, nominato nel luglio del 1914 capo di stato maggiore, a seguito dell’improvvisa scomparsa del suo predecessore, il generale Alberto Pollio, era un tenace sostenitore del primato dell’atteggiamento offensivo su quello difensivo e dell’attacco frontale sull’avvolgimento delle ali, teorizzato dagli strateghi tedeschi. In un opuscolo distribuito agli ufficiali nel febbraio del 1915, dal titolo emblematico “Attacco frontale”, Cadorna aveva sintetizzato il suo pensiero. L’azione difensiva non era neppure contemplata, ogni sforzo doveva essere proteso all’assalto contro le linee nemiche per conquistare terreno, la misura della vittoria sul campo era rappresentata dal movimento in avanti. Anche nel caso in cui gli assalitori si fossero trovati esposti al tiro dell’artiglieria nemica la soluzione tattica raccomandata era proseguire nell’avanzata in formazione aperta, poiché fermarsi, gettarsi a terra “equivarrebbe a permanere sotto la percossa del fuoco, aumentando per di più la propria vulnerabilità”. La capacità di cannoni e mitragliatrici di concentrare il fuoco su di un punto determinato, paralizzando ogni movimento degli assalitori, così come la presenza di linee fortificate non scalfivano il principio dell’attacco frontale, imponevano semmai una maggiore lentezza della manovra offensiva che doveva essere organizzata con forze proporzionate all’entità della resistenza offerta. Pertanto il moltiplicarsi dei trinceramenti sui fronti europei lasciava intatta l’efficacia dell’assalto alla baionetta, a cui inevitabilmente si doveva giungere per risolvere una logorante situazione di stallo. Cadorna rifiutava a priori l’ipotesi di una prolungata guerra di posizione, si illudeva di riuscire a mettere in atto una strategia imperniata sul movimento, ricorrendo alle trincee solo come ripiego temporaneo, in attesa di poter scatenare un’offensiva travolgente e risolutiva.

Boroević de Bojna

Tale visione dogmatica, destinata a rivelarsi tragicamente semplicistica, aveva portato Cadorna ad individuare nella valle dell’Isonzo la sola via percorribile verso il cuore dell’impero asburgico. L’ostacolo naturale costituito dalle alpi rendeva il “saliente trentino” del tutto inadatto ad una guerra di movimento. La penetrazione lungo la valle dell’Adige o attraverso quelle dei suoi tributari si presentava troppo svantaggiosa dal momento che le truppe austroungariche dominavano tutte le vette. Aveva quindi concepito lo schieramento italiano ponendo due armate, la Iª e la IVª, in posizione difensiva, rispettivamente nel settore del Trentino e del Cadore, e la IIª e la IIIª protese ad “un’energica ed improvvisa irruzione” nella valle dell’Isonzo. Sognava un rapido sfondamento del fronte isontino ed una decisiva battaglia campale nelle pianure slovene che avrebbe messo fine alla guerra in pochi mesi. La pressione congiunta dell’esercito russo, di quello serbo e di quello italiano avrebbero stritolato l’impero austroungarico, costringendolo alla resa. Il presupposto cadorniano degli effetti devastanti del coordinamento strategico tra russi, serbi ed italiani aveva incominciato a vacillare ancor prima del 24 maggio. I serbi avevano disperso le loro forze in una infruttuosa campagna in territorio albanese, all’inizio di maggio i russi erano stati messi in rotta a Gorlice, nei Carpazi, da una forza congiunta austro-tedesca. In una sola settimana oltre 30.000 russi erano caduti prigionieri

L’effetto sorpresa circa le intenzioni strategiche italiane era del tutto mancato. Il feldmaresciallo Conrad von Hötzendorf, comandante delle armate imperiali, aveva con largo anticipo immaginato il tentativo di Cadorna di scagliarsi contro la valle dell’Isonzo ed aveva predisposto imponenti difese, affidandone il comando all’abile generale croato Boroević de Bojna, distintosi nella fortunata campagna contro le truppe zariste. Mentre Cadorna era impegnato nella macchinosa mobilitazione del suo esercito ed accarezzava l’illusione di superare con un agile ed impetuoso balzo i modesti rilievi isontini, gli austroungarici avevano steso barriere di reticolati, scavato trincee, piazzato batterie di artiglieria e predisposto ricoveri. Investito del comando, il generale Boroević aveva saputo infondere all’Isonzoarmee la determinazione a resistere sino all’ultimo uomo, sfruttando il vantaggio offerto dalle opere difensive e dalla natura del terreno.

Postazione austriaca sul Monte Nero

Il 16 giugno 1915, la conquista del Monte Nero, grazie ad un audace colpo di mano degli alpini del 3° reggimento, aveva fornito una apparente conferma ai convincimenti cadorniani. Il sogno di una rapida vittoria ottenuta con l’impeto dell’assalto frontale era parso reale, neppure l’inaspettata scoperta del poderoso campo trincerato di Gorizia, difeso a nord dal Sabotino, dal Monte Santo e dal Monte San Gabriele, dall’altopiano di Podgora sul fronte occidentale e dal Monte San Michele e dal Monte San Martino a sud, lo aveva fatto svanire.

L’insuccesso della prima battaglia dell’Isonzo anziché indurre Cadorna a rivedere la sua concezione strategica, gli suggerì di perseverare nella ricerca di un punto debole nello schieramento asburgico in cui praticare uno sfondamento. Il principio della meticolosa preparazione delle operazioni e del concentramento delle forze, pur enunciato nei bollettini dell’alto comando, non trovò in concreto un’efficace applicazione. Appena una decina di giorni dopo il primo infruttuoso assalto, Cadorna ne ordinò un secondo contro il bastione meridionale del campo trincerato di Gorizia, imperniato sul Monte San Michele. Non seppe però resistere alla tentazione di organizzare massicce operazioni diversive lungo tutto il fronte, con il solo risultato di indebolire la concentrazione delle forse contro l’obiettivo principale. Mentre le brigate Regina e Bologna si gettavano all’assalto del San Michele, a nord di Gorizia unità delle brigate Ravenna e Forlì muovevano da quota 507 del Sabotino, incontrando una pronta e vigorosa resistenza del nemico. Per alcuni giorni la pressione sul Sabotino non fu allentata, neppure quando il definitivo successo sul San Michele sembrava a portata di mano. Il 20 luglio le truppe italiane esauste guadagnarono la cima più alta del San Michele, ma dovettero ben presto sgombrarla sotto la spinta del contrattacco scagliato dalle riserve di Boroević. Nei giorni successivi, per altre due volte i fanti italiani riconquistarono il San Michele per poi cederlo al nemico efficacemente appoggiato dall’artiglieria.

Nel momento più delicato della battaglia Cadorna tergiversò nell’inviare le proprie riserve a sostegno dello sforzo della IIIª armata. La seconda “spallata” per irrompere nella valle dell’Isonzo fu una carneficina. Tra morti, feriti e dispersi l’esercito italiano perse 42.000 uomini, quello austroungarico 47.000. A Cadorna occorsero alcuni mesi di sosta delle operazioni per riorganizzare le sue forse ed effettuare un ulteriore tentativo di sfondamento.

In quei mesi le linee italiane furono rafforzate, ma non persero comunque il loro carattere precario ed improvvisato. Imponenti lavori di scavo e di fortificazione erano ostacolati dal nemico, che ovunque controllava il terreno da posizioni dominanti, ed ancor più dall’imperativo offensivo di Cadorna che considerava le trincee non come un caposaldo da difendere, ma come un punto di appoggio da cui muovere all’assalto. Le trincee italiane erano spesso poco profonde, prive di ripari scavati nella roccia e di fortificazioni che non fossero provvisorie e parziali. In molti tratti del fronte i fanti erano protetti soltanto da sacchi di terra, muretti a secco e reticolati.

In una lettera indirizzata al primo ministro Salandra nell’agosto del 1915, Cadorna elencò le ragioni del fallimento della seconda battaglia dell’Isonzo: “…insufficiente munizionamento; mancanza di aviazione che potesse collaborare all’individuazione delle batterie nemiche; scarsità di complementi che consentissero di rinsanguare i reparti…”. La carenza di uomini e mezzi impediva lo sfondamento, quindi l’atteggiamento offensivo, se opportunamente intensificato, sarebbe stato premiato. Su tale incrollabile convinzione, Cadorna, dopo aver disposto il richiamo delle classi dal 1887 al 1882 e potenziato il parco delle artiglierie di medio e grosso calibro, costruì il piano per la terza offensiva dell’Isonzo. L’obiettivo principale rimase Gorizia. Gli sforzi italiani si concentrarono questa volta sul Sabotino, bastione nord del campo trincerato isontino e sul Podgora difronte a Gorizia, anche se i cannoni tuonarono su tutti i fronti dallo Stelvio al mare. La Iª e la IVª armata in Trentino ed in Cadore si impegnarono in offensive parziali con lo scopo di impedire al nemico di far affluire rinforzi nella valle dell’Isonzo, al tempo stesso la IIIª tentò di irrompere in direzione di Trieste e la IIª esercitò una forte pressione su Gorizia.

Il fronte italiano tra il 1915 e il 1917

Il 18 ottobre 1915 i fanti della brigata Pavia saggiarono le difese del Sabotino, poi tre giorni più tardi lanciarono un attacco coordinato alla vetta ed alla base del monte. Il 28° fanteria si mosse da quota 513 con due battaglioni ed il 27° con pari forze da quota 325. Su entrambe le direttrici gli italiani incontrarono i robusti capisaldi appena ultimati dagli austroungarici: il “Dentino” in alto ed il “Fortino” in basso. Il tiro incrociato delle mitragliatrici riuscì ad inchiodare gli attaccanti a ridosso dei reticolati, pressoché intatti, nonostante il fuoco di preparazione. Nella notte tra il 22 ed il 23 ottobre fu sferrato un nuovo attacco lungo la dorsale del monte. Gli austroungarici però non si lasciarono sorprendere. Nel pomeriggio dello stesso giorno, battaglioni delle brigate Pavia e Livorno si scagliarono contro la posizione del “Dentino”, riuscendo finalmente ad irrompere nelle trincee nemiche e ad espugnare il caposaldo. Rimosso l’ostacolo del “Dentino”, gli italiani avanzarono verso la vetta, dove furono bloccati dal vigoroso contrattacco austroungarico all’alba del 24 ottobre. La lotta sulla cima del Sabotino fu accanita, con gravi perdite da entrambe le parti. L’efficace appoggio delle artiglierie del Monte Santo e della Bainsizza rese irresistibile la controffensiva di Boroević, costringendo gli italiani ad abbandonare la cresta e ad asserragliarsi lungo il costone.

Apparve evidente l’impossibilità di una duratura conquista della cima del Sabotino senza impadronirsi anche dei rovesci e di tutto il crinale. Tale constatazione convinse il generale Fara, comandante della 4ª divisione, a tentare, il 28 ottobre, un nuovo attacco coordinato lungo la dorsale del Sabotino e verso la valle Peumica fino a San Mauro. Una volta espugnata la cima, l’avanzata avrebbe dovuto proseguire sul versante dell’Isonzo sino al ponte ferroviario di Salcano per tagliare le linee di rifornimento nemiche; contemporaneamente sarebbero state travolte le trincee austroungariche nel tratto del Puemica, realizzando una efficace manovra avvolgente capace di consolidare i successi ottenuti sull’alto Sabotino.

La micidiale efficacia del tiro di sbarramento delle artiglierie austroungariche tolse ogni slancio alle fanterie italiane che in alto furono arrestate a quota 513, nella posizione nota come “bosco quadro”, ed in basso a ridosso del “Fortino”, a quota 239, nella posizione denominata “massi rocciosi”. Preso atto del fallimento dell’ardua manovra il generale Fara ordinò di sospendere le operazioni.

Nel frattempo sul Podgora i fanti italiani non ebbero miglior fortuna, l’attacco al dosso denominato “Calvario” fu respinto con perdite pesantissime.

Lo stesso piano d’attacco al Sabotino fallito il 28 ottobre fu ritentato il 1° novembre e poi ancora il giorno successivo, senza sortire alcun risultato apprezzabile. Interi reparti furono sacrificati sotto l’intenso fuoco nemico prima di dichiarare esaurita la terza offensiva dell’Isonzo. La speranza di molti soldati esausti dai combattimenti di poter godere di un adeguato periodo di riposo fu ben presto delusa. L’implacabile Cadorna ritenne sufficiente una pausa di appena una settimana per riordinare i reparti e far affluire i rincalzi, poi ordinò una ripresa dell’offensiva dal Sabotino fino al mare. In mancanza di un preciso disegno strategico, il “generalissimo” si attendeva miracoli dall’effetto sorpresa e dall’ardimento dei suoi soldati. Il 10 novembre i fanti italiani, sferzati dalla pioggia incessante e dal vento gelido si lanciarono all’assalto lungo tutto il fronte, dopo un breve ed intenso cannoneggiamento delle linee austroungariche. Contro il Sabotino non furono attuate che vane azioni dimostrative, gli sforzi della 4ª divisione, assegnata al comando dell’energico generale Luca Montuori, si concentrarono contro le posizioni attorno all’abitato di Oslavia, esse furono prese, perdute e riprese.

Anche negli altri settori del fronte i rari trinceramenti strappati al nemico furono pagati a caro prezzo. Le condizioni metereologiche proibitive e l’accanita resistenza austriaca finirono per avere la meglio sulla sorpresa e sull’ardimento degli italiani. In un rapporto ai suoi superiori, il generale Capello, allora comandante del VI corpo d’armata, descrisse il grave stato di esaurimento delle truppe: “Il rancio quando arriva in trincea è freddo e la razione è incompleta, ed il soldato, che vive da giorni assiderato nel fango delle trincee e dei ricoveri franati che non offrono più alcun riparo, non potendo ristorare le forze con un rancio caldo e abbondante, si accascia e perde sempre più vigore. Per mia costatazione … ho visto non degli uomini, ma dei pezzi di fango ambulanti che faticosamente si trascinavano verso il nemico. Ad essi non mancava la volontà di camminare … ma mancava la forza fisica.”.

Luigi Capello

All’inizio di dicembre lo sfinimento delle truppe impose la cessazione della quarta offensiva dell’Isonzo. Le due “spallate” autunnali erano costate oltre 116.000 perdite, tra morti, feriti e dispersi.

Nella prima decade di novembre, mentre in ogni settore del fronte si delineava l’ennesima inutile carneficina, il generale Montuori ebbe l’intuizione di modificare l’approccio tattico delle operazioni contro il Sabotino, architrave della difesa di Gorizia. Dall’esperienza diretta della vita in trincea, il generale avellinese maturò la convinzione dell’assurdità di mantenere le truppe in massa a logorarsi nel fango, soltanto per soddisfare l’ossessione offensivista del comando supremo. Con la forza di argomenti incontestabili, forniti dagli ospedali rigurgitanti di malati, che le trincee umide e malsane predisponevano alla tubercolosi, strappò ai suoi superiori, i generali Garioni e Frugoni, l’autorizzazione alla costruzione di ricoveri e ripari per le truppe, sul modello delle caverne che ospitavano gli uomini dell’Isonzoarmee. Montuori non concepì il miglioramento della protezione delle truppe contro le intemperie come un abbandono dell’atteggiamento offensivo, al contrario propose ed ottenne di orientare i lavori di scavo all’avanzata verso la vetta per linee parallele sino a breve distanza dalle posizioni nemiche, in modo tale da rendere travolgente ed irresistibile l’assalto finale. Considerò il Sabotino non come una semplice trincea da espugnare all’arma bianca, ma come una fortezza da assediare con metodo e pazienza. Tale visione ossidionale, non certo inedita nella storia dell’arte militare, traeva la sua originalità dalla coraggiosa presa di distanze dalla dottrina Cadorna, sino ad allora incontestata, spostando l’attenzione sul morale delle truppe, sugli aspetti logistici e sull’osservazione dei comportamenti del nemico. La tattica dell’avvicinamento per linee parallele si associò infatti al concetto del tutto nuovo di “attacco travolgente”, elaborato sulla base dell’analisi dei contrattacchi ordinati dal generale Boroević e delle testimonianze dei prigionieri di guerra. Alla conquista di una trincea da parte dei fanti italiani seguiva immancabilmente un contrattacco di truppe fresche, rimaste al riparo in caverna durante il bombardamento preliminare dell’artiglieria. Raggiunta la linea sconvolta dal tiro di preparazione gli italiani non procedevano oltre, si impegnavano a bonificare e difendere ciò che avevano appena conquistato, finendo spesso per soccombere sotto l’urto del violento contrattacco nemico. Grazie invece alla disponibilità di ricoveri e ripari a ridosso delle linee nemiche il comando italiano avrebbe potuto finalmente alimentare la spinta offensiva con successive ondate di battaglioni, mentre le avanguardie, anziché fermarsi come di consueto alla prima linea occupata, sarebbero avanzate rapidamente sino a raggiungere l’ingresso delle caverne austroungariche, intrappolando così le truppe in procinto di lanciarsi al contrattacco. Nella visione di Montuori mesi di paziente preparazione avrebbero dovuto tradursi in un attacco fulmineo, capace di neutralizzare una volta per tutte la reazione austroungarica.

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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