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Il prete che portò la patata nell’ Alta Toscana – Storia di guerre, carestie e superstizione

In origine era “potati“, poi “papa“, “batatas“, dopodichè la sua diffusione portò l’avvicendarsi di altri nomi ancora. In Italia all’inizio fu chiamata “tartifola“, vista la somiglianza che aveva con il tartufo, per lo stesso motivo in Germania la denominarono “kartoffel” e in Francia, culla della sua divulgazione in tutto il Vecchio Continente, in principio fu elegantemente chiamata “pomme de terre“, ossia mela di terra. Oggi è conosciuta semplicemente con l’appellativo di patata ed è il quarto alimento più consumato al mondo.

Re Federico il Grande controlla la coltivazione della patata dipinto di Robert Muller

Checchè se ne pensi non fu il solito Cristoforo Colombo ad esportare il tubero in Europa, ma bensì i suoi accoliti spagnoli una cinquantina di anni dopo la scoperta dell’America. I conquistadores si accorsero della presenza della patata nelle loro scorribande sulla cordigliera andina: Perù, Cile, Bolivia, nonchè  Messico e Colombia. Fu proprio nella lontana Colombia che si ebbero le prime testimonianze scritte della sua presenza, quando nel 1536 gli uomini di Gonzalo Jimenez de Quesada aprirono un varco nella foresta della Valle Magdalena ed irruppero nell’attuale villaggio di Sorocotà; gli indigeni, poveri sventurati, scapparono a gambe levate mentre i conquistadores saccheggiavano le loro capanne.

In una di queste capanne trovarono del cibo: fagioli, mais e una sorta di “tartufo”.

Nel suo resoconto Juan de Castellanos lo descrisse dettagliatamente: “piante con scarsi fiori viola opaco e radici farinose di sapore gradevole…“.

Fattostà, che nel tardo cinquecento lo strano tubero fece il suo ingresso in Europa. Il suo arrivo non fu accolto con manifestazioni di giubilo e tripudio, anzi, il suo esordio nelle tavole della gente non fu del tutto facile, tant’è che questo alimento non fu preso come fonte di nutrimento umano e fu relegato a cibo per animali da fattoria. La povera patata con il tempo fu quindi accusata di ogni nefandezza inimmaginabile, si arrivò a dire che era una delle cause della diffusione della lebbra, d’altronde che alimento può essere quello che il suo frutto nasce sotto terra? Addirittura nell’Enciclopedye del 1765 si asserisce che si tratta di “cibo flatulento“… A decretare il suo quasi “de profundis” ci furono poi dei casi d’intossicazione, infatti qualche scellerato mangiava non il prelibato tubero, ma bensì le foglie e i suoi frutti velenosi. La decisione dei governanti di costringere a mangiare tale “schifezza” ai soldati e ai galeotti portò poi la sua “fama” ai minimi storici. Fu proprio grazie però ad uno di questi soldati che la patata ebbe la sua riscossa.

Antoine Augustine Parmentier con il fiore di patata in mano

Il francese Antoine Augustine Parmentier, durante la guerra dei “Sette Anni” fu fatto prigioniero e nella sua cella fu cibato proprio a patate, l’uomo ne apprezzò il sapore e perdipiù constatò anche la sua facilità di crescita in terreni poveri. D’altra parte Parmentier parlava con cognizione di causa, visto che il suo lavoro non era fare il soldato, ma bensì l’agronomo, difatti ritornato in patria propose “la pomme de terre” allo studio dei più facoltosi personaggi di Francia, presentando il tubero come “pane già fatto che non richiedeva nè mugnaio, nè forno“. L’alimento suscitò il  grande interesse di tutti, tanto è vero che il re Luigi XVI, dopo la grande carestia del 1785, impartì l’ordine ai nobili di obbligare i propri contadini a coltivare la patata. Fu proprio a causa della carestia, della miseria e della povertà che qualcuno decise di introdurre la coltivazione della patata anche in Garfagnana.

Esiste infatti un nome ed un cognome di colui che portò “il pomo di terra” all’attenzione dei contadini garfagnini, così come esiste anche una data.

Metello

Lui era un prete, si chiamava Don Pietro Salatti, parroco di Metello (oggi comune di Sillano Giuncugnano), nonchè cappellano militare alle dipendenze di Napoleone Bonaparte. Fu appunto in una di quelle faraoniche campagne militari che il parroco conobbe la patata, era difatti la protagonista principale del rancio dei militari. Vide poi che era un alimento sostanzioso, abbondante, facile da coltivare e di poco costo, insomma, il nutrimento ideale per la sua gente di Garfagnana, sarebbe stato una valida alternativa alla castagna, un cibo perfetto in tempi di magri raccolti, per giunta sui monti garfagnini poteva crescere in prosperità. Fu allora, in quel lontano 1815, quando il prete tornò nella sua amata Metello che la storia della patata ebbe il suo inizio nella nostra valle. I sogni di gloria napoleonici erano terminati e Don Pietro portò all’attenzione di tutti i suoi compaesani questo frutto della terra, lo portò a loro come un dono di Dio, una vivanda in più da mettere sulle già povere tavole garfagnine… Ma l’ignoranza come si sa non conosce limiti e anche in Garfagnana si riaffermarono fantasie e credulonerie che si credevano ormai sopite: –… è il frutto del diavolo !!!-, qualcuno ebbe a dire, o sennò qualche altro benpensante affermò: –Questo frutto non è nemmeno citato nella Bibbia…-. Si disse perfino che era il cibo prediletto degli streghi, infatti come era già successo in Europa, qualcuno pensò bene di mangiarsi pure le foglie della pianta della patata, foglie che contengono solanina e scopolamina, due alcaloidi che possono provocare effetti allucinogeni e che secondo credenza popolare poteva permettere il cosiddetto “volo stregonico”. Non solo questo però, il Pievano di Gallicano così scriveva: “Gran parte dei contadini della montagna, sono intimamente persuasi che l’irregolarità delle stagioni sia effetto della coltivazione delle patate“…

Il pane di patate della Garfagnana

Ma il tempo come si sa è galantuomo e finalmente anche in Garfagnana ci si rese conto della bontà del prodotto. Oggi la patata è uno dei nostri prodotti d’eccellenza, la patata rossa di Sulcina è di una  prelibatezza unica, che dire poi del nostro pane di patate (per saperne di più clicca qua) e le squisite torte sono impareggiabili.

In definitiva, come abbiamo letto, mai nessun alimento al mondo come la patata ha dovuto penare così strenuamente per affermarsi sulle nostre tavole.

La sua definitiva consacrazione gli fu data perciò dal premio Nobel per la letteratura Knut Hamsun quando nel suo libro “I frutti della Terra” così la descrisse:

“La patata è un vegetale senza paragoni, che resiste alla siccità come all’umidità e cresce ugualmente; che sfida le intemperie e ripaga al decuplo le poche cure che l’uomo le concede. La patata non ha il sangue dell’uva, ma possiede la carne della castagna; si può cuocere sotto la cenere, o nell’acqua bollente, o friggerla. Chi ha la patata può fare a meno del pane. Non occorre aggiungervi molto, ed ecco preparato un pasto; la si mangia con una tazza di latte, con un’aringa: è sufficiente. Il ricco la mangia con il burro; il povero si accontenta di condirla con un pizzico di sale”.




Bibliografia:

  • “Italiani mangiapatate. Fortuna e sfortuna della patata nel Belpaese” di Davide Gentilcore . Il Mulino 2013

  • Studi interdisciplinari su varietà di patate di Stefano Martino e Arturo Alvino , maggio 2010, Lulu edizioni

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Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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