IL POTERE

Reign_of_the_Superman

Considerazioni sul potere

(da: Ricerca sulla’ órdo socialis)

Introduzione

L’indagine sul potere è fondamentale a tutto il lavoro di ricerca sull’ordo socialis.

Lo spunto iniziale della ricerca è che ogni società umana corrente è da ritenersi patologica (cioè malata, degenerata), piuttosto che fisiologica, (cioè sana, come natura l’ha concepita).

Il sospetto è che la degenerazione non sia dovuta ad un fenomeno endogeno, un malessere di struttura insito nella morfologia stessa dell’organismo sociale, bensì ad un processo voluto, una imposizione contro natura per ottenere un profitto maggiore, anche se questo si rivela effimero ed altamente instabile.

Sembra come se la società umana si fosse drogata per raggiungere paradisi artificiali. Come ogni effetto effimero, anche questo ha durata limitata, per cui, dopo un certo tempo l’effetto cessa, lasciando l’organismo in stato di prostrazione fino al drogaggio successivo, in un ritorno ciclico delle diverse condizioni di benessere e malessere.

Probabilmente non c’è bisogno di grande capacità intuitiva per accertare quale possa essere la droga che mortifica l’organismo società umana; ma quello che ancora manca è capire come essa agisca, perché è ritenuta necessaria, e come se ne possa venir fuori per ritornare a condizioni di fisiologia.

Questa droga sembra essere proprio il potere, argomento di vivere sociale iniettato da alcuni, come un virus, in luoghi diversi della terra, in momenti differenti, e in un’epoca dell’umanità certamente non documentata dalla storia scritta, ma testimoniata in maniera inconfutabile dalla filologia comparata, dall’antropologia, dallo sviluppo delle scienze fisiche e sociali e, soprattutto, dalla ragione.

Credo che qualsiasi autore che intraprenda un lavoro di ricerca metodologica, oltre che operativa, abbia il sacro terrore di cacciarsi in un labirinto inestricabile dove anche la più futile obiezione possa ricacciarlo dentro, anche quando si trovi vicino alla meta.

Anche l’autore di questa ricerca ha vissuto lo stesso terrore e, prima di iniziare il lavoro, ha lasciato decantare l’idea per diverso tempo. L’unica certezza che lo animava era la convinzione che nel campo della scienza sociale ci stessimo comportando come la volpe con l’uva, per giustificare la propria incapacità a raggiungerla: cioè che stessimo usando concetti di comodo per capire un mondo che tende a sfuggirci di mano con sussulti pressochè ciclici.

L’idea del “concetto di comodo” è senza dubbio uno dei principali spunti di ricerca, e crediamo che si sia rivelata uno spunto corretto.

I concetti di comodo

Partiamo, dunque, dal concetto di comodo. E’ certamente concetto di comodo giudicare la democrazia come il solo governo giusto, quando il termine stesso non indica nemmeno una forma di governo, bensì di potere. E’ comodo, o quanto meno troppo facile, affermare che una società si ribella per le cattive condizioni economiche, quando questa può essere solo una verità parziale, un concetto di comodo. Se è vero che l’Unione Sovietica è esplosa per le sue cattive condizioni economiche, è ancor più vero che dopo l’esplosione queste non sono affatto migliorate, né hanno la benché minima possibilità di migliorare a causa della ribellione. La ribellione non ha portato ad un cambiamento delle condizioni economiche, bensì al cambiamento delle condizioni di potere, che sono state la causa della ribellione.

La rivolta palestinese non sembra essere dovuta a motivi economici, giacché i palestinesi vivono in condizioni di quasi totale miseria da sempre: essi si ribellano al potere israeliano. L’esplosione della Federazione Jugoslava sembra essere stata causata da una annosa rincorsa all’imposizione del potere: le varie Repubbliche sono state disposte a sopportare le più dure condizioni economiche, pur di sottrarsi al potere Federale-Serbo.

Quelle che noi chiamiamo cause di ribellione sono piuttosto l’effetto di una causa più invisibile e più ingannatrice che sfugge alla rilevazione proprio perché impercettibile al comune osservatore: l’imposizione di potere.

Gli Stati nazionali e gli Organismi internazionali spendono annualmente migliaia di dollari per sostenere la ricerca scientifica, motivando il tutto con una pseudogiustificazione di ordine sociale. Ma, se è pur vero che la tecnologia ha contribuito enormemente a migliorare le condizioni economiche di molti, certamente non ha contribuito affatto a migliorare le condizioni sociali di nessuno.

Le leggi che intimamente regolano le società umane sembrano ancora incomprensibili, benché ogni società progredisca nel suo sviluppo economico e tecnologico, tende a caricarsi sempre più di tensioni, fino ad esplodere in improvvise ed imprevedibili ribellioni.

La conoscenza scientifica manca ancora della benché minima conoscenza della dinamica sociale, e tutti gli Stati nazionali si guardano bene dall’investire in questa conoscenza. Si sente ormai da molti ricercatori l’esistenza di una tendenza di fondo dell’essere umano ad aggregarsi in società secondo regole di natura, come in una “ordo socialis”, che per qualche motivo incomprensibile e inutile non viene assecondata, ma contrastata. Questo contrasto genera accumuli di tensioni, di forze repulsive che, quando superano certi livelli di sopportabilità (punti di ribellione), esplodono in contrasti sociali più o meno violenti.

L’autore della ricerca non è stato fulminato come San Paolo sulla via di Damasco nell’individuare la “causa” che sconvolge quasi ciclicamente le società umane, ma è arrivato a questa conclusione analizzando gli spunti di tanti ricercatori che lo hanno preceduto. Forse l’elemento che lo ha portato sulla pista buona è stato proprio quel “concetto di comodo” , che gli ha permesso di partire dal condizionamento sociale, vale a dire da quella condizione per la quale tutto ciò che ci è più usuale, più ricorrente, più accettato, debba essere la condizione più giusta.

A questo punto del procedimento era suo compito decondizionarsi, se voleva continuare sulla pista buona. In condizioni normali, vivendo ed accettando la vita di tutti i giorni, è praticamente impossibile riuscirci, in quanto non si riesce neanche ad individuare il condizionamento.

E´ concetto di comodo affermare che la democrazia e´ la migliore forma di governo, quando questa e´solo una forma di potere. In democrazia il potere appartiene al popolo, che lo esercita nelle forme di governo che ritiene più´opportune, tramite l´elezione di suoi rappresentanti, considerando che tutti assieme non potrebbero certamente governare.

Costoro, quindi, devono nominare dei rappresentanti che realmente li rappresentino.

Ebbene, quando lo scrivente lavorava nella produzione di semiconduttori in Texas Instruments, il test finale di qualità´era fatto su un campione scelto con le tavole dei numeri casuali, perché´tutti i pezzi erano uguali, quindi bastava estrarne a sorte un campione certamente rappresentativo.

Orbene, se in democrazia siamo tutti uguali, basta scegliere i rappresentanti usando anche qui le tavole dei numeri casuali.

Se, al contrario, siamo tutti simili, ma non uguali (come verosimilmente credo che sia), allora anche i voti sono simili, ma non uguali. Pertanto, ad ogni voto deve essere abbinato un suo peso, una ponderazione che ne esprima l´effettivo valore.

E´un concetto di comodo che la democrazia sia la forma migliore di potere e finanche di governo e che e´ buono e giusto esportarla con la forza a popolazioni (da sottomettere militarmente).

L´imposizione di potere

La società umana è basata sull’imposizione di potere, sia esso palese quale quello repressivo, sia esso allettante quale quello remunerativo, sia esso invisibile quale quello condizionatorio.

L’esercizio del potere è l’elemento costitutivo delle moderne società umane le quali obbediscono solo alle sue imposizioni, in deroga alle leggi stesse di natura.

Il potere resiste a tutte le forze generate dall’affermazione delle libertà, e la società lo subisce. Quando però cozza contro l’ultimo principio, quello della libertà che più ha violato, allora la società arriva al punto di rottura rivoluzionario e si ribella. Questo principio è definito nel corso dell’opera “istinto edonistico alla società”.

In altre parole, fino a quando, sia a livello individuale che collettivo, è più conveniente (meno faticoso, meno pericoloso, più redditizio, più comodo) subire, allora si accetta il potere; quando, invece, la sua imposizione procura svantaggi tali che non è più conveniente subirlo, si giunge al punto di rottura e si ha la ribellione.

Una ordo socialis latente è certamente l’elemento costitutivo di ogni società umana, così come la superforza fisica lo è della materia.

L’ordine sociale su cui si indaga è da concepirsi allo stesso modo dell’ordine che regna nella materia: più come un disordine, che come un ordine schematico e ripetibile.

Questo disordine, che impropriamente è definito caos, indica un livello di organizzazione naturale immodificabile e indistruttibile: l’entropia sociale, che evolve spontaneamente attraverso attrattori sociali verso energia ordinata (istinti di natura, e archetipi culturali).

La sua manipolazione altera ogni attività sociale.

La società umana, così come tutte le società viventi, è azionata da una forza naturale, da un’energia vitale (istinti di natura, e archetipi culturali), che gestisce l’ordine sociale, o meglio il disordine sociale, l’entropia esistente in ogni essere vivente.

Lo scopo di ogni società vivente è lo scambio. In ogni processo di scambio noi cediamo una parte di energia, che si diffonde moltiplicandosi all’interno dello scambio stesso. Tutte le volte che un essere umano socializza (crea, produce, comunica, scambia a titolo gratuito o oneroso), sacrifica una parte della sua libertà individuale pur di soddisfare un bisogno altrimenti non soddisfacibile: parte della sua libertà individuale viene ceduta a colui o coloro che partecipano allo scambio.

Perfino un genio creatore (la massima espressione di libertà), se vuole che il prodotto del suo ingegno abbia un valore, deve riuscire a scambiarlo (comunicarlo) con qualcuno che ne riconosca il valore (lo apprezzi). Se questa condizione non si verifica, il valore artistico o economico del bene è nullo. Nell’effettuare questo scambio (socializzazione), anche il genio sacrifica una parte della sua libertà individuale (si priva dell’opera; accetta compromessi), cedendola ad altri che la acquisisce per moltiplicarla a suo beneficio (prendendo coscienza della condizione di genio dell’artista).

In questa attività ognuno può imporre o subire un potere, a seconda del risultato che si raggiunge, soddisfacendo un bisogno di scambio solamente proprio o anche altrui.

Quando dell’energia ordinata (libertà) diventa disordinata (potere, licenza, alienazione), l’entropia sociale aumenta. In altre parole, quando la libertà, che ha un ordine naturale costituito, diventa disordinata, cioè viene alterata (compressa a causa della sopportazione di un potere), (espansa a causa dell’imposizione di una licenza), (annullata a causa dell’alienazione), l’entropia sociale aumenta.

Chi ha dimestichezza con le scienze fisiche potrà avere l’impressione che stiamo cercando di applicare il secondo principio della termodinamica al campo della scienza sociale, così come Nicolas Georgescu-Roegen in “Entropia e processo economico” ha fatto nella teoria economica.

Vediamo!.

La teoria fisica proibisce la diminuzione dell’entropia di un sistema completo: neppure la macchina più efficiente è in grado di recuperare l’energia dissipata nell’ambiente come attrito, per cui in ogni processo termico si genera una dispersione di energia nell’ambiente.

La teoria entropica dell’economia sottolinea che i processi economici non sono circolari, ma irreversibili, e che lo stock di risorse utilizzabili tende ad esaurirsi, così come ripreso da alcune teorie ecologiste.

Applicando strettamente la teoria fisica e quella economica alla nostra indagine, dovremmo concludere che in ogni scambio sociale una parte dell’energia, che lo alimenta, venga dissipata all’interno dello scambio stesso, e che non esiste nessun sistema organizzativo efficiente che possa recuperare tutta l’energia impiegata nello scambio, per cui, per deduzione, dovremmo concludere che, più aumenta il numero degli scambi, più diminuisce l’energia che alimenta la società.

Il ricercatore sente, però, la sensazione che debbano esistere metodi di organizzazione sociale che, sfruttando il senso edonistico alla società, permettano agli attrattori sociali di evolvere dal caos antropico verso forme attrattive evolute. Questo è, in effetti, l’obiettivo della ricerca.

In effetti, il secondo principio della termodinamica è un principio empirico, cioè strettamente legato alla tecnologia del suo tempo, per una varietà di processi piuttosto limitata, aventi a che fare con macchine termiche convenzionali e che, anche se ha avuto in seguito un ambito di applicabilità molto vasto, e oggi viene considerato il regolatore più generale dell’attività naturale noto alla scienza, manca comunque di un requisito essenziale per poter godere del titolo di “universalità”: è una teoria empirica su cui la scienza si potrebbe essere adagiata per mancanza di una possibilità di contro-dimostrazione. Potrebbe forse essere umo di quei concetti di comodo che per lungo tempo possono inibire la conoscenza.

La nostra ricerca parte dall’indagine sul potere per risalire ad una condizione di natura certo diversa da quella attuale,fino ad identificare una “ordo socialis” che, se perfettamente conosciuta e rispettata, potrebbe portare ad un migliore controllo della società umana.

In questo tomo viene indagata la società basata sul potere con le sue leggi di conflitto tra potere e libertà. La società umana viene rilevata nella sua evoluzione e nel suo rapporto con lo Stato. Viene analizzata la nascita del potere nel corso della storia umana, attraverso la ricerca della causa che lo ha generato, concludendo che questi non è una scoperta, bensì una invenzione, cioè un qualcosa che non è preesistente in natura, ma una elaborazione della mente umana fatta per ottenere maggiori benefici individuali o di gruppo. Viene indagata l’anarchia per identificare i limiti che hanno portato al suo insuccesso quale teoria sociale. Si evidenzia come il limite dell’anarchia sia da ricercare nella limitata visione che gli anarchici hanno avuto del potere, confinandolo soltanto al rapporto società Stato, trascurando, così, che il suo fondamento è all’interno delle comunità umane, all’interno delle stesse famiglie, e che da queste risale poi fino al rapporto con lo Stato nazionale e con gli Organismi sovranazionali. Eliminare il solo potere dello Stato non significa, quindi, eliminare tutto l’esercizio del potere, bensì creare due circuiti paralleli (il rapporto Stato/società ed il rapporto degli stessi individui all’interno di una comunità) che funzionino con due meccanismi diversi, certamente in contrasto o in corto circuito, creando in questo modo più potere di quello che si vuole eliminare.

L´obiettivo della ricerca

La ricerca si pone, inoltre, l’obiettivo di ipotizzare una società senza Stato, sia esso concepito come Stato-persona, come Città-Stato, come Stato-nazione, o come Stato soprannazionale.

Il legame di ogni società umana non è basato sul concetto di Stato (impositore di potere), bensì su quello edonistico di ricercare un vantaggio di tutti nella vita associata rispetto alla vita solitaria., tramite la formulazione di livelli superiori di organizzazione (passaggio da attrattori naturali ad attrattori ingegnerizzati). Lo Stato è riuscito ad apportare vantaggi ad alcuni suoi cittadini perché, aggregandoli, ha permesso di imporre il potere su altri, ottenendo benefici immeritati e caricando, allo stesso tempo, la società di tensioni che sono poi esplose in rivolte.

Infine, si analizzano le condizioni supposte di “anacrazia”, ovvero l’assenza totale di imposizione di potere, costituita da quella condizione ipotizzata di “ordo socialis”, che è teoria dell’organizzazione sociale insita di natura nella mente umana.

L’argomento della mente umana è sviscerato per cercare di rendersi conto se la nostra capacità cerebrale è in grado di sopportare un lavoro di ingegnerizzazione così difficile, oppure se esistono condizioni biologiche o psicofisiche che possano inibire il nostro cervello ad operare con razionalità in qualsiasi momento e sotto qualsiasi condizione.

L’aiuto che la mente umana può avere da un’intelligenza artificiale, da lui stessa creata, non è cosa da poco per l’uomo, ed è un’idea che pervade tutta la ricerca.

Si analizzano, successivamente, le regole di fondo che disciplinano una società umana libera, basata sulla mancanza di imposizione di potere. Questa condizione è essenziale affinché si possano considerare valide le teorie basate sull’ordo socialis, giacché è proprio l’imposizione del potere l’elemento degenerativo che aumenta l’entropia sociale. In mancanza di anacrazia (assenza di potere) si torna a concepire la società come quella vissuta quotidianamente, basata sull’imposizione di potere e non sull’accettazione di livelli superiori di organizzazione.

Il concetto di base è che l’uomo vive in un ambiente “eco” che, per una errata valutazione (concetto di comodo), confonde miseramente, impegnandosi con scienze sociali quali l’economia e l’ecologia a combattersi su argomenti che in natura si attribuiscono valenze contrapposte. L’economia, pur pretendendo il rango di scienza, si basa troppo su teorie di diritto umano e troppo pco su teorie scientifiche, come se in fisica la Legge di Ohm potesse essere manipolata da norme giuridiche.

Enrico Furia

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