BREVE CORSO DI STORIA ROMANA
IL TERRIBILE PRIMO SECOLO A.C.
parte sesta

“E’ una questione di principio”, si sente dire, sia da chi vuol rafforzare un argomento, sia da chi lo vuole con ironia in qualche modo declassare. A mio modesto avviso con i principi bisogna andarci cauti, perché gli effetti spesso sono del tutto imprevedibili. O sbaglio?

Così la morte violenta dei Gracchi, proprio per una questione di principio (l’omicidio va punito sempre e comunque) avrebbe dovuto dar luogo a processi e condanne. Invece nulla: la vicenda era vissuta come una parentesi, un’eccezione, un’emergenza. Quindi molti si aspettavano un ritorno alla normalità in automatico, come se si potesse risolvere il caso, chiudendo semplicemente la parentesi.

Invece, una volta fatto il salto del fosso, per cui in politica anche l’omicidio ci può stare, non solo non si è tornati indietro, ma quel sistema di lotta ha fatto proseliti, macchiando con una scia di sangue l’intero corso del primo secolo, con la fine della democrazia repubblicana (o almeno ciò che ne rimaneva), ed il passaggio al sistema monarchico, senza trono né corona, chiamato impero.

Caio Mario uccideva i seguaci del suo avversario, Silla, anzi del suo nemico, e faceva delle liste di proscrizione (elenco di persone da uccidere senza pagare pena, anzi spesso ricevendone in premio i beni); Silla allora faceva la medesima cosa con i seguaci di Mario, seminando Roma di caos e di morti. Mario poi, capo della fazione popolare, aveva riformato l’esercito, facendolo divenire esercito professionale, i cui soldati si legavano al comandante e non più a Roma, com’era prima; e Silla faceva la medesima cosa. Di lì in poi tutti i protagonisti della lotta politica romana avranno il loro esercito personale, uno dei fattori di crisi cronica di Roma per l’intera epoca imperiale.

Dalla Germania c’erano state due profonde incursioni di popolazioni germaniche, entrambe sterminate da Mario: i Teutoni, ad Aix en Provence, ed i Cimbri a Vercelli. Ma ci fu anche una grave crisi in Italia: le popolazioni italiche avevano salvato Roma da Annibale, e fornivano armati e mezzi ai romani per le loro guerre di conquista, ma in cambio non ricevevano nulla, in quanto non cittadini romani. A Corfinio, in Abruzzo, istituirono una lega italica (per la prima volta si coniarono monete con stampato Italia su una facciata), pronti a marciare su Roma e magari conquistarla. Il pericolo era serio: gli italici conoscevano bene la tecnica bellica dei romani, quindi c’era poco da scherzare. Il senato (dìvide et ìmpera) allora promise la cittadinanza romana a chi avesse deposto le armi. E molti accettarono, ma altri ormai erano invaghiti dell’idea di prendere addirittura Roma. Le battaglie furono vinte dai romani, ma la cittadinanza fu data a tutti gli italici. Altro sangue. Alleato in latino si dice “socius”, quindi questa fu la guerra sociale (90-88 a.C.). La faccende era iniziata, quando il tribuno della plebe Marco Livio Druso aveva ripreso il programma dei Gracchi, nel quale era prevista pure l’estensione della cittadinanza romana agli italici, insomma una specie di ius soli del tempo, ma senza le implicazioni del vergognoso razzismo di oggi. E la plebe romana, detentrice di un privilegio di carta pesta, si rifiutò di accettarlo. E Druso fu ammazzato. Sangue!
Non mancò nemmeno qualche tentativo di secessione. Sertorio, ad esempio, abile stratega romano della fazione di Mario in Iberia, tentò di staccarla da Roma e di fondarvi un suo regno personale. Ma intervenne l’esercito regolare romano sotto la guida di Pompeo, e Sertorio fece una brutta fine. Altro sangue, comunque.

Altro sangue lo versarono gli schiavi ribellandosi, Euno in Sicilia, e Spartaco in Campania. Il sistema schiavistico con Roma era divenuto scientifico. Ma gli stessi schiavi non lo contestano: Spartaco all’inizio vince le truppe romane, e che fa? Mette i prigionieri a fare i gladiatori, ed i gladiatori a fare da spettatori. Insomma il sistema schiavistico non fu messo in discussione nemmeno dagli stessi schiavi. Crasso li vinse in battaglia, e li mise in croce, per giunta bruciandoli pure, lungo la via Appia fino a Roma.

“Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?”. Chi non ricorda questo memorabile esordio delle Catilinarie di Cicerone? Convinto che non gli avrebbero consentito il consolato per via legale, Catilina – nobili genere natus – pianificò un atto di forza. E Cicerone, il console, a dire: “O tempora, o mores!” (che tempi, che costumi!). In altre epoche, o Catilina, saresti stato già giustiziato. Ora invece trama, organizza il funerale della repubblica, è partecipe delle discussioni che su di lui si hanno in senato, ed intanto con gli occhi prende nota di quanti egli designa alla morte. Che ci fosse una congiura era voce ormai diffusa, ma senza prove. Quando secondo Catilina è giunto il momento, parte per Pistoia, dove si stanno radunando i suoi armati, e dà precisi ordini ai suoi complici a Roma. Ma c’è chi vuole strafare, e la congiura viene alla luce. In una drammatica seduta del senato si pronuncia la condanna a morte: i congiurati sono catturati, portati al carcere mamertino, sotto il Campidoglio. E’ tuttora visitabile: una stanza fiocamente illuminata all’ingresso, una scala che scende al piano di sotto, in un antro del tutto al buio. Li fanno scendere uno alla volta, e lì il boia li strozza tutti. E’ sera, e nel crepuscolo fumano le torce della folla radunata ed in un silenzio irreale. Quand’ecco che si affaccia Cicerone, che dice una sola parola: “Vixerunt” (vissero). Cicerone poi sarà punito con l’esilio, per non aver concesso – come previsto dalla legge – ai condannati l’appellatio ad populum, altra prerogativa del cittadino romano. Via un altro principio!

Catilina, intanto, è a Pistoia. Raduna i suoi e si prepara allo scontro con le truppe regolari mandate da Roma. La battaglia è feroce, ed il corpo di Catilina sarà ritrovato dopo la battaglia ben dentro alle file nemiche, circondato dai cadaveri dei nemici uccisi. Ed in quella battaglia nessuno fu ferito alla schiena, nessuno era scappato. Ed erano tutti romani o italici. Ancora sangue.

All’inizio del secolo, però, c’era stato un evento, che nessuno aveva notato, e nessuno poteva prevedere quanto importante sarebbe stato per la Storia: era nato Caio Giulio Cesare, di antica famiglia patrizia, ma di domicilio (abitava nella Suburra) e sentimenti popolari. La sua famiglia non era tra le più importanti in quel momento (sua zia Giulia aveva sposato un homo novus, Mario, uno cioè senza pedigree patrizio, cosa molto considerata allora), né tra le più ricche. Ma la natura lo aveva dotato di un bene straordinario, una intelligenza unica, a cui aveva aggiunto una raffinata preparazione culturale, con la ciliegina della filosofia epicurea assimilata nel profondo. Suo suocero era Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, nella cui villa ad Ercolano (villa dei papiri) stiamo ritrovando una serie di rotoli papiracei contenenti i dettami di Epicuro. Dal maestro Cesare derivò l’estremo distacco dalle vicende umane, anche le proprie, che avrebbero esaltato o depresso chiunque, ma non lui, di cui Dante fa dire a Giustiniano: “Che nol seguiterìa lingua né penna”: insomma non faresti in tempo a raccontarne un’impresa, che ne ha già compiuta un’altra.

Si propose come paladino dei populares, e si appoggiò a Crasso, ricco fuori misura, il quale dall’appoggio di Cesare si attendeva prestigio. La factio senatoria aveva in Cicerone e Pompeo i suoi paladini. E si arrivò al convegno di Lucca, dove tre privati cittadini stabilivano gli assetti futuri della comatosa res publica romana (primo triunvirato, fuori delle leggi: la res publica democratica non c’era più, ma fingevano il contrario): ormai la Costituzione era solo una parvenza. Crasso morì in oriente, sconfitto ed ucciso a Carre dai parti (persiani, 53 a.C.). Cesare s’era preso il governatorato della Gallia, che allora era solo la Padania (ma che d’è ‘sta Padania?!) o poco più. In otto anni conquistò tutta la Gallia, i Paesi bassi, con una visitina armata nell’isola britannica ed in Germania, tanto per far capire chi erano i nuovi vicini. Con ciò si provvide di un esercito addestrato e fedele, di grandi ricchezze e di fama straordinaria presso i romani, gratificati da un immenso bottino. A Roma, intanto, giravano bande armate di natura politica: Clodio, popularis e quindi cesariano, e Milone, pro patriziato, e fatalmente si incontrarono. E Clodio vi perse la vita. Sangue!

Il nome vero di Clodio era Claudio, quindi egli apparteneva ad una delle più antiche e nobili famiglie di Roma. Ma la legge prevedeva che potesse divenire tribuno della plebe solo chi era plebeo. Ed egli si rese plebeo, modificato il nome in Clodio, secondo la fonetica popolare (la distanza tra classe dirigente e Populus iniziava a farsi evidente anche nella lingua: tale distanza a gioco lungo avrà il suo considerevolissimo peso per la fine dell’impero. Chi sa se la nostra classe dirigente si rende conto di questo: è sempre stato così, e vale anche nel 2018. Noi possiamo anche negare importanza alla Storia, ma ce l’ha, altro che se ce l’ha!). Sua sorella, Clodia, lo seguirà anche in questo: giravano voci di rapporti incestuosi tra i due, che Cicerone nella Pro Caelio riprenderà in tribunale. “Non voglio di certo inimicarmi tuo marito…. Mannaggia, chiedo scusa, tuo fratello volevo dire. Quando arrivo a questo punto, mi confondo sempre. E non intendo inimicarmi nemmeno te, che sei amica di tutti!”. Il riferimento ai costumi allegri della donna è palese. E’ l’amata da Catullo, e sarà uno dei fattori dell’inimicizia tra il poeta e l’oratore.

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