Il “greggio”, ovvero il petrolio non lavorato, viene utilizzato per la produzione di prodotti petroliferi come carburante per autotrazione, come combustibile per produrre energia e per la realizzazione di materie plastiche, il cui mercato, in barba alle promesse fatte, anche all’ultimo incontro dei G20 ad Osaka, è in continua crescita.
C’è una domanda che nessuno si pone mai quando si parla di petrolio: è una ricchezza o un problema? Il petrolio greggio si trova solo in alcune aree geologiche, e sono pochi i paesi ad avervi accesso. Per questo motivo generalmente si pensa che possedere enormi riserve di petrolio greggio sia una “ricchezza”, un bene.
I numeri dicono che non è così. Per dimostrarlo basta scorrere la lista dei paesi con le maggiori riserve petrolifere mondiali.
Al decimo posto ci sono gli Stati Uniti d’America con “solo” 36,5 miliardi di barili (Gbbl). Un quantità non elevatissima considerata la dimensione degli USA e soprattutto i suoi consumi. Non sono pochi a pensare che sia proprio questo bisogno che spiega la bramosia degli USA per “missioni di pace” e guerre in mezzo pianeta, lo dimostra il fatto che gli USA non hanno mai mostrato interesse per paesi dove esistono problemi enormi, ma che sono privi di risorse petrolifere consistenti, come quelli africani; altro motivo è certamente favorire l’industria bellica statunitense che contribuisce sensibilmente al PIL del paese. Poter disporre solo di 8 milioni di barili al giorno, trovare mercati dove rifornirsi o utili per regolare la bilancia dei prezzi di questa risorsa, per gli USA è fondamentale. Anche a costo di scatenare guerre che durano anni e che causano la morte di migliaia di persone. Del resto il ricorso a fonti energetiche rinnovabili non sembra essere una alternativa valida: ad esempio lo Stato degli USA che avrebbe mostrato il maggior interesse per l’eolico, il Texas, ovvero proprio uno dei maggiori estrattori di petrolio (dati American Wind Energy Association) non sembra aver rinunciato al petrolio.
Al nono posto tra i paesi che possiedono le maggiori riserve petrolifere c’è la Libia, con 48,4 Gbbl. Proprio questa risorsa, secondo molti, sarebbe la rovina del paese, da tempo oggetto di guerre e scontri. Prima con Gheddafi, scelto e apprezzato dai paesi occidentali in quanto ago della bilancia e in grado di contrastare il quasi monopolio dei paesi dell’OPEC. Oggi con la guerra fratricida che non sembra trovare fine nel paese.
All’ottavo posto tra i paesi che dispongono le maggiori riserve di petrolio greggio c’è la Russia con 80 Gbbl (non moltissimi, se si pensa all’estensione territoriale), preceduta dagli Emirati Arabi Uniti con 97,8 Gbbl. Gli EAU, dopo gli enormi sforzi per diventare il centro degli scambi commerciali tra i mercati medio orientali e i paesi occidentali per diversificare le proprie “entrate”, in calo, a causa della necessità di tenere il prezzo per barile basso per dominare il mercato e rendere la domanda di petrolio competitiva con altre fonti energetiche, hanno deciso di rivolgersi a un settore più redditizio: la guerra. E hanno attaccato lo Yemen.
Al sesto e al quinto posto della graduatoria dei paesi con le maggiori disponibilità di petrolio grezzo due paesi: Kuwait (con 101,5 Gbbl) e Iraq (con 142,5 Gbbl). Un paio di decenni fa questi due paesi divennero scenario di guerre per la “democrazia” e per la “pace” ma il cui vero motivo era il petrolio: Baghdad accusò il Kuwait di stravolgere il prezzo sui mercati internazionali con una sovrapproduzione di petrolio, per questo rivendicò i propri diritti “storici” sui territori del Kuwait accusandolo di rubare petrolio dal suolo iracheno mediante il cosiddetto “slant drilling”. Come si è scritto sui libri di storia. Quello che non sempre viene scritto è che, a conferma del fatto che oggetto del contendere non era la terra ma il petrolio sottostante, alla fine del conflitto furono più di 600 pozzi dati alle fiamme e molti altri vennero danneggiati in modo permanente.
Al quarto posto della classifica dei paesi per riserve di petrolio si trova l’Iran, con 158,4 Gbbl. L’ “interesse” degli USA per questo paese sono sulle prime pagine dei giornali. Ma nessuno parla mai di “petrolio”. In realtà quella tra Iran e USA è una partita a scacchi (da un lato l’abbattimento di un drone Usa da parte dei Guardiani della Rivoluzione, dall’altro l’ordine di Trump, tempestivamente ritirato all’ultimo minuto, di scatenare la rappresaglia) che ha come premio proprio il greggio: basti pensare ai messaggi che si sono scambiati i due paesi nelle scorse settimane. L’attacco alle petroliere da una parte e la pretesa di esportarlo dovunque dall’altra.
Al terzo posto della classifica c’è il Canada, forse l’unico paese a non essere stato coinvolto direttamente in guerre per il petrolio: il motivo deriverebbe dal fatto che il petrolio canadese è estremamente costoso da estrarre e sporco: richiede per essere raffinato una spesa che lo rende poco competitivo sui mercati di oggi. E quindi poco “temuto” dai mercati e poco appetibile. Non al punto da scatenare una guerra proprio al confine con il paese maggiore produttore di armi del pianeta, e bramoso di usarle.
Diversa la situazione del paese che occupa la seconda posizione della graduatoria dei paesi con le maggiori riserve di greggio: l’Arabia Saudita. Da quasi un secolo questo paese è tra i maggiori produttori mondiali di petrolio e concentra su questa risorsa il 90% degli introiti delle esportazioni, il 70% delle entrate statali e il 45% del PIL. Obiettivo dichiarato è dominare il mercato del greggio e riuscire a controllare non solo i paesi occidentali (già fatto) ma anche conquistare quote di mercato nei paesi dell’Estremo Oriente, che assorbono il 53% delle esportazioni di prodotto raffinato e il 49% di quello grezzo. Per l’Arabia Saudita però il petrolio serve anche ad altro. In un contesto, quello mediorientale, caratterizzato da elevata conflittualità, il petrolio è uno strumento geopolitico che permette a questo paese di esercitare pressioni a livello internazionale, si pensi a ciò che è avvenuto con le nomine alle Nazioni Unite. A questo si aggiunge che oggi come ieri, le guerre non vengono fatte solo con le armi, bensì con le risorse; l’Arabia Saudita è diventato uno dei massimi acquirenti di armi e armamenti da tutti i produttori mondiali che le vendono incuranti degli accordi internazionali sottoscritti. Risorse come il petrolio: non è un caso se l’Arabia Saudita ha chiuso alcune delle pipelines petrolifere che attraversavano il territorio di altri paesi, come la “Trans-Arabian Pipeline” o la “Iraq-Saudi Arabia Pipeline”.
Al vertice dalla graduatoria dei paesi con le maggiori riserve petrolifere c’è il Venezuela, con 300,9 Gbbl. Una quantità largamente superiore a quella dell’Arabia Saudita (“solo” 266,5 Gbbl) e quasi il doppio del terzo paese, il Canada (con solo 169,7 Gbbl). Un patrimonio che è il vero obiettivo degli interessi geopolitici internazionali e delle pressioni dei mesi scorsi per decidere la leadership. Hugo Chavez, presidente dal 1999 al 2013, lo sapeva bene: il padre della riforma bolivariana basò la sua azione proprio sul petrolio. Oggi la Repubblica Bolivariana del Venezuela è oggetto della contesa tra Juan Guaido, leader dell’opposizione e Nicolás Maduro presidente pro tempore. Fino al punto da essere arrivati quasi alla rivolta interna e quasi all’invasione. Oggetto del contendere non è la democrazia né l’economia del paese né la salute dei cittadini: sono le riserve petrolifere. Partiti politici, diritti umani e situazione economica non sono nulla di fronte alla prospettiva di controllare la maggiore risorsa di petrolio del pianeta grazie ad accordi internazionali ben formulati e che potrebbero favorire questo o quel paese. Ciò che interessa del Venezuela è il suo potere di spostare l’ago della bilancia del mercato delle materie prime petrolifere dall’OPEC agli altri paesi. Un potere immenso che però, come in altri casi, non ha prodotto benefici per la popolazione.
Questo è ciò che davvero accomuna tutti (meno uno) i paesi maggiori gestori delle riserve petrolifere mondiali: tutti prede e predatori di chi vorrebbe controllare e gestire questa risorsa, ancora preziosa (nonostante i danni enormi prodotti sull’ambiente).
Ciò che fa riflettere è che di tutto questo “potere”, di questa “ricchezza”, ai cittadini non arriva nulla, neanche le briciole, poche gocce di petrolio che potrebbero migliorare l’economia locale. Invece non è così. Basti pensare che l’ultimo dei dieci paesi per le maggiori riserve di petrolio greggio gli USA è anche quello con il reddito pro capite lordo più elevato: 55.200 dollari. Solo sedicesimo il Kuwait (con 49.300 dollari), ventiduesimi i “ricchissimi” Emirati Arabi Uniti (con 44.600 dollari) e 34esima l’Arabia Saudita (con 25.140 dollari). In questi paesi sappiamo bene come l’indice di Gini sia molto alto: il dato “medio” dell’RNL non basta a spiegare una situazione in cui la ricchezza è concentrata nelle mani di poche, pochissime persone, mentre la stragrande maggioranza delle popolazione vive con pochi dollari.
Ancora peggiore la situazione salendo la graduatoria dei paesi più ricchi di petrolio greggio: spesso i cittadini muoiono di fame, ignari della ricchezza che scorre pochi metri sotto i loro piedi. In Venezuela, nel 2012 (ultimo dato ufficiale), il RNL è di 12.500 dollari, ma da allora un’inflazione esplosiva ha causato peggioramenti inenarrabili che hanno portato il paese alla rivolta. E tutto questo senza che l’enorme quantitativo di petrolio a disposizione potesse fare niente. Stessa situazione per la Libia, un tempo ago della bilancia dei rapporti tra produttori di petrolio dell’OPEC e extra OPEC: l’ultimo dato ufficiale, che risale al 2014, parla di un RNL di 7.800 dollari, ma in calo vertiginoso (quindi da allora è certamente sceso e di molto). Ancora più basso quello di Iran e Iraq: entrambi questi paesi non vanno oltre la metà della classifica dei paesi del mondo per RNL.
Paesi ricchi, ricchissimi di “oro nero”, di petrolio. Una ricchezza che per decine di milioni di abitanti non significa nulla, non significa benessere o migliori condizioni di vita, significa solo guerre, fame, sangue e morti.

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